Martedì 19 novembre 2019 - ore 17.00

Sala conferenze della Biblioteca Statale “S. Crise”, L.go Papa Giovanni XXIII n.6

Incontro con il prof. Lorenzo Nuovo

A cura del prof. Paolo Quazzolo

 

Mascherini, ormai quarantenne e artista affermato, comincia a realizzare scene e costumi per il teatro nel 1948, in un panorama culturale e civile estremamente delicato, quello della Trieste del secondo dopoguerra e dell'amministrazione del T. L. T. Sono anni intensissimi, in cui la città, ancora colpita dalla violenza della guerra e dei totalitarismi, prova uno scatto orgoglioso per il mantenimento dell'appartenenza statuale italiana, conquistata al termine della Prima guerra mondiale.

La cultura, anche visiva, gioca un ruolo centrale, soprattutto con le sue istituzioni: l'attività delle Gallerie (la Galleria Trieste e lo Scorpione sono solo due esempi) è frenetica e vede coinvolti anche artisti, galleristi e intellettuali non locali; nascono sodalizi come il CCA, sotto la guida illuminata di Giani Stuparich; l'Università è attenta a attirare sulla città le attenzioni del Paese, soprattutto con la memorabile Esposizione nazionale di pittura italiana contemporanea aperta nel 1953; il Museo Revoltella acquista opere dei più importanti artisti italiani, ponendosi nel ruolo di guida per pittori e scultori di nuova generazione. La nazione è presente, compatta; le luci dei riflettori sono puntati sulla realtà di Trieste, che al Paese continua a guardare.

La città, tuttavia, nel corso del ventennio aveva subito ferite non rimarginabili come la compressione operata sulla componente nazionale slovena, l'imposizione di una italianità biologica e standardizzata, le leggi razziali: la perdita di un tratto saliente dell'identità cittadina, vale a dire la sua composizione linguistica plurale, il suo orizzonte europeo, conduce a una crisi civile e culturale, che si riverbera anche anche sulle arti visive. Non si fatica, già negli anni Trenta, a riconoscere un forte disorientamento, che vede gli artisti balbettare, incartarsi, pochi anni dopo la grande stagione del “novecentismo” giuliano e del senso che in tale contesto aveva acquisito il quadro di figura (si pensi ai risultati raggiunti da pittori come Nathan o Sbisà).

Alternativa al silenzio, al declino (avrà pure un significato il fatto che Sbisà smetta di dipingere), soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta resta l'adesione ai linguaggi del modernismo internazionale. È la via che prende il Mascherini elegante, sintetico degli anni Cinquanta. Salvo poi, nella stagione aperta con opere come il Combattente di Largo Riborgo, ritrovare un dialogo con la propria terra, con la Venezia Giulia, marcato anche dalla scelta dei materiali, dei mezzi tecnici: la plastilina è fatta colare direttamente sulle pietre e sui legni carsici. È, soprattuto il Mascherini dei Fiori, una delle ultime voci autenticamente locali: e proprio per questo, non internazionale, ma universale. Come il senso del dramma trasmesso nelle tormentate superfici delle opere di quegli anni.

 

Prof. Lorenzo Nuovo – dottore di ricerca in Storia dell'arte contemporanea, negli ultimi anni ha curato (con Patrizia Fasolato e Enrico Lucchese) la mostra “Il mondo è là. Arte moderna a Trieste 1910-1941” e, nel 2017, “Marchello Mascherini e Padova”. Tra le altre pubblicazioni si segnalano Manlio Malabotta critico figurativo. Regesto degli scritti 1929-1935 (Trieste 2006), La pagina d'arte de Il Mondo di Mario Pannunzio (Mariano del Friuli 2010), Ugo Flumiani (Trieste 2013). Suoi sono anche le note storico-artistiche e un saggio sull'arte triestina del Primo Novecento in A. Del Ben, Arturo Nathan. Lettere all'amico Carlo Sbisà 1940-1943 (Treviso 2016), e una riflessione sull'identità della Trieste visiva degli ultimi cinquant'anni in Furio de Denaro: opera grafica 1982-2012 (a cura di Edoardo Fontana, Trieste 2018).

 

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