Ugo Mattone, in arte Ugo Pirro, oggi viene per lo più ricordato come sceneggiatore per i titoli dei suoi film più noti. Queste giornate di studio vogliono tuttavia ripartire da Ugo Pirro scrittore, che precedette per fama lo sceneggiatore: negli anni Cinquanta, infatti, quando fece il suo esordio letterario con Le soldatesse, cui seguirono Mille tradimenti,  Jovanka e le altre, Freddo furoreeL’isola in terraferma e molti altri libri tradotti in tutto il mondo, la stampa ne salutò l’exploit come accade con i grandi romanzieri.

Ugo PirroQuando Pirro dichiarò e che avrebbe lasciato la letteratura per dedicarsi unicamente al cinema, Cesare Zavattini tuonò: «Ma è l’inferno!»[1]. Ugo Pirro,nei primi anni di attività, raccontò soprattutto la guerra, poi romanzi a sfondo sociale, di denuncia, gialli e memorialistica. La guerra l’aveva vissuta sulla pelle, in Grecia, in Jugoslavia, in Sardegna, riportando a casa tutta l’amarezza che i lati oscuri del conflitto gli avevano lasciato addosso.  Scrisse del conflitto e lo fece con parole nette, asciutte, senza fare né farsi sconti. In lui si percepiva la lucidità, mai appannata da vincoli morali o ideologici imposti, di chi è intimamente convinto che i conti si fanno solo con la Storia. Il conflitto raccontato da Ugo Pirro in quattro dei suoi romanzi, Le soldatesse, Mille tradimenti, Jovanka e le altre, L’isola in terraferma, è una sorta di deserto dell’insensatezza umana, uno spazio in cui, proprio come accade nel deserto, l’uomo è costretto ad incontrare la propria coscienza e ad affrontare un altro conflitto per cui non si è mai preparati: quello con se stessi, con le proprie paure, le debolezze, talvolta i ripensamenti. Un conflitto nel conflitto da cui non si torna vincitori, di certo feriti, forse più consapevoli. E qualcuno, dal conflitto, rinasce scrittore. Vi sono scrittori che dal proprio vissuto si tengono prudentemente distanti ed altri invece che non temono incursioni narrative nel privato. Benedetto Croce affermava «Ogni vera storia è sempre autobiografica»[2]. Ugo Pirro ha più volte fatto della propria vita materia di romanzo; da essa infatti ha saccheggiato a piene mani per narrare capitoli importanti della storia nazionale, la campagna in Grecia, la guerra in Jugoslavia, i giorni dell’armistizio, i giovani di una Roma turbolenta anni ’60. Non necessariamente o non solo elementi autobiografici ma sempre storie osservate da molto vicino, indagate, vissute, carpite. Tra i suoi libri, quindici dalla recente ricognizione, ve ne sono diversi di memorialistica e marcatamente autobiografici, come Figli di ferroviere, Osteria dei pittori, Mio figlio non sa leggere, Soltanto un nome nei titoli di testa, Il cinema della nostra vita e l’inedito Diario remoto o ritardato. Ma anche negli altri è possibile rintracciare, nell’ordito narrativo, indizi più o meno leggibili della vita dell’autore. C’è poi da dire che proprio Ugo Pirro non una volta sola scrisse per richiesta o per celia una sua autobiografia, come quella del 1956 acclusa all’antologia Teatro italiano del dopoguerra dove, con tono irriverente, afferma: «Se scriverò ancora commedie ho intenzione di cimentare sempre di più la mia inimicizia con i censori»[3]; o anche nella nota autobiografica inviata a Bompiani nel 1959 dove ammette: «Ho avuto un’esistenza assai movimentata»[4]. Non mancavano dunque elementi da cui partire per farsi un’idea dell’uomo e dell’autore ma altra cosa è tracciare una biografia che sia attendibile, anche nella datazione di un corpus, di opere edite e inedite, concepito in un arco di più di sessant’anni di attività. Per definire a quali film abbia lavorato da soggettista, a quali da sceneggiatore -e anche quelli in cui, pur avendo lavorato, non è stato accreditato, una situazione ricorrente in tempi in cui le sceneggiature erano vere opere collettive- si è fatto riferimento alle informazioni desunte dalle monografie di altri autori, come Carlo Lizzani, Giuseppe De Santis, Elio Petri, per nominare solo i principali; ai titoli di testa delle pellicole; a dizionari di cinematografia come, per esempio, il Dizionario del Cinema italiano di Roberto Chiti, Roberto Poppi, e Mario Pecorari, edito da Gremese, o il Dizionario dei film di Paolo Mereghetti, di Baldini & Castoldi, e, tra i manuali, quello di Gian Piero Brunetta Storia del cinema italiano: dal 1945 agli anni ottanta, degli Editori Riuniti.  A questi testi vanno certamente aggiunti altri documenti come il lungo confronto ‘peripatetico’, ideato e ripreso da Carlo Lizzani, regista e amico fraterno di Ugo Pirro, realizzato nell’ambito di una collana di ritratti di cineasti del Novecento e conservato al Museo del Cinema di Torino; alcuni articoli in cui Tullio Kezich analizza il lavoro creativo di Pirro; le reiterate mozioni di affetto e stima, sotto forma di recensioni, articoli, lettere, da parte di Cesare Zavattini, la cui formidabile avventura intellettuale e creativa incrociò spesso quella di Pirro che a Zavattini guardò sempre come a un «mostro e un guerriero»[5] di genialità; la nota a Osteria dei pittori scritta da Angelo Guglielmi con respiro critico e lo spessore di chi con Pirro ha avuto una lunga frequentazione; infine la preziosa post fazione a Le soldatesse, latrice di inaspettata riconoscenza, a firma di Andrea Camilleri nell’edizione voluta da Elvira Sellerio.

 

[1] Cesare Zavattini Freddo furore in Gli altri, Tascabili Bompiani, Milano, 1986, pag. 51

[2] Bendetto Croce, L’autobiografia come storia e la storia come autobiografia in Il carattere della filosofia moderna, Laterza, Bari, 1945, pag.151

[3] AA.VV, Teatro italiano del dopoguerra, Guanda, Bologna, 1956, pag. 694.

[4] Autobiografia consegnata da Pirro a Bompiani il 16 luglio 1959 e conservata presso l’archivio, faldone 6257 ACEB .

[5] Sono epiteti pronunciati da Ugo Pirro nel suo carteggio con Zavattini; uno stralcio, letto da Franco Nero e Massimo Ghini, è presente nel documentario Soltanto un nome nei titoli di testa (2008) per la regia di D. Di Biasio.

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