Venerdì 17 novembre, ore 17:30

Sala Bobi Bazlen di Palazzo Gopcevich, via Rossini n.4

Incontro con la prof.ssa Roberta Altin ed il dott.Francesco Bosso

A cura del dott. Thomas Jansen

- La Germania ha giocato, e continua a giocare, un ruolo centrale nello sviluppo delle politiche Europee di controllo migratorio ed asilo. Partendo da una breve contestualizzazione dell’ intreccio fra la storia nazionale Tedesca e l’ evoluzione dell’ attuale regime d’ asilo, l’ intervento esamina la risposta del governo Tedesco alla cosidetta “crisi migranti” del 2015, dimostrando come la Wilkommenskultur (“cultura dell’ accoglienza”) celebrata durante le prime fasi della “crisi” sia fin da subito stata affiancata, e poi rapidamente scalzata, da una serie di iniziative – sia domestiche che europee – volte a ridurre i cosidetti “movimenti secondari irregolari” e circoscrivere le garanzie procedurali e sostanziali riconosciute ai richiedenti asilo. L’ intervento conclude con una riflessione sulle potenziali ricadute di queste iniziative sulla distribuzione delle responsabilitá di protezione fra gli Stati Membri dell’ Unione Europea.

- Negli ultimi cinque anni i cambiamenti delle politiche europee e le posizioni spesso discordi dei vari governi hanno determinato costanti e repentini cambiamenti nella gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati. Se da un lato i riflettori mediatici e la spettacolarizzazione del confine alimentano un senso di emergenzialità e di accoglienza in stato di costante straordinarietà, dall’altro la redistribuzione dei rifugiati nelle varie parti d’Italia fa emergere un quadro variegato e complesso nei diversi micro-contesti delle specifiche regioni e comuni di accoglienza.

L’accoglienza dei rifugiati in Italia è stata gestita applicando l’ottica emergenziale del flusso straordinario (la ‘crisi migranti’). Se inizialmente si pensava solo ad un flusso di transito verso il Nord Europa, attualmente siamo in fase di ripensamento sulle modalità di accoglienza inclusive sul medio-lungo termine. Nel mio intervento mi focalizzerò sull’area transfrontaliera del confine italo-sloveno, dove ho concentrato le ricerche degli ultimi due anni. Se osserviamo il sistema di accoglienza nell’area di confine del Nord-Est italiano troviamo da un lato la riconversione di ex caserme e presìdi decentrati della vecchia Cortina di Ferro che sono diventati CARA, CIE, CDA, in genere confinati ai margini delle cittadine, con una funzione ambivalente di protezione dei richiedenti asilo in attesa del riconoscimento, di reclusione dal territorio circostante, e, di conseguenza, ‘esclusione’ dalla vita sociale ordinaria degli italiani residenti. L’area di Trieste si caratterizza al contrario per una gestione dell’ospitalità diffusa: anche durante il picco di massimo flusso dalla cosiddetta Balkan Route l’accoglienza è stata infatti distribuita in piccoli insediamenti (max 80-100 persone) CAS e SPRAR, sistema sperimentato qui dall’ASGI (Ass. Studi Giuridici) e ICS (Consorzio Italiano Solidarietà) per la prima volta in Italia all’inizio degli anni ’90 con i profughi dell’ex Jugoslavia.

Molti insediamenti oggi ri-utilizzati nell’accoglienza diffusa ai richiedenti asilo rappresentano dei luoghi storici dell’esilio dei profughi italiani fuggiti dopo la seconda guerra mondiale dalla Jugoslavia. Il funzionamento del modello di accoglienza diffusa in quest’area transfrontaliera si basa quindi su una consolidata esperienza di gestione dell’accoglienza dei profughi e, forse, riprende la tradizione basagliana di autogestione degli appartamenti. Segnalo altri due fattori economici e demografici importanti: la forte presenza demografica di anziani, unita alla disponibilità di molte case vuote e i flussi di mobilità internazionale connessi alla rete di scienziati provenienti da molti paesi del Sud del mondo inseriti nei numerosi centri di ricerca internazionale (ICTP, SISSA, TWAS, ecc.).

Il cosiddetto ‘sistema Trieste’ ha inserito rifugiati e richiedenti asilo in una rete capillare di appartamenti e piccoli alberghi cittadini senza creare grossi centri isolati o agglomerati urbani ghettizzanti, con scarse reazioni di rigetto e/o protesta organizzata da parte della popolazione locale. Il vantaggio di vivere a fianco, imparando dalle pratiche quotidiane lingua e abitudini del posto è abbastanza evidente; meno evidente ma altrettanto importante è che tale sistema evita di ‘fabbricare’ passività e trattamenti umanitari che vittimizzano ulteriormente i richiedenti asilo.

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