Cristina Benussi

Editori Cristina Benussi

Con questa serie di interviste cominciamo a porre alcune questioni relative alle tematiche affrontate  dagli scrittori di queste terre. Diego Zandel  racconta di come la posizione geografica di Trieste, a ridosso dei Balcani, la storia che l'ha coinvolta e la sua personale vicenda biografica gli abbiano permesso di scrivere i suoi romanzi, in questo senso "ibridi".

Nel corso della tua lunga carriera di scrittore sei passato dal giallo - thriller al tema dell'esodo, poi  allo sguardo sui Balcani. Quali sono state le spinte che hanno motivato queste scelte?

Diego ZandelDirei che nei miei primi due romanzi, Massacro per un presidente e Una storia istriana, c’è tutto il mio mondo narrativo: l’avventura, nel caso del primo romanzo, a carattere politico, tinto di thriller, con protagonisti esuli, e, nel caso del secondo, la mia terra d’origine, attraverso una storia famigliare, colta prima del dramma dell’esodo, che contiene anche quel mondo slavo dell’interno dell’Istria che mi ha spinto a guardare oltre i confini di questa, verso i Balcani. Quei Balcani che in qualche modo, sicuramente nella lingua, si riallacciano all’Istria della mia famiglia paterna, quella nella quale il mio bisnonno, Carlo Zandl, senza la “e”, figlio di una ragazza madre austriaca, Maria Zandl, e abbandonato dalla stessa alla ruota dell’ospedale Maggiore di Trieste, finì prima in orfanotrofio, dove venne aggiunta la “e” al cognome originario, e qualche anno dopo affidato a una famiglia di lingua istro-croata dell’albonese grazie ai contributi che l’Impero austro-ungarico dava alle famiglie che adottavano un trovatello. Altre spinte, che ritengo molto omogenee culturalmente a queste originarie, sono nate dal mio matrimonio con una donna di origine greca, appartenente a una famiglia povera, contadina e pastorale, in cui  ho riconosciuto grande affinità con la nonna istro-croata, contadina analfabeta, che mi ha allevato nei primi anni di vita a causa dell’allontanamento di mia madre, ricoverata in un sanatorio per tubercolosi.  Da qui  tutti i miei interessi anche letterari.

Quanto, sulla scrittura dei tuoi romanzi, ha pesato la tua vicenda biografica?

Massacro per un presidente okRitengo che la mia opera sia imprescindibile dal dato autobiografico, non solo per i miei romanzi più sentiti come Una storia istriana, Massacro per un presidente, I confini dell’odioI testimoni muti, ma anche per quanto riguarda la predilezione per il genere avventuroso e lo sguardo, diciamo, politico, presente in romanzi che il mio amato Graham Greene avrebbe chiamato “divertimenti” come Crociera pericolosa e Operazione Venere. Negli uni e negli altri il riferimento alle mie origini, all’esodo, alla mia nascita in un campo profughi e l’attenzione al mondo balcanico e mediterraneo sia sempre presente, non solo nelle opere di narrativa ma anche in quelle di saggistica. Penso al mio saggio su Andrić e a Balcanica che raccoglie quanto ho scritto sulla letteratura e il mondo balcanico nel corso degli anni. Ciò vale, per le ragioni legate, come ho detto, al mio matrimonio, anche per i libri di ambientazione greca come L’uomo di Kos, Il fratello greco, Manuale sentimentale dell’isola di Kos e, in parte anche Essere Bob Lang.  Sull’aspetto avventuroso presente in quasi tutti i miei romanzi ha contato molto anche un mix esistenziale tra le mie letture, in particolare di Eric Ambler, Lawrence Durrell e Graham Greene, la mia passione per i viaggi e alcune frequentazioni  professionali, che mi hanno messo più di una volta a contatto con i servizi segreti e alcuni suoi ambienti (come  un appartamento sotto copertura), a causa da una parte, della mia curiosità, e dall’altra, di una mia certa ingenuità, che mi ha causato coinvolgimenti del tutto imprevisti. A riguardo, un racconto come Il console romeno, pubblicato da Einaudi nell’antologia “Omissis”, curata da Daniele Brolli, è abbastanza indicativo.

Quali temi stai pensando di sviluppare in futuro?

Non credo che mi allontanerò da questi. Ho appena finito un romanzo ispirato al processo al capo dell’Ozna di Fiume, Oskar Piskulic, che nei suoi vari gradi si è svolto a Roma dal 1997 al 2004. Processo per omicidio continuato nei confronti dei capi autonomisti fiumani, dal quale prende avvio una storia che segue però una strada tutta sua, ambientata ai nostri giorni tra Roma e, soprattutto, Trieste, ricca di suspense e di colpi di scena. Oltre che di forte carattere politico. Il protagonista, per ribadire il dato autobiografico, è lo stesso de I confini dell’odio, uno scrittore il cui cognome è Lednaz, ovvero palindromo del mio.

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