Martedì 20 febbraio, ore 17:00

Sala conferenze della Biblioteca Statale “S. Crise”, Largo Papa Giovanni XXIII n.6

Incontro con il prof. Giuseppe O. Longo

A cura del prof. Andrea Sgarro

 

Il rapporto fra teatro e scienza è molto antico, e si è modificato nel tempo a mano a mano che la scienza occupava una posizione sempre più importante nella società, insieme – non dimentichiamolo – con la tecnologia. Le conquiste più recenti della tecnoscienza hanno indotto gli autori di testi teatrali a indagare a fondo sul rapporto fra il teatro e la scienza. Una possibile strada consiste nell’affidare alle opere teatrali una funzione didascalica: mettendo in scena concetti e oggetti scientifici, dando veste di personaggi a particelle elementari, a elementi chimici e via elencando. Ma è una soluzione rischiosa perché da una parte si rischia di semplificare eccessivamente la scienza, dandone un’immagine inadeguata e dall’altra si rischia di non suscitare l’interesse dello spettatore che, non dimentichiamolo, è un essere umano e quindi è interessato ai suoi simili; anzi è interessato soprattutto a vedere sé stesso sulla scena. La scienza si fa nei laboratori, nelle aule scolastiche, sul campo: non a teatro.

Il teatro dovrebbe concentrarsi sugli uomini e le donne che hanno fatto o fanno la scienza, sulle loro vicende, sulle delusioni e sugli entusiasmi: insomma il teatro deve portare in primo piano ciò che presenta da millenni con sensibilità e passione. Seguendo questa strada, rappresentando ciò che vi è di profondamente umano nell’impresa scientifica, il drammaturgo può conquistare il pubblico. Lo spettatore vuole sentirsi parte dello spettacolo, vuole essere protagonista, vuole assistere con trepidazione e partecipazione al dramma dello scienziato per le responsabilità che inevitabilmente si assume di fronte al potere, alla società e alla propria coscienza.

La scienza è fatta dagli umani e anche le discipline più astratte hanno carattere sociale e culturale. È vero che la loro sistemazione, che sembra prescindere dallo sviluppo storico, dà l’impres­sione di assolutezza e di impassibilità, ma nel loro farsi tutte le scienze sono soggette a vicende alterne, alle passioni e alle vicissitudini umane. Chi fa ricerca non può non riconoscere che razionalità ed emozio­ne sono strettamente intrecciate. Ecco, a me interessa portare sulla scena questo groviglio inestricabile di passione e di logica.

Il volume La scienza va a teatro, pubblicato alla fine del 2017 dalle Edizioni Università di Trieste, EUT, contiene una dozzina di drammi in cui la scienza ha una parte più o meno rilevante. Vengono messi in scena personaggi storici, come Lucrezio, Pascal, Babbage e Einstein, gli scienziati tedeschi che ebbero qualche parte nelle ricerche compiute sull’uranio durante il Terzo Reich, ma anche situazioni di fantasia, che hanno tuttavia a che fare con ipotesi e prospettive che le ricerche attuali stanno trasferendo dal dominio degli scenari al territorio della realtà: trapianti radicali, macchine cibernetiche capaci di provare emozioni, connessione in rete di  umani e computer, discussioni di carattere epistemologico, fino alla descrizione tragicomica dell’evoluzione di un matrimonio dalla simbiosi al commensalismo al cannibalismo.

 

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