Martedì 26 marzo 2019 - ore 18.00

Sala Conferenze Caffè San Marco – Via Cesare Battisti n. 18

Dibattito a tre voci:

  • Thomas Jansen, Segretario Generale h. c. del Movimento Europeo Internazionale
  • Stefano Amadeo, Ordinario di Diritto dell’Unione europea, Università di Trieste
  • Giulio Ercolessi, Presidente della Federazione Umanista Europea

 

Il 29 marzo 2019 è la data del “divorzio” della Gran Bretagna dall’Unione europea (la “Brexit”). Le liti e le mozioni contraddittorie (no accordo di uscita, no uscita senza accordo) testimoniano l’inquietudine dei parlamentari britannici sullo scoccare del termine che vedrà il Regno Unito ritornare Stato integralmente sovrano.

Sovranità non significa, infatti, indipendenza (come recentemente ricordato dal Presidente Draghi). Al contrario. L’economia ha un ruolo decisivo. I prodotti britannici (agricoli, industriali) si troveranno, automaticamente, ad aprile, a dover pagare i dazi doganali europei; i trasporti in Europa sconteranno controlli e verifiche di frontiera. Le imprese britanniche pagheranno il conto: innalzamento dei costi, riduzione della produzione.

Anche la politica ha un ruolo decisivo: da Stato membro privilegiato, il Regno Unito dovrà fronteggiare le crisi internazionali (economiche, migratorie) da solo. I cittadini britannici saranno stranieri in Europa e non solo (anche negli Stati terzi con cui l’Unione ha accordi privilegiati). Oltre 40 anni di conquiste politiche, giuridiche ed economiche, per loro, si smaterializzeranno di colpo. Le libertà europee sono per lo più inavvertite. Ma non sarà così per l’improvvisa mancanza di libertà di circolazione e di commercio.

Visitare Parigi o Bamberga richiederà un visto turistico; acquistare un vestito o un vino italiano richiederà un prezzo aggiuntivo; stabilirsi a Bruxelles o a Madrid, infine, lunghe pratiche amministrative.

In realtà i protagonisti di Brexit hanno scelto una politica distruttiva per puro vantaggio elettorale “nazionale”. Cameron ha perduto la peggior scommessa della sua vita. Boris Johnson e Nigel Farage ne traggono una rendita elettorale, a danno del futuro dell’intero Paese. Invocavano l’interesse nazionale. L’isolamento sarà il duro prezzo pagato al sogno sovranista.

E l’Unione europea? Se resterà coesa, i danni economici saranno limitati. Si tratterà però di un grave danno politico: il sogno di pace e prosperità europea ne potrà risultare indebolito. Ma si può sperare che ciò sarà compensato dal vantaggio, per l’Unione, di essersi liberata da un membro riluttante che ha sempre tenuto “il portafoglio a Bruxelles, e il cuore a Washington”.

Più volte è stato detto che il motivo della decisione della popolazione del Regno Unito di lasciare l’Unione sia un malessere rispetto all’“Europa” che imperversa non solo nel Regno Unito, ma in tutto il continente e che è annuncio di disintegrazione dell’Unione (come sarebbe dimostrato dai movimenti xenofobi e anti-europeisti in vari Paesi: Italia, Ungheria, Polonia).

Se si osserva più da vicino, però, si può riconoscere che la decisione in favore di “Brexit” è il risultato di una crisi d’identità britannica e del sistema politico del Regno. Dimostrazione ne è la grande confusione che è scoppiata sull’isola all’indomani del referendum del giugno 2016. Dopo la decisione in favore di “Brexit”, infatti, s’è svelata la vera “menzogna esistenziale” della politica britannica, che affermava essere l’Unione europea il “problema britannico” e che attribuiva al Parlamento di Westminster il compito di difendere il Regno Unito dai soprusi e dai vincoli del mostro burocratico di Bruxelles.

La speciale sensibilità britannica rispetto al continente e al processo d’integrazione europea, a cui fin dall’inizio la politica britannica ha partecipato con riluttanza, ha poco a che fare con l’euro-pessimismo, l’euro-scetticismo e l’ostilità verso il progetto di unificazione che vediamo in altri Paesi. C’è solo una cosa in comune: il nazionalismo, che – nonostante le brutte esperienze che tutti gli europei hanno in qualche modo vissuto nel secolo scorso – si diffonde di nuovo come un virus.

 

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