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Lelio Luttazzi e la settima arte. Musicista, attore e regista”è il titolo del libro della giornalista Nadia Pastorcich, edito da MGS Press (pp. 184), con la prefazione di Gianni Morandi. L’autrice ci accompagna in un viaggio alla ricerca dell’anima cinematografica del grande maestro da tutti conosciuto come l’ estroso “re del swing”. Una passione poco indagata che l’autrice, dopo un fruttuoso lavoro di ricerca tra libri, archivi e biblioteche, ha messo a punto regalandoci alcuni aspetti inediti di Luttazzi quale brillante compositore di musiche per film, attore e regista. Abbiamo chiesto all’autrice di parlarci di questa sua prima avventura editoriale.

Copia di Luttazzi Morandi libroNel tuo libro scopriamo un Luttazzi non solo musicista e compositore, ma anche attore. Lo troviamo nei panni di Raimondo uno dei personaggi di L’avventura (1960), primo film della cosiddetta "trilogia esistenziale o dell’incomunicabilità" di Michelangelo Antonioni, poi nelle vesti del conte Antonio Bellanca in L’ombrellone (1965) di Dino Risi e altre pellicole più o meno note della commedia italiana firmate da registi come Dino Risi, Steno, Luciano Salce, Sergio Corbucci e Mario Monicelli.

Lelio Luttazzi è stato prima di tutto un musicista, capace di arrivare con la sua musica al cuore delle persone. La sua umiltà, la sua ironia e la sua eleganza hanno lasciato un segno nella storia culturale dell'Italia. Tanti di noi lo conoscono come presentatore e musicista, ma pochi sanno che si è dedicato anche alla settima arte, al cinema. Questo suo aspetto poco conosciuto mi ha portata ad approfondire il suo lavoro di compositore di musiche per film, di attore e di regista. Ne L'avventura di Antonioni, Lelio si è ritrovato nei panni di Raimondo accanto a Monica Vitti e Lea Massari. Quello che mi ha colpito di lui è stata la sua voglia di mettersi in gioco, di fare tutto con passione ed entusiasmo. Come ha ricordato lui stesso, faceva fatica a imparare a memoria alcune battute, però è riuscito comunque a regalare al pubblico un'ottima interpretazione. Tant'è che a New York venne fermato per strada: “Leeeliou! Anthoniouni! L'adventhura!”. Non si rendeva conto di aver partecipato alla realizzazione di un capolavoro del cinema italiano. Un altro ruolo importante è stato quello del conte Antonio Bellanca ne L'ombrellone di Dino Risi. Per Risi aveva scritto anni prima le musiche di Venezia, la luna e tu (1958), facendoci conoscere un Alberto Sordi veneziano, sempre pronto a cantare Cocoleta.

Ne L'ombrellone oltre ad avere interpretato il conte – perdutamente innamorato del personaggio di Sandra Milo – Luttazzi ha scelto anche le musiche da inserire nel corso della narrazione. Non sono composte da lui: sono canzoni che andavano in voga negli anni '60, tra le quali compaiono anche due di Gianni Morandi. Ed è proprio con Gianni Morandi che anni dopo Lelio si ritroverà a condividere il set di Mi vedrai tornare (1966), un musicarello, dove si calerà nel ruolo del comandante Aleardi, padre di Gianni. Sempre in quel periodo si incontreranno a Studio Uno – famoso varietà della Rai – dove, in veste di presentatore, Lelio Luttazzi introduce ai telespettatori il giovanissimo cantante.

Per questo mio lavoro, nato tra i banchi universitari, per poi evolversi di anno in anno, fino a diventare un libro, volevo che la prefazione venisse fatta da una persona che avesse conosciuto Lelio. Dopo averci pensato un po', mi è sembrato che Gianni Morandi fosse perfetto: aveva lavorato con il Maestro al cinema, in TV e in tempi più recenti ha cantato Una zebra a pois (brano noto per l'interpretazione di Mina, scritto da Luttazzi) per un cd dedicato a Luttazzi. Come dice nella prefazione: “La mia università è stata la vita e Lelio è stato uno dei miei maestri”.

Copia di NadiaPastorcich copia 2Luttazzi nel periodo 1956 / 1976 si dedica anche alla composizione di colonne sonore per il cinema. La sua capacità di essere versatile da re del swing a compositore delle colonne sonore di film è sorprendente.

Sicuramente il fatto di nascere a Trieste nel 1923 ha lasciato in lui un segno. Proprio a Trieste si è avvicinato al jazz, al suo amato Louis Armstrong, grazie ad un cugino che possedeva svariati dischi. Durante il periodo del Governo Militare Alleato ha potuto respirare la musica d'oltreoceano. In quegli anni si esibiva con il suo complessino, I gatti selvatici, in giro per la città. Galeotto è stato però l'incontro con Bonino al Politeama Rossetti, in occasione dello spettacolo di rivista Buonanotte al sole. Per Bonino scriverà Il giovanotto matto, brano che otterrà un ottimo successo e che lo porterà a lasciare gli studi di giurisprudenza per dedicarsi alla musica.

Un altro triestino, Teddy Reno, notando la bravura al pianoforte di Luttazzi, lo inviterà con lui a Milano per avviare la Compagnia Generale del Disco. Dalla radio, passerà alla televisione, a scrivere commenti musicali per spettacoli di rivista, per poi approdare alla settima arte. Luttazzi ha musicato una trentina di film di ogni genere: dai film canzone, alla commedia all'italiana, lavorando con grandi registi. Ha portato il suo amato jazz e il suo swing sul grande schermo, dando voce ai fotogrammi: con le sue musiche è riuscito a sottolineare il carattere di un personaggio – come nel caso di Totò o Alberto Sordi – accompagnare un'azione, descrivere una situazione. Ciò che vorrei arrivasse è l'importanza che c'è tra immagine e musica. A volte, quando si guarda un film, si rischia di dare poca attenzione a quello che le note vogliono dire. Luttazzi con la sua musica è riuscito a farci emozionare e sognare, donandoci dei momenti che restano nella storia del cinema. Souvenir d'Italie di Pietrangeli (1957) o Venezia, la luna e tu trionfano con gli archi romantici, pronti a regalarci una cartolina dell'Italia, mentre in Risate di gioia di Monicelli (1960), i tempi d'attesa trovano voce con i legni e ottoni, mentre ne Il marito bello di Puccini (1959) il jazz risuona tra le mura domestiche, ricordandoci l'autore di quei pezzi. Nei film-canzone di Turi Vasile, Luttazzi invece segue i giovani, componendo delle canzoni orecchiabili e piene di voglia di vivere. Dolori, gioie, delusioni, attese, amori appena nati, tutto viene prontamente colto dal Maestro, capace di dare un valore in più ai fotogrammi. La novità arriva con gli anni '70 con i film ad episodi, dove anche ricorre all'uso di suoni più “moderni” riprodotti con il sintetizzatore. Lelio Luttazzi ha ben saputo raccontare in musica le storie degli italiani. 

Nel 1972 si cimenta come regista nel film per la televisione L’illazione. Pellicola, che come sappiamo, è rimasta inedita sino a quando il Festival Internazionale del Film di Roma nel 2011 ha reso finalmente omaggio al regista Luttazzi con la presentazione e la proiezione, in prima mondiale, del film. Dietro a questo film c’è un’esperienza devastante vissuta in prima persona dallo stesso Luttazzi.

Nel 1970 è stato ingiustamente accusato per uso personale di sostanze stupefacenti. Un tremendo errore giudiziario. Da quel periodo trascorso in carcere ne uscirà segnato. Il libro Operazione Montecristo ne è una testimonianza: una sorta di diario che racconta quei giorni orribili. Alberto Sordi e Nanni Loy prenderanno spunto da questo libro per il film Detenuto in attesa di giudizio. Giuseppe Berto, nella prefazione, di Operazione Montecristo, scrive un pezzo molto vero che Luttazzi riprende nel film L'illazione.

“È una mia vecchia idea che, in una società bene organizzata, tutti coloro che hanno responsabilità sociali – insegnanti, medici, sacerdoti, poliziotti, magistrati e via dicendo – andrebbero psicoanalizzati prima di venire immessi nella professione”. Il film prende vita da un racconto di Luttazzi, La villa di campagna. Lelio attore e regista mette in evidenza come certe illazioni possono distruggere la vita di un uomo. È un film di un'oretta, molto denso, pieno di spunti di riflessione che ci fanno capire che chiunque può ritrovarsi accusato ingiustamente. È purtroppo ancora molto attuale. La Rai non lo mandò in onda. Solo tanti anni dopo, la moglie Rossana lo prese in mano e decise di farlo restaurare, riuscendo ad arrivare, nel 2011, al Festival Internazionale del Film di Roma e in contemporanea su Rai5. Dagli anni '70 in poi Luttazzi ha trovato come alleata la scrittura, senza mai dimenticarsi del suo amato pianoforte e della sua Trieste, tanto da tornarci alla fine della sua vita. Ricordo ancora con affetto il concerto che fece nel 2009 in Piazza dell'Unità. Avevo quattordici anni. Mi conquistò con il suo jazz, con Hello Dolly. Finalmente c'era qualcuno che suonava le musiche che piacevano a me.

Maggio 2021

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