Martedì 12 maggio 2020 - ore 18.00

Incontro con il dott. Giovanni Grube

A cura del prof. Maurizio De Vanna

Nel 1943 lo psichiatra austriaco -naturalizzato americano- Leo Kanner scrive l’articolo “Autistic disturbances of affective contact”. Per la prima volta vengono descritte le caratteristiche peculiari dei soggetti affetti da autismo. Kanner denomina tale condizione autismo infantile precoce. Ipotizza alla base del disturbo una innata incapacità a comunicare. Quasi contemporaneamente, nel vecchio continente, lo psichiatra austriaco Hans Asperger -senza conoscere l’articolo di Kanner, pubblica un lavoro dove descrive dei casi simili e usa lo stesso termine: “autistici”. Tra i bambini descritti da Asperger alcuni hanno una compromissione cognitiva minore o assente. Egli ipotizza una base genetica. Da allora i paradigmi scientifici e quindi clinici e terapeutici sono cambiati più volte, e l’autismo rimane un fenomeno estremamente variegato e complesso, in larghissima parte ancora un mistero. Anche a causa di ciò esso si è prestato a diversi tentativi -il più delle volte rigettati da parte della comunità scientifica- di spiegazione e di intervento tanto inutili quanto dannosi. Con certezza cosa sappiamo oggi degli autismi? I “disturbi dello spettro dell’autismo” (questa è la dizione della più aggiornata classificazione del DSM-5, curata dall’American Psychiatric Association) sono una ampia gamma di manifestazioni caratterizzate da atipicità nello sviluppo dell’individuo, di natura neurobiologica a eziologica sconosciuta. Essi si riferiscono a uno spettro di condizioni caratterizzate da un certo grado di menomazione nel comportamento sociale, nella comunicazione e nel linguaggio e a da un ristretta gamma di interessi e attività. In gran parte dei casi tali manifestazioni sono già evidenti entro il quinto anno di età. Attualmente i “disturbi dello spettro” sono tra i più studiati a ogni livello di ricerca (genetico, metabolico e biochimico, neurologico, psicologico ed educativo, sociale ed economico) eppure non abbiamo ancora certezze circa la causa. In effetti non sembra esserci una specifica causa dell’autismo, piuttosto esso sembra configurarsi come la via finale comune a diversi percorsi eziopatogenetici. Secondo una stima dell’OMS un bambino ogni 160 nati ricade nella condizione di disturbo dello spettro autistico, ma la prevalenza riportata da numerosi studi è estremamente varia. Ad esempio secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale per il monitoraggio dei disturbi dello spettro autistico, in Italia 1 bambino su 77 (età 7-9 anni) presenta un disturbo dello spettro autistico con una prevalenza maggiore nei maschi: i maschi sono colpiti 4,4 volte in più rispetto alle femmine. Inoltre il tasso di comorbilità con altre condizioni (ad esempio epilessia, ritardo mentale, depressione, ansia, deficit di attenzione e iperattività) è elevatissimo. Nel corso degli ultimi 50 anni la prevalenza dei “disturbi dello spettro” è aumentata in modo vertiginoso ma la ricerca indica che non si tratta di un aumento effettivo del numero di soggetti quanto di un incremento puramente statistico dovuto a una maggiore consapevolezza sanitaria e sociale del problema, a una espansione dei criteri diagnostici, a un miglioramento e a una maggiore diffusione di strumenti diagnostici standardizzati. L’autismo si pone dunque come una atipicità nello sviluppo del sistema nervoso, atipicità legata non a fattori educativi, relazionali o conseguenti a una qualche esperienza -o mancata esperienza- di vita, bensì legata a fattori “costituzionali”, di natura neurobiologica in grado di influire – soprattutto nel periodo prenatale- sullo sviluppo del sistema nervoso. In altre parole autistici si nasce e non si diventa. L’autismo, non si pone come una “malattia” in senso stretto, come qualcosa da curare, le persone in condizione di autismo non sono “rotte” bensì -forse paradossalmente- sono da considerare come persone sane ma con uno sviluppo atipico, che conduce a dei profili di funzionalità della persona che sono qualitativamente diversi dai profili tipici. Nei casi più fortunati (e più rari), questi profili possono condurre ad eccellere in alcuni ambiti: realtà e leggenda spesso si mescolano nell’individuare persone autistiche geniali che hanno fatto la storia della scienza o dell’arte. Il più delle volte tale atipicità rischia fortemente di impedire alla persona di riuscire ad apprendere tutto quello che potrà servire per vivere nel mondo fisico, relazionale e sociale e quindi di ostacolare l’adattamento al proprio contesto di vita. Dunque, se non vi è nulla da cui guarire, una persona in condizione di autismo non va “curata” ma è necessario “prendersi cura” di lei, in modo particolare occuparsi della sua traiettoria evolutiva, ovvero costruire un ambiente di vita capace di metterla nelle condizioni di apprendere tutto ciò che le servirà e quindi guidare tale traiettoria evolutiva verso uno sviluppo più tipico possibile. In base a quanto emerso con sempre più chiarezza dagli ultimi 30 anni di ricerca, l’intervento elettivo per l’autismo non si pone dunque come un intervento “terapeutico” in senso stretto, bensì come un percorso psico-educativo. Dobbiamo insegnare ai bambini, ai ragazzi, agli adulti con autismo (e alle loro famiglie) come crescere insieme al loro autismo, alla loro “neurodiversità”, come sviluppare quelle abilità che gli consentiranno di adattarsi nel migliore dei modi possibili a un contesto di vita. Tuttavia è proprio tale neurodiversità che impedisce a questi bambini di apprendere mediante la relazione affettiva ed educativa tradizionale. La ricerca ha sviluppato dei veri è propri protocolli di intervento in grado di individualizzare il lavoro psicoeducativo, costruendo dei curricula molto precisi finalizzati a “modellare” la traiettoria di sviluppo del bambino. Tali percorsi abilitativi possono fare la differenza e aumentare la probabilità che tale traiettoria conduca la persona “al di fuori dello spettro”, e al contempo sviluppando quel repertorio di abilità (cognitive, emotive e comportamentali) necessarie per un buon adattamento al contesto di vita.

Dott. Giovanni Grube - nato a Trieste il 18 marzo 1975. Maturità classica, laureato in Psicologia, specializzato in psicoterapia ad indirizzo cognitivo comportamentale, master in mediazione familiare e in psicologia scolastica. Ha lavorato presso la Fondazione Bambini e Autismo (organizzazione sanitaria accreditata, riconosciuta dal Ministero della Sanità, attiva dal 1998 nell’ambito dei Disturbi dello Spettro Autistico, operante in FVG e in Emilia Romagna); Attualmente esercita la professione di psicologo-psicoterapeuta occupandosi di autismo, di problematiche dell’età evolutiva, e di psicoterapia per l’adulto. Ha tenuto numerosi corsi di formazione, conferenze e interventi radiotelevisivi su tematiche legate ai disturbi del neurosviluppo e sull’autismo in particolare. Come rappresentante dell’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia, è stato membro effettivo del Comitato Tecnico Provinciale della Provincia di Udine per il diritto al lavoro delle persone con disabilità (Legge 68/99). E’ stato membro del comitato scientifico di “Progettoautismo FVG”, associazione di familiari orientata al supporto e alla condivisione di terapie abilitative per famiglie di persone in condizione di autismo. E’ consulente per le scuole dell’infanzia della provincia di Trieste afferenti alla FISM. Dal 2010 -come professore a contratto per l’Università degli Studi di Trieste- ha insegnato “Il trattamento cognitivo comportamentale all’autismo” presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia del Ciclo di Vita e attualmente “Psicoterapia cognitivo comportamentale per l’adolescente e l’adulto” presso la Scuola di Specializzazione in Neuropsicologia. Socio dell’“Associazione Italiana di Analisi e Modificazione del Comportamento” e della sezione italiana della “Acceptance and Commitment Therapy”.

 

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