Massimiliano Rotti è un ex musicista ed ex tecnico del suono, con alle spalle 25 anni di carriera nel mondo dello spettacolo live e televisivo. Nato a Trieste negli anni 70, dove ha vissuto fino all'età di ventisei anni, si è poi trasferito a Milano con l'intenzione di fare il musicista. Nel 1996 grazie alle conoscenze nell'ambiente musicale e grazie ad un corso statale per tecnico del suono, ha iniziato a lavorare come free lance per eventi live, sfilate di moda, show teatrali, cortometraggi. Nel 1999 viene ingaggiato dalla Colorsound per la produzione del tour “La Prova” di Raf e dal 2000 ha iniziato una collaborazione con la band degli “Elio e Le Storie Tese” durata fino al 2004. Ha collaborato con programmi televisivi come Music Farm, Scherzi a Parte, X Factor, Master Chef, The Voice e dal 2006 al 2010 a quattro edizioni dell'Isola dei Famosi in Honduras e Nicaragua. E' stato responsabile dal 2010 al 2018 gli eventi live del Festival del Cinema di Venezia. Ha avuto due figli dalla sua compagna, Cristina Mauri, scrittrice, divulgatrice e influencer nel campo della cucina vegetariana e vegana. Attualmente scrive a tempo pieno e risiede nella provincia di Como con la sua famiglia, un cane e un gatto.

Massimiliano RottiMassimiliano Rotti ha esordito come scrittore nel 2012 pubblicando la sua prima raccolta di shorts stories Morte Al Cinema (Blurb), ispirati alla vita vera relativamente a personaggi piuttosto desueti, veri e propri casi umani dei quali poco si sa. Anche il suo romanzo Calcare. Cronache da Nord Est uscito nel 2023 propone personaggi e scorci paesaggistico- antropologici inusitati rispetto alla tradizione narrativa triestina consolidata. Pubblicato in anteprima su Bokabook, e sostenuto da lettori che lo hanno pre-ordinato, racconta di una Trieste diversa rispetto all’abusato cliché di colta città mitteleuropea, di frontiera in perenne conflitto identitario, o di emporio commerciale per l’est balcanico. Tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento la città era piuttosto alla ricerca di un rilancio economico e culturale, che sarebbe avvenuto più tardi, grazie anche ad investimenti che, oltre a rivitalizzare il porto e il settore industriale, l’avrebbero avviata ad assumere un ruolo significativo nel settore della ricerca scientifica. Il romanzo è ambientato in questo scorcio di anni, ma non mette a fuoco la metamorfosi di una borghesia in buona parte attratta da uno stile di vita basata sul consumismo e sull’apparenza. Il riflusso ideologico e politico spingeva anche una certa categoria di giovani, i cosiddetti yuppies, ad occuparsi delle proprie ambizioni personali e professionali piuttosto che delle questioni riguardanti la collettività. In questa fase di ottimistica spensieratezza, chiusa con gli scandali giudiziari di Tangentopoli, prendeva intanto avvio un processo di informatizzazione che anticipava il dinamico futuro tecnologico del nuovo millennio.

Il romanzo lascia quest’ambientazione sullo sfondo, per entrare piuttosto nelle storie di un gruppo di giovani che abitavano le periferie popolari della città. Tramontata ogni ipotesi di impegno civile e sociale che aveva coinvolto il mondo studentesco ed operaio dei decenni precedenti, i protagonisti di Calcare, tagliati fuori dal benessere consumistico, alimentavano i loro sogni con altre suggestioni, che venivano da una diffusa sub-cultura di respiro internazionale: era la musica metal, quale unica possibilità di riscatto, a dare altrimenti sfogo alle inquietudini e alla rabbia che covava sotto la pelle questa generazione cresciuta nel segno della marginalità culturale ed esistenziale. Gianca, Alan, Sandro e Caio, come molti altri ragazzi cresciuti nei quartieri popolari, figli di genitori che poco li potevano seguire, erano perennemente a caccia di soldi per qualche spinello o per epiche bevute di birra, vino e Grand Pumpel (Gran Pampel). Si trovavano con ragazzine provocanti e disinibite, ma messe in guardia da un femminismo ancora vigile. Sempre in gruppo, inseguivano loro sogni spostandosi attraverso luoghi sconosciuti all’iconografia cittadina classica, mete di incontri per evadere da una Trieste sentita come una gabbia che avrebbe voluto costringerli a una vita dedita al lavoro e all’indipendenza economica. Scorrono così le immagini letterariamente inedite di piazza Goldoni, che di sera in una sua parte si trasformava in parcheggio di un Free Festival degli Hawkwin. Qui il traffico si bloccava nello spazio davanti alla taverna dei Murago, intasato da gruppi di giovani per i quali l’importante era distinguersi sempre ed ovunque con tatuaggi, croci alla rovescia, catene, spille da balia o chiodi nelle orecchie e la boccetta della trielina in tasca (p. 133); altra destinazione ove far scorrere il tempo e incrementare il sogno era il Mini Car, la sala giochi che non aveva ancora quelli elettronici, ma i flipper, il ping pong, il biliardino e una pista gigante di macchinine che faceva tutto il giro del locale. Teatro delle loro azioni erano pure via dell’Istria, via del Pozzo, una strada persa nei meandri di Campo San Giacomo, dove si trovava una delle sale prove delle band; palcoscenico delle loro bravate erano via Crispi, via Ginnastica, Barriera Vecchia, la Stazione centrale, via Tiziano Vecellio, via Tigor, Valmaura, via Flavia, la Luminosa, II Posto delle Fragole all’OPP, ma anche una ricca villa sulla costiera, dove erano capitati quasi per caso e dove avevano dato prova della loro “spensierata” forza devastatrice. Centrali, nel racconto erano la cava di Zolla, dove venivano organizzati affollatissimi concerti, quella di Sistiana dall’acustica perfetta, e la costa dei Barbari, dalla lunga storia. Si trattava eventi autogestiti del tutto abusivi, ovviamente.

Massimiliano Rotti spalanca ora la porta di quel mondo di sogni e di suoni e, da professionista qual è, illumina con una certa empatia quel buco nero in cui sono avvenute scelte e accadimenti di vita di un gruppo che ha dovuto infine prendere atto della realtà, refrattaria a essere piegata da evasioni fantastiche. Si ritroveranno, solo in tre, alcuni decenni dopo, nello stesso luogo da dove tutto era cominciato, la Stazione marittima di Trieste. Qui si era svolto il concerto dei Steel Crown, seguito da una loro trionfale esibizione, e da una furiosa scazzottatura successiva, temerariamente avvinti all’illusione di trovare un senso che non riuscivano ad esprimere, per acchiappare una qualche forma di felicità. Governati da una narrazione sapiente, i dialoghi, ovviamente, sono riportati in dialetto triestino, a volte nel gergo crudo di un lessico greve. Caio esprime bene la natura di questo gruppo sociologicamente coeso che ha alle spalle famiglie di solito monoreddito dove «nulla era più definitivo del provvisorio» (p. 34), dove nei pacchetti di Babbo Natale non c’era mai stato quello che si aveva chiesto ma solo calzini e canottiere, dove la fine del mese significava chiedere prestiti alla banca, dove per i figli non c’erano mai stati giri sugli autoscontri al Luna Park, niente giocattoli nuovi, né gite con la scuola. A questa situazione si sarebbe potuto porre qualche rimedio, come ha fatto il fratello Berto, trovandosi un lavoro e, a forza di volontà e sacrifici, riuscendo a superare la soglia della povertà, con un salto sociale per lui gratificante. Soluzione impensabile per Caio, che preferiva chiudersi in camera, sedersi per terra e pensare a quello che gli sarebbe piaciuto avere, fino a quando questo non gli appariva: il Big Jim con il tasto sulla schiena per la mossa di karate, la posta Polistil con la macchinina di Niki Lauda e le patatine fritte con la maionese che facevano alla rosticceria di via Crispi. Le sue fantasie finirono per convincere il gruppo a giocare tutti insieme una schedina al Totocalcio, che però Alan, cui era stata data in custodia, non poteva che perdere. Valeva duecentocinquanta milioni che spuntano fuori alla fine del libro, ma non più per loro. Lungo è il cammino che porta a un epilogo surreale, scandito da capitoli i cui titoli riprendono quelli delle canzoni che hanno segnato la storia del rock e che raccontano di bravate colossali, di ubriacature collettive, di scontri con padri e madri dalla mentalità piccolo-borghese, le cui aspirazioni e cui poveri status simbol vengono derisi e calpestati: storie incrociate di amici costretti qualche volta a lavoretti, tutti di basso profilo, che non potevano durare. Non a un’integrazione sociale infatti miravano: «La mia vita xe sonar el basso, diventar bravo come Steve Harris dei Maiden, e far tour in giro per el mondo come i Motorhead» (p. 95). È il sogno di Sandro, cui Gianca ribatte sghignazzando: «Che sappio mi, per adesso, no te ga neanche rivà a far un concerto a Trieste». Pur non esitando a strizzare l’occhio ad alcuni temi affrontati della miglior letteratura triestina, da Slataper, a Saba e a Svevo, il narratore, che immette nel racconto alcuni personaggi reali, come Angelo Baiguera o Lorenzo Pilat, si mostra solidale con quelle aspirazioni, effettivamente difficili da realizzare. Non si sofferma su analisi socio-ambientali, ma su cosa abbia potuto significare la musica metal per i giovani di quella generazione e di quelle condizioni: forse un pendant pop all’ antiborghesismo di fondo di uno dei filoni più nobili della tradizione triestina, a partire da Svevo. Una forza arcana si sprigionava infatti dall'introduzione massiccia di strumenti elettrici che amplificavano e modificavano il suono, esplorando tutte le possibilità offerte dall’evoluzione tecnologica per dare maggiore enfasi all'aggressività e all’incisività dei ritmi. Raggiungere nuove frontiere era l’obiettivo condiviso, il veicolo di riscatto da una vita insoddisfacente per il quale sarebbe valsa la pena anche di studiare e impegnarsi. Critici verso l’immagine di una città dove un tempo «si respirava aria imperiale» e dove ora «era rimasta solo la polvere nelle strade, non era più il centro di niente» (p. 176), respingevano l’idea di aderire al coro di chi «adorava Berlusconi, un imprenditore brianzolo […] che dal niente era riuscito a creare tre reti televisive e anche Telepiù, solo lavorando duro» e «allora potevano farcela tutti» (p. 277). Per loro era fondamentale «fare solo quello che si sente» invece di «fare solo quello che conviene» (p. 279). In certo senso non erano tanto lontani dalle parole d’ordine antiborghesi dei movimenti contestatori degli anni Sessanta, ma ad essere diverso era il fine, qui assolutamente non politico. Si trattava piuttosto di una rivolta individuale, nata dal rifiuto di una vita basata sul dare/avere che li avrebbe obbligati «a farci andare bene qualsiasi cosa in cambio di promesse su vantaggi futuri, così la rabbia viene repressa fino a quando non esplode» (ibidem). Sentono il peso della loro povertà, ma non si uniformano certo alle «convenienze in un sistema di potere» (ibidem). La loro ira esplode quando l’LSD comincia a fare effetto, o quando la situazione appare irresolubile, ma non è violenta, piuttosto visionaria: allagano piazza Oberdan aprendo il rubinetto della nuova fontana in costruzione. Ancora più spettacolare la cascata di schiuma fatta scendere dalla fontana di viale delle Rimembranze lungo la Scala dei Giganti e giù in piazza Goldoni fino all’inizio del Corso. Là avevano sciolto ottanta fustini di detersivo che si erano trovati a dover far sparire e che non erano riusciti a piazzare nei supermercati. Certo che la povertà era destinata a rimaner loro appiccicata, come il calcare dell’acqua del Nordest, «dura come la vita. Acqua carsica, calcarea, che fa guastare le lavatrici, infeltrire i vestiti, cadere i denti e incrostare i tubi. Il calcare è su tutto, ovunque: pentole, bicchieri, piatti» (p. 283). Se Il mio carso di Slataper era duro e buono, e il protagonista vedeva nel giovane sangue sloveno la possibilità di arricchire l’esausta vita valoriale di una borghesia che aveva spenti i suoi ideali nell’esercizio del potere, qui l’alternativa sembra essere il rifugiarsi in una musica capace di enfatizzare la loro abilità di sfruttare ogni possibile risorsa tecnologica, per sentirsi liberi e momentaneamente estranei alle logiche sociali, fatte per emarginare chi patisce l’indigenza. Massimiliano Rotti sa bene che non sarebbe stato possibile incanalare quella rabbia verso soluzioni di compromesso: «Tutto si può fare, qualsiasi cosa, anche la più assurda, incredibile, stronza o bastarda che ci sia, ma qualsiasi cosa tu possa fare, se sei povero, non sarai mai libero» (p. 284). L’autore segue con loro le tappe di un disagio che porta il gruppo a spostarsi verso uno dei luoghi canonici di questa subcultura giovanile, Amsterdam. Poi, inevitabile, il ritorno: chi sceglie di campare di espedienti in centro America, chi si chiude in casa a visionare partite di calcio, film, eventi musicali di quel passato, chi affronta il confronto con un figlio perfettamente inserito nella logica del dare-avere, sognando di resuscitare le band e cercando di mettere insieme compilation di loro vecchi CD; chi, in preda alla follia paranoica si ammazza. È Sandro che «se ga rovinado la vita solo per farghela pagar, solo per dispeto a su pare» (p. 407), come commenta Caio. Quando i tre rimasti a distanza di decenni si ritrovano nei pressi della Stazione Marittima, vestiti come allora e con gli stessi ideali, il bilancio in fondo non è negativo: ricordano «la voglia di spaccare il mondo, i sogni, le illusioni; adesso era tutto lontano ma anche vicino, quasi da poterlo toccare» (p. 409). Hanno scoperto che la felicità era qualcosa non si poteva avere aggrappandosi ai valori dominanti, ma era piuttosto qualcosa che poteva nascere solo da dentro. Questo in fondo sembra essere la consapevolezza raggiunta dall’esperienza di questa generazione metal: «Se no te son capace de esser felice solo guardando el mar, non te sarà felice mai» (ibidem). Insomma un “Bildungsroman” al contrario. E così riescono ad amare questa Phantom City che è Trieste, la gabbia da cui si sentivano oppressi: «El problema non iera scampar da questa cità. Mi amo questa cità. El problema iera solo mio. Volevo uscir de Trieste, ma la verità xe che dovevo far uscir Trieste de mi» p.(416).

Poi il disagio, non solo giovanile, venne intercettato dai centri sociali, e la letteratura triestina, verso la fine degli anni Novanta, trovò la sua voce proletaria nei romanzi di Pino Roveredo, che incoraggiava molti dei suoi personaggi a misurarsi positivamente, nonostante tutto, con quella realtà che la “follia” voleva respingere. Massimiliano Rotti ha mostrato un’altra faccia di quel malessere che è continuato e che dura ancor oggi, seppur, nell’epoca dei social, con altre problematiche, altre forme di esibizionismo e con il sottofondo di un’altra musica.

Cristina Benussi

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