Luigi Nacci, di origini siculo pugliesi, è nato a Trieste nel 1978. Ancora studente di Lettere Moderne, nel 1999 ha fondato assieme ad altri giovani poeti il gruppo de “Gli Ammutinati”, con i quali ha organizzato, o condiviso, slam poetry, reading, festival tenuti in varie località, tra cui Topolò, Vilenica, Duino, Pordenone, Monfalcone. Le sue prime esperienze creative sono dunque legate alla poesia e alla realizzazione di spettacoli teatrali e di cortometraggi. Forse ricordando il periodo dell’Erasmus passato in Ungheria, ha intitolato Il poema marino di Eszter1 il suo primo racconto in versi, strutturato in quartine, pubblicato nel 2005 da Battello stampatore. Il nome scelto per simboleggiare la sfuggente ed affascinante donna decisa ad inerpicarsi sulle montagne e di scendere negli abissi, rimanda a quello reso celebre della scrittrice magiara Magda Szabó, L’altra Eszter, un lungo sfogo crudele ed astioso con cui una delle più affermate attrici teatrali nell’Ungheria del secondo dopoguerra si rivolgeva al grande amore della sua vita. Ma ricorda soprattutto il romanzo breve di Sándor Márai, L’eredità di Eszter, racconto di una donna che per vent’anni ha vissuto un’esistenza piana e senza scosse, nell’inconsapevole attesa del ritorno del solo uomo che abbia mai amato e grazie al quale ha conosciuto «quel senso di allarme continuo»; è stato questo ambiguo sentire che ha dato senso alla sua esistenza e che la condannerà a subire l’inganno finale. Anche Nacci affrontava in quel suo primo brevissimo poema il tema dell’amore, della sofferenza, del tradimento, della rivalsa nei confronti di una donna medusea: «Ma amore,/ foss’anche l’ultima cosa che faccio, il tuo / sguardo io troverò, foss’anche l’ultima tappa/ del viaggio, il tuo sguardo io troverò». Battello stampatore gli ha poi affidato la cura della sua collana “i libretti verdi”, insieme al pittore/illustratore Ugo Pierri e al poeta Matteo Moder.

Luigi NacciVincitrice del primo premio al Concorso per tesi di laurea promosso dal Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia, è risultata poi la sua tesi di laurea: lo studio partiva da un’indagine condotta attraverso un questionario tra i vari poeti triestini e proseguiva con un’analisi accurata sui vari filoni della poesia cittadina: Trieste allo specchio. Indagine sulla poesia triestina del secondo Novecento era il titolo, che è stato scelto anche per la pubblicazione, sempre per lo stesso editore, avvenuta nel 2006. Poema disumano è invece la tesi del master “L’arte di scrivere” frequentato presso l’Università di Siena e pubblicata da Cierre Grafica (Verona) e Galleria Michelangelo (Roma). Qui è la “condizione umana” del terzo millennio ad essere posta sotto osservazione. «La diagnosi è presto fatta: paralisi e mutilazione./Strascichiamo e strisciamo terraterra»2. Dalla morale all’ecologia, dalla memoria al linguaggio, il viaggio dell’umanità è seguito scoprendo l’involucro delle illusioni dentro cui la mente ha sempre preferito nascondersi. Scopo del poeta era invece mettere in evidenza le crepe dei ragionamenti costruiti per nascondere l’essenza di una vita nuda e vulnerabile, preda delle ombre, avviata verso il silenzio della morte. L’autore confermava così ciò che molti artisti prima di lui avevano avvertito, ovvero che la realtà finisce sempre per inghiottire il disegno umano, risucchiandolo in meandri infiniti che non portano a nessuna meta, anche perché si è erroneamente scambiato lo sviluppo economico, tecnologico, o altro, per il progresso. Che i piani pericolosamente si confondano Nacci lo ribadiva lavorando su un linguaggio che non rifiuta, come normalmente accade, la trasparenza e che non copre ogni caducità, spesso proiettata su uno schermo che la opacizza, modificando così l’orizzonte di senso. Come gli altri Ammutinati, coi suoi versi voleva spaccare lo schermo, spaesarsi, uscire dal quadro, mostrandone le incongruenza. Ritmi musicali festosi possano infatti drammaticamente coprire suoni funebri: «Rombano i cacciabombardieri in barba/all’armistizio, baldanzosamente. /S’imbufaliscono, s’imbestialiscono/roboanti, si mettono a barrire, /s’imboscano nelle perturbazioni/ e improvvisamente sbrecciano il cielo/a rumbe e carimbe tambureggianti, /a mambi, a sambe, a bombe intelligenti» (ivi, p. 39). Ribaltato il senso, la vita risulta essere, al di là delle coperture costruite ad hoc, una corsa verso l’annientamento: «Più diffusa del giallo lunare, che ha orrore/di filtrare nei boschi, è quest’ansia inesausta/di contatti e sapori che macera i morti. Altre volte, nel suolo li tormenta la pioggia» (ivi, p. 40).

Con Inter nos/ss, pubblicato nel 2007 a cura della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Nacci sembra partire da quelle premesse. Ben consapevole di appartenere a una società tendenzialmente priva di memoria critica e protesa piuttosto alla costruzione di eden artificiali aperti ad una godibilità di massa, rifletteva sul mutamento antropologico di cui si faceva giovane, e dunque ancor più sensibile, testimone. La civiltà contemporanea gli sembrava essersi disfatta nei suoi presupposti di valore proprio perché è stata organizzata per offrire ai propri utenti modelli unici di vita, omogenei e funzionali ad un mercato globale. Ed è qui, allora, come ci ha insegnato il passato, che il poeta sapeva di dover intervenire, per individuare alcune possibili vie di fuga. Molte sono le figure della modernità che Nacci ha rivisitato, dalle ideologie progressiste, ora decomposte, alle merci feticcio che giacciono subito abbandonate per obbedire alla logica dell’industria, anche culturale, che per sopravvivere ha bisogno dell’obsolescenza continua dei suoi prodotti. Uno dei simboli della contemporaneità individuati da Nacci era allora proprio la discarica, non più luogo separato dalla città, ma parte integrante della metropoli, la sua periferia. Qui si mostrano nella loro immediatezza le nuove modalità conoscitive, legate al corpo più che all’intelletto, e le moderne strategie di potere, violente ed ingorde, incapaci di progettare un futuro: proprio sulla fisicità, sull’odore, infatti, il clochard punta per delimitare la sua zona, o con l’esibizione della forza fisica le gang delimitano il proprio spazio. Le periferie rappresentano l’incubo della povertà, il segno del fallimento, lo spazio orrido di degrado, simbolo anche di affetti perduti, di progetti falliti, di feticci infranti, luogo dove si accumula spazzatura, più antenne paraboliche che lavandini funzionanti, tutto il rimosso scandaloso del centro. Ma proprio qui, paradossalmente, è più facile trovare gli anticorpi. Il centro della città, levigato ed inodore luogo del potere, espelle i propri rifiuti verso la puzzolente periferia, un tempo abitata da una minoranza di emarginati che, anche dal punto di vista culturale, ora sta vistosamente diventando maggioranza. Nella discarica, simbolo più che mai attuale della condizione contemporanea, si stratificano a ritmo sostenuto detriti di cui viene cancellata anche la memoria: su questo schermo Nacci proiettava le sue parole, pesanti ed illuminanti, tese a fustigare i desideri di un’umanità in delirio. Solo a questo punto faceva scattare quella che Gastone Bachelard aveva chiamato La poetica dello spazio per cui lo scrittore descrivendo uno spazio quotidiano evoca un’immagine poetica nuova che porta il lettore a far emergere echi e richiami, non necessariamente legati al ricordo. L’appartenenza al mondo delle immagini è più forte del dato reale, più costitutiva del nostro essere, come ha scritto nel saggio  Le dormeur éveillé. La fantasticheria esplode dunque nell’attraversare quella immonda distesa reale. Il testo, cadenzato sui ritmi di un’epica moderna, risulta quasi un antipoema che fonde l’armonica composizione metrico linguistica in ottave ricche di allitterazioni con una straordinaria e spaesante varietà lessicale. Questa polifonia è funzionale con la finalità dell’opera, pensata, come la precedente, come istallazione acustico-visiva con i disegni grotteschi di Ugo Pierri, le musiche e gli effetti fonici di Lorenzo Castellarin e le voci di dieci attori. L’effetto è una fusione di sogno e ideologia, citazioni letterarie e odori della discarica, per rimettere in gioco forze finora insospettate e avvertire l’altro/a ridotto/a ad essere «foglia secca accartocciata che non smette mai di cadere, cadere e cadere ancora». La poesia mostra il pericolo incombente, ma non può fare di più. Se l’altro, il tu, il noi, non arresta la corsa verso l’abisso «non ci sarò io a raccoglierti». La letteratura sembrerebbe avere, in questa fase, una funzione anche civile.

In Trieste allo specchio Nacci ha dedicato alcune pagine anche alla propria esperienza di “ammutinato”, riflettendo innanzitutto sul rapporto, particolarmente stretto a Trieste, tra associazionismo culturale e istituzioni: il, seppur esiguo, contributo economico offerto dalla politica regionale ai tanti circoli, club, gruppi letterario-artistici, è certamente indice di un elevato spirito civile ma anche di un modo elegante per esercitare un controllo sociale sulle iniziative e sull’operato della parte più inquieta e innovativa della propria cittadinanza. Sarebbe una sorta di do ut des per monitorare quelle che Zygmunt Bauman ha definito comunità «carnevalesche» o «esplosive» ovvero organizzatrici di «eventi che rompono la monotonia della solitudine quotidiana»3. Queste attività tendono ad essere effimere, transitorie, incentrate su un unico aspetto o finalità, che nel caso specifico sarebbe «il tentativo di genocidio o di pulizia “etnica”» (ivi, p. 233). Gli Ammutinati però non pescano i loro modelli da quella specie di confederazione letteraria che parrebbe replicare in miniatura la multipolarità dell’impero asburgico. Non volevano una poesia formalista, elitaria, invaghita di uno sperimentalismo fine a se stesso che secondo loro avrebbe ancor più divaricato la frattura tra poeta e pubblico. Pur senza una linea programmatica precisa, questa dozzina di giovani poeti nati tra il 1974 e il 1979, assai diversi tra loro per formazione culturale, comincia a realizzare prima a Trieste, poi in Italia e anche all’estero decine di letture in pubblico, che gradualmente si trasformano in happening L’obiettivo era scatenare l’attacco contro il nemico, come voleva il festival “Pianeta Poesia”, organizzato al teatro Miela nel 20024. Ma è sorto poi un problema: chi era esattamente l’altro, il nemico da sgominare tramite genocidio? Non più, come nel sessantotto, un avversario interno alla polis, da liberare attraverso un’azione politica, come sosteneva Marcuse, e neppure un’entità più difficilmente isolabile e identificabile, che il Movimento del 1977 identificava nel potere, quello capace di modificare i comportamenti dei gruppi umani. Per questa avanguardia bisognava insomma scompaginare qualsiasi centralità oggettivamente data, attraverso performance che non prevedevano alcuna presa di potere, ma il suo dis/velamento. Emergeva insomma, al di là dell’insurrezionalismo di alcune frange di estrema sinistra, la piena consapevolezza dell’irreversibile crisi delle politiche e degli orizzonti rivoluzionari del decennio precedente. La globalizzazione infatti stava modificando i termini del problema, aumentando le disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza mondiale, facendo crescere il peso delle grandi imprese multinazionali, mostrando gli effetti sociali ed ambientali delle pratiche neoliberiste e finendo per suscitare un crescente dissenso. Tra i no global si diffondeva il mito di una «solidarietà comunitaria che assume le forme di un rituale di purificazione»5. Nacci, come ciascuno degli Ammutinati, dopo la destabilizzazione della cultura «esplosiva» che li aveva uniti, e quando la globalizzazione aveva mostrato i suoi primi segni di crisi, continuava la sua ricerca personale.

Intanto continuava a sondare le possibilità di una poesia performativa, quella di Rosaria Lo Russo e Lello Voce. Nel suo Madrigale OdeSSa (Napoli, Edizioni d’if 2008) riprendeva la sigla ss posposta a Inter nos. Partiva dal ritrovamento nel cassetto di una pensione in Patagonia di un dattiloscritto di tre gerarchi delle SS rifugiatisi in Argentina grazie a O.D.E.S.S.A.6 per connettere tra loro poesia e musica, oralità e scrittura, storia e racconto, parola e gesto: i ritornelli di canzoni popolari tedesche degli anni Venti e Trenta diventavano versi di canzoni popolari italiane, argentine, triestine e fiumane, leggeri e cantabili come lo sono appunti i madrigali. L’anapesto però riproduceva il ritmo delle marce che avevano accompagnato violenti episodi di vita militare. Anche in odeSS7, la silloge che univa testi di Inter nos/SS e Madrigale OdeSSa, più altri versi, l’andamento prosodico suggeriva irrisione verso la presunta normalità dei carnefici nazifascisti. La memoria storica, appresa dai libri, si interfacciava col presente vissuto, evidenziando così le contraddizioni del mondo attraverso un’amara ironia.

Poi Nacci ha momentaneamente abbandonato la poesia. Alzati e cammina. Sulla strada della viandanza è una sorta di buona novella laica di “purificazione”, in cui a un “tu” che è un lui, una lei, o anche se stesso, l’autore si rivolge per avviarlo al «cammino». Tra le altre compare la citazione del musulmano sunnita Al-Nawawi: «vivi nel mondo come se fossi uno straniero o un viandante». Coniugando, come negli slam poetici, l’elemento fisico, allora la voce e qui il cammino, a un esercizio mentale, rivolgeva un invito a invertire la logica che obbliga ad accumulare beni, onori, affetti, amicizie e dunque a liberarsi del superfluo e diventare leggero, luminoso, “bianco”, colore che, a differenza del nero, riflette le onde luminose che assorbe per poi riverberarle sugli altri. Denso di riferimenti antropologici, sociali, filosofici del presente e anche del secolo passato, Nacci andava oltre le riflessioni della cultura postmoderna che con Jean François Llyotard, Gianni Vattimo, Paul Ricoeur sottolineava la dimensione plurale di un “io” che non poteva più pensarsi cartesianamente come ordinatore: si scopriva piuttosto come transito di un fascio di linee confinarie che finivano per annullare la sua differenza con «l’altro». Sottolineavano insomma la dimensione plurale dell’essere e dunque la sua permeabilità all’ingresso nella propria coscienza di quelle di altri soggetti. Per il viandante di Nacci invece non ci sono confini da oltrepassare, non c’è un progetto da portare a termine, perché è la «soglia» lo spazio da privilegiare, visto che si estende all’infinito. Camminare sotto la pioggia battente, camminare per andare a trovare una persona cara, camminare per perdersi e ritrovarsi, bussare per chiedere dell'acqua, godere della sosta, fare della viandanza la propria casa, avviarsi al cammino senza cellulare o portafoglio o scorta di viveri. E, viceversa, aprire la porta, lasciarla aperta, imbandire la tavola: perché non esiste viandante senza chi lo accolga. «L’altro» qui non è solo un esercizio teorico, è una persona fisica che si incontra realmente e il cammino non è solo metafora, visto che Nacci è anche uno dei fondatori dell’Associazione del Movimento Lento, una guida della Compagnia dei Cammini, e animatore dei Rolling Claps, votati alla riscoperta di antiche vie di pellegrinaggio e di viandanza. La buona novella è esemplificata sulla propria esperienza che, almeno per la durata di quella prova, ha consentito di vivere secondo parametri inusitati: «All’andata c’è sempre una meta, anche se piccola, anche se invisibile. Ma nel cammino del ritorno la meta è il cammino, e l’amico è un fantasma, e non c’è nessuna utilità, nessun traguardo, perché la casa verso cui tendi non esiste. La casa è lo zaino. È lì, esattamente lì, in quel metro di terra in cui ti fermi e lo intuisci, che appare la fune. E non ci sono alternative: o la domi tu, o sarà lei a domarti. È nel cammino del ritorno, il ritorno verso una casa che non c’è, che si diventa viandanti. Sta lì, la rivoluzione»8. Il libro, vincitore del premio L’Albatros-Città di Palestrina per la letteratura di viaggio, ha avuto altre edizioni, evidentemente venendo incontro ad un esigenza diffusa tra un pubblico particolarmente sensibile ai rischi cui è esposta l’umanità nel sistema di vita contemporaneo. Pur consapevoli che di un’esperienza individuale si tratti, molti, almeno per un periodo, si sono mostrati disposti a disfarsi degli oggetti che appesantiscono lo zaino, ovvero delle abitudini superflue, delle comodità della vita sociale, per utilizzare il proprio tempo piuttosto a camminare e scoprire così che si possono allentare rapporti e amicizie ricercate a volte solo per convenienza o per paura di sentirsi esiliati, soli.

Viandanza. Il Cammino come educazione sentimentale usciva due anni dopo per Laterza. La struttura narrativa è un po’ diversa da Alzati e cammina: rimane il tono vagamente predicatorio nei confronti di un tu che specificatamente è riferito, nonostante la forma maschile usata su consiglio dell’editore, a tutti i generi. Compare tuttavia una mappa dei principali cammini europei e una ricca bibliografia sui diversi sentimenti che il viandante può provare nel corso di questa sua esperienza descritta, nel caso specifico il Cammino di Santiago: paura, stupore, spaesamento, nostalgia, disillusione, stupore, allegria, arroganza, umiltà, sono gli stati d’animo di cui il racconto autobiografico rende conto, arricchendo la narrazione con citazioni tolte da testi letterari e saggi storico-culturali. La moda, che ha creato un flusso considerevole di persone disposte a percorrere a piedi quel cammino, viene misurata su una tradizione secolare del viaggio nei luoghi santi, un tempo intrapreso per trovare risposte a domande eterne e difficilmente risolvibili. Infatti non mancano pagine sull’esperienza del divino e sui sistemi di accoglienza ai pellegrini. L’io narrante, che a un certo punto si fonde con il tu del narratario trasformandosi in un noi, avverte però che non basta intraprendere quel singolo cammino per trasformare la propria vita e che trovare salvezza nella rinuncia non significa stringere la cinghia per qualche settimana. Al di là del richiamo affascinante del viaggio a piedi, per cambiare bisognerebbe, piuttosto, accettare la «frugalità, che rimanda al frutto della terra, ed è con quella che dobbiamo accogliere la rinuncia»9. Alleggerire lo zaino, insomma, significa non confondere la propria casa di mattoni con la vera casa, ovvero il luogo in cui si è provata «una particolare situazione amorevole di riconoscimento reciproco, di scambio, di umanità. Dove può avvenire ciò? Soltanto sulla soglia» (ivi, 134). Così sentendo, si può accogliere il viandante senza sapere se sia onesto o un truffatore, perché l’«ospitalità è autentica soltanto quando non si conosce l’ospite; quando essa non fa distinzione, e non accetta solamente i saggi, i credenti e gli appartenenti alla propria casta» (ibidem). Nacci ha “camminato”, solo o con altri, attraversando paesaggi che raccontano antiche storie del nostro continente, immettendosi in un percorso che affatica, sfianca ma che trasforma. La viandanza dunque non si conclude mai, è un processo continuo: «Ecco, spero che, quando ci rincontreremo, che sia nelle mesetas sconfinate del Cammino di Santiago, sulle crete lunari della Via Francigena, su una mulattiera montana infestata dai draghi o su un tratturo dismesso a fondovalle, in una zona industriale qualunque del mondo, o dalle parti di Atlantide, noi riusciremo a fare come quel monaco: sorridere e godere di quel che abbiamo, sapendo che non siamo altro che creature di passaggio» (ivi, pp. 135-6).

La riproposta di una verità inconfutabile, la vita come breve passaggio in questo mondo, si pone nell’ottica di contrastare una cultura che nell’epoca presente vorrebbe eludere il tema della morte. Il progresso tecnico scientifico, ma anche l’individualismo che si è imposto come valore di riferimento assoluto, spingono ai margini della vita pubblica quell’evento inevitabile. Costruendo la propria esistenza in modo indipendente, sciolta dai vincoli stretti della comunità, si è trasformato il morire in una questione privata, quasi una sconfitta, oggetto di vergogna. Nacci non supportava soluzioni salvifiche, ma sottolineava quanto l’esistenza umana fosse legata anche ai cicli naturali: per questo induceva a piegare l’egoismo dell’io non tanto per punirlo, quanto per inserirlo in un più vasto “noi”, capace di rendere eterna la vita, un noi che comprende sia figure la cui memoria durerà nel tempo che persone vissute nell’anonimato.

Poi ha affrontato il cammino nella sua città. Nel saggio Trieste Selvatica si è messo sulle tracce di artisti che non hanno avuto spazio adeguato nella memoria collettiva. La città infatti viene conosciuta per i suoi palazzi, le banche, le assicurazioni, le residenze imperiali, le regate veliche, i caffè storici. Ma in questo racconto l’esperto di letteratura patria e il viandante uniscono le loro competenze per seguire un percorso metropolitano fitto di rimandi ai tanti autori che vi hanno lavorato, che non sono sempre ricordati e che invece hanno saputo restituire i caratteri di una città complessa. Trieste è definita di per se stessa «soglia», contraddittoria e per certi aspetti ancora sottaciuta per quel che riguarda la sua parte “malfamata”, quella abitata da genti provenienti da ogni dove, geografico e sociale. Al di là di considerazioni di carattere sociologico, ciò che importa è la dialettica venutasi a creare tra i vari poli identitari che di volta in volta ne indicarono il carattere: italiano, romano, mitteleuropeo, balcanico.... Il cammino porta l’autore verso le periferie, incrociando così modeste locande, osterie e bordelli, dove si incontravano anche artisti, spie, soldati, portatori di storie anomale rispetto la narrazione ufficiale. Viene qui proposto un racconto imperniato sul punto di vista dei più fragili, che stride con quello narrato dai più forti. Sempre con lo zaino in spalla, e con ciò che esso significa, Nacci ha percorso allora i sentieri che portano fuori città, sul Carso, in verità poco frequentato dai letterati cittadini, e invece riscoperto nel suo rapporto strettissimo con Trieste: quel luogo racconta di sassi e boscaglie, doline e foibe, sentieri e trincee dove si è combattuto e dove si sono viste stragi feroci innescate da sentimenti di vendetta. E dove peraltro trovano rifugio vagabondi pacifici e transitano i profughi in fuga da paesi divenuti invivibili. Il viandante letterato spalanca i polmoni all’aria della selva, scoprendo di poter così attingere a una forza selvaggia e liberatoria. Con questa disposizione invita il lettore, da qualunque paese venga e qualunque lingua parli, a venire a Trieste, Trst,Trieszt, Tergeste, città italiana, slovena, tedesca, ungarica, romana che sia: «È casa tua, non è casa di nessuno [...]. Pianta la tenda in piazza Unità come se fossi nella selva. Aiutaci tu, forestiero, a riesumare le foreste che sono in noi. Vieni come vuoi, ma ti prego, in nome dell’amicizia che abbiamo stabilito in questo limite, vieni sorridente e con le mani alzate, spiegaci come ci si arrende, facci conciliare in qualche modo, insegnaci a coniugar i verbi al futuro, vieni in pace»10.

Il narratore comunque, giocando sul famoso incipit del Mio carso di Slataper, si è svelato fin dalle prime pagine nella sua precisa identità sociale e culturale, e nei suoi rapporti con la cultura cittadina, tanto è ampia e tuttavia selettiva la rassegna bibliografica che fornisce in calce al volume. Ha scritto ancora un libro sulla viandanza, Non mancherò la strada. Che cosa può insegnarci il cammino, dove però già nel titolo il pronome io si trasformava subito in noi, rivelando l’intento di un protagonista che dichiara di farsi exemplum per il tu. Ce l’ha fatta l’autore? Certo, ha individuato la via per un’educazione sentimentale che testa innanzitutto su se stesso, ma “farcela” non significa ovviamente aver premuto il bottone giusto dell’ascensore socio-culturale rispetto ad avi che lavoravano con le mani. Anche pubblicare con Laterza poteva certamente significare per lui ampliare il proprio pubblico, ma non avrebbe aumentato la felicità di scrivere anche se pochi, o nulli, potevano essere i lettori. “Farcela” significa invece fare tutto il possibile per restare nella polvere della terra marginale e desolata, con l’entusiasmo del primo giorno, con lo stesso vestito del primo giorno, custodendo tra le mani, brillante, la vecchia gavetta di latta del primo giorno»11. E difatti «non mancherò la strada» come scrisse Wordsworth, è il racconto della propria esperienza di viandante che ha ricevuto e dato perché ha capito che «tutto ciò che non è donato è perso» (ivi, p. 240).

Con uno zaino alleggerito di molto, Nacci è potuto allora tornare al suo punto di partenza, Il poema marino di Eszter, e rivedere lo snodarsi di sentimenti che allora lo avevano attraversato. L’io narrante per certi versi gli assomiglia, ma non è questo il punto, che del resto chiarisce benissimo. «Ma pensi ch’è un’autobiografia e non la mia» è a frase posta in esergo, contenuta nella famosa lettera di Svevo a Montale del 17 febbraio 1926. Significativo è piuttosto lo spostamento dell’esperienza della viandanza su un sentiero assolutamente tutto interiore, dopo che l’incontro con un’altra donna ha spezzato la coppia di cui era parte. Qui non ci sono rimandi bibliografici e sistematica si fa la grammatica delle emozioni individuali che squaderna con il suo, momentaneamente, ultimo libro, I dieci passi dell’addio: il dolore, la nostalgia, la gelosia, il tradimento, la ricerca della pace, la solitudine, la memoria. Forte della sua creatività vagamente surreale, e della sua esperienza di poesia che gli facilita l’uso di immagini non necessariamente legate in un continuum narrativo, Nacci colloca l’io narrante in uno spazio-tempo che da una parte affonda in un sentimento irrazionale, ondivago, imprevedibile come l’amore, dall’altra deve regolarsi con la logica di un apparato burocratico che alla fine di una relazione sentimentale prevede anche una seduta dal notaio. L’incontro con questo personaggio è il termine ad quem da cui lo scrittore misura le tappe dell’intero suo rapporto cui ha deciso di porre fine. Procede per trentuno stazioni orientate verso un obiettivo irrinunciabile, quello di mantenere in qualche modo vivo l’amore e che, pur sotto altre forme, deve poter resistere nel tempo; ma senza per questo rinunciare al proprio karma, pena il lasciarsi incapsulare in una vita che allora scorrerebbe falsa. Qui oggetto di una disanima è dunque il sentimento d’amore che deve potersi sciogliere dalle formalità sociali e anche da sensi di colpa che potrebbero minacciarne l’autenticità. Per entrare nel territorio del folore. Certo, è necessario sapersi trasformare, iniziando dal dover cambiare il modo di vedere la “casa” e cambiar nome alle stanze e gli oggetti che prima erano condivisi e che ora non lo sono più.

Infinito è l’inventario delle cose e delle situazioni rammemorate, che infittiscono la trama di una storia che aveva visto i due protagonisti fino a quel momento perfettamente sodali. Ma è proprio il senso della viandanza a separarli. Classica è infatti la prova, non solo metaforica, dell’attraversamento del bosco in una giornata tempestosa: ci si può sentire bene o aver paura, continuare verso la cima, magari fuori sentiero, o cercare la via breve che riconduca sulla strada maestra. Il viandante, si sa, non può scegliere, deve abbandonarsi alla propria natura e confondersi con gli alberi, le volpi, i tassi, gli orsi. Invece, per sostenere lei, è sceso lungo la più sicura via segnata. Così facendo ha capito che non gli rimaneva altro che l’addio. Ma vuole restituire forza a quell’amore elencando e ricordando le cose belle che lei gli ha lasciato, quelle essenziali, prima fra tutte il sorriso che ha illuminato sempre ogni persona su cui il suo sguardo si posava. Così la loro storia potrebbe prolungarsi nel tempo, magari metamorfizzandosi in altre forme e in altri spazi, con protagonisti che si sentono finalmente liberi di farsi «sbalzare dalla vita, perdere l’orientamento, custodire le ferite come ostie, ballare e piangere»12. Certo, in un momento storico come questo, dominato da un individualismo spinto, è senza dubbio un messaggio coraggioso indicare nell’amore la bussola che potrebbe guidare ciascuno di noi, notaio incluso. Di più, Nacci, andando oltre ogni logica amministrativa, afferma con forza che l’amore dovrebbe essere qualcosa che si insegna a scuola, che bisognerebbe istituire pure un ministero della compassione cui potersi rivolgere per congedi dedicati a far visita agli amanti afflitti. Solo continuando ad amare, infatti, si può guarire. In un finale onirico, maestosamente rasserenante anche lei, che è stata ferita, potrà infine riprendere in mano la propria vita, planare con dolcezza sui giunchi, salutare la salicornia, essere festeggiata da falchi pescatori e dalle nutrie che in suo onore sventoleranno collane di alghe. Potrà infine atterrare: «Farai nove passi, al decimo passo ti fermerai. Ti guarderai intorno, alzerai una gamba, chiuderai gli occhi, li riaprirai» (ivi, p. 111).

Cristina Benussi


NOTE

  1. Il poema marino di Eszter, Trieste, Battello stampatore, 2005, p. 10.
  2. Poema disumano, Verona, Cierre Grafica, 2006, p. 16.
  3. Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza 2002, p. 237.
  4. L’associazione dal novembre 2013 ha cambiato nome in LIPS – Lega Italiana Poetry Slam, unendo la quasi totalità delle scene dello slam italiano.
  5. Richard Sennett, Usi del disordine. Identità personale e vita nelle metropoli, Genova, Costa & Nolan, 1999, p. 44.
  6. Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen, “Organizzazione degli ex membri delle SS”, che verso la fine della seconda guerra mondiale pianificava la loro fuga soprattutto in America Latina.
  7. Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos 2010.
  8. Alzati e cammina, Portogruaro, ediciclo editore, 2014, p. 178. Il logo dei Rolling Claps che sigla le pagine bianche destinate a contenere il commento del lettore/trice, è stato disegnato da Ugo Pierri.
  9. Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale, Roma-Bari, Vi ed. 2021, p 133.
  10. Trieste selvatica, Roma-Bari, Laterza, 2019, p.183.
  11. Non mancherò la strada. Che cosa può insegnarci il cammino, Roma-Bari, Laterza, 2022, p. 150.
  12. I dieci passi dell’addio, Torino, Einaudi, 2024, p. 102.
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Sezione Musicologia

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Sezione Scienze matematiche e naturali

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Sezione Relazioni Internazionali e Integrazione Europea

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Sezione Scienze Morali

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Sezione Spettacolo

sede via Besenghi

via Besenghi, 16 • 34143 Trieste
presso Seminario Vescovile

tel/fax 040 3404100
info@circoloculturaeartits.org

Iscrizione al Circolo

C.F. 80022560322

Segreteria

ORARIO PER IL PUBBLICO

dal lunedì al giovedì
dalle 9:00 alle 11:30

sede via Besenghi

Dove siamo

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