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GLI ARTEFICI
DEL CIRCOLO DELLA CULTURA E DELLE ARTI:

GIANI STUPARICH

Conferenza di Elvio Guagnini


Trieste, 15 maggio 1996

Sono particolarmente onorato di aprire, oggi, la serie degli incontri a ricordo degli intellettuali che hanno dato prestigio a questo Circolo attraverso l’assunzione - per periodi più o meno lunghi - della Presidenza.
Per quanto riguarda Stuparich, si tratta d’un ruolo che è ancora più rilevante, dal momento che - oltre a un breve primo periodo della sua Presidenza e a una importante parte nell’avviamento della attività - va ascritta a Stuparich anche la funzione di promotore e di progettatore del sodalizio.
Come ha giustamente e ben ricordato Bruno Maier nella sua introduzione al volume Trieste nella cultura del Novecento. Profili e testimonianze, edito dal Circolo (un volume nel quale sono state raccolte le testimonianze “storiche” di conferenze illustri su illustri rappresentanti della cultura triestina), l’atto di fondazione ufficiale del circolo risale al 17 febbraio 1946, quando il comitato promotore si riunì - sotto la presidenza di Stuparich, nella sala minore della Camera di Commercio e Industria per l’adunanza costitutiva. E fu in quella occasione che Stuparich ebbe a pronunciare quelle parole che poi, in varie occasioni, sono state riprese come discorso per la fondazione di attività del Circolo.
Ne davano notizia, tra gli altri, rispettivamente il “Corriere di Trieste” del 19 febbraio 1946, e la “Voce Libera” del 23 febbraio 1946 che - anzi - pubblicava un estratto del discorso stesso.
Questo discorso, il cui titolo La Trieste che noi amiamo, venne pubblicato nel “Piccolo” del 20 novembre 1980 (per interessamento della figlia Giovanna Stuparich Criscione) e fu poi posto da Fulvio Salimbeni in appendice a un mio breve articolo (“Quaderni Giuliani di Storia”, n. 2, dicembre 1989) nel quale davo conto di alcuni documenti sulla costituzione del Circolo della Cultura e delle Arti donati da Giovanna Stuparich all’Archivio del mio Dipartimento.
Il testo dell’articolo era piuttosto breve ma di grande intensità. Oltre ai ringraziamenti di rito al Comitato promotore, al Governo alleato per i locali concessi, e - per la ospitalità già offerta - alle Assicurazioni Generali, all’Università, alla Camera di Commercio, ai cittadini che avevano dato il loro consenso all’iniziativa, Stuparich enunciava le prospettive e le finalità del Circolo. Che nasceva in un momento di crisi economica e spirituale della città di Trieste, che stava per intraprendere la via di una difficile ricostruzione: “Oggi ci avvediamo - afferma Stuparich - che i vent’anni del funesto e presuntuoso regime, ci hanno privato delle nostre più antiche e gloriose istituzioni di cultura. A una a una il fascismo ce le ha distrutte, peggio trasfigurate, piegandole ai nostri piedi: la Minerva, la Filarmonica, il Circolo Artistico, l’Università popolare, il Circolo di Studi Sociali.”
Senza voler nulla togliere al valore e all’autonomia degli altri sodalizi che stavano risorgendo, Stuparich affermava che il nuovo Circolo avrebbe potuto divenire “un centro di raccolta per tutte le migliori energie intellettuali della città” e “costituire una base comune, sociale, per la vita cittadina della cultura e delle arti”. Il Circolo, dunque, avrebbe dovuto raccogliere cittadini di tutti i ceti e di tutte le tendenze, avrebbe dovuto rappresentare un “terreno d’intesa e di reale conciliazione, oggi che si cerca la conciliazione persino nel campo politico”. Un luogo - questo Circolo - che non doveva essere terreno di “lotta”, ma campo per “la gara dell’intelligenza e delle opere”.
Il Circolo, ricordava lo scrittore, doveva restare politicamente indipendente, lontano dalla propaganda di qualsiasi genere, “la quale svia deforma corrode la cultura, le toglie il nerbo, offusca la sua luce”.
L’unica “propaganda” (se così si voleva dire) poteva essere identificata culturalmente, per Stuparich, con la “espressione della ... coscienza nazionale”, attraverso la lingua che è “la forma concreta e indivisibile della nostra cultura, della nostra civiltà, del nostro stesso pensiero. La lingua in cui si è espresso Dante e Leonardo e Galilei e Leopardi Foscolo Manzoni”.
O, ancora, la lingua di Giuseppe Mazzini, al quale si richiamava la conclusione del discorso: nella quale Mazzini veniva indicato come “la mente precorritrice che più torna oggi d’attualità nell’Europa dilaniata e che ci addita la via da seguire”: che era una via di apertura alle “correnti spirituali di tutti i popoli, così dei più lontani come dei più vicini”, di rispetto per l’arte e il pensiero “da qualunque nazione essi vengano”, di coscienza profonda “che l’Europa nuova” “prima che nell’unione politica”, avrebbe dovuto trovare la propria consistenza nella “comunione elevata degli spiriti”.
Alcune proposizioni di questo più breve intervento sarebbero entrate, poi, e avrebbero trovato sviluppo in un più ampio discorso, pronunciato pochi mesi dopo (il 17 aprile 1946) con il titolo Funzione della cultura e messaggio dell’arte. Mentre il discorso precedente (pronunciato alla Camera di Commercio) delineava le prospettive e il programma del Circolo, questo di aprile ne inaugurava l’attività nella sala del Ridotto del Verdi e si muoveva su linee di analisi più vaste e più “teoriche” (se così le si può definire).
Il discorso esordiva con alcuni ricordi legati alla sala nella quale si svolgeva la manifestazione. Ricordi tristi - affermava Stuparich - non piacevoli ma doverosi da ricordare, anche se solo accennandoli: “(...) soltanto nella loro memoria - cito - noi possiamo misurare tutta la grande minaccia ch’è stata per un ventennio sopra di noi e che tendeva a toglierci la libertà di pensiero e d’espressione, senza le quali non possono vivere né la cultura né l’arte”.
Dei ricordi lieti che quella sala ispirava si diceva che erano più lontani e, tuttavia, assai vivi: certe lezioni del grande critico d’arte Adolfo Venturi, le conversazioni di Antonio Fradeletto, noto come brillante conferenziere che fu - vorrei aggiungere - studioso di arte e cultura italiana tra Cinque e Novecento e animatore della Biennale veneziana; e, poi, i concerti: di musicisti come Martucci, Thomson, Casals.
Trieste veniva ricordata come una città che aveva un grande patrimonio istituzionale di cultura, soprattutto in campo musicale - ricorda Stuparich - al quale era necessario riallacciarsi.
Non si trattava di essere tradizionalisti, affermava lo scrittore, ma solo di capire meglio anche il presente, anche le tendenze moderne, le stesse avanguardie. Passato e presente - dunque - senza pregiudizi.
La pluralità delle tendenze e delle posizioni non doveva portare alla negazione di uno spirito di conciliazione. E la sfera della cultura risultava particolarmente adatta a patrocinare questo sforzo. “O questo è il primo terreno d’intesa per l’Europa divisa e squassata, o l’Europa non si ritroverà più mai”.
E Trieste, la sua stessa collocazione, dovevano risultare particolarmente idonee a essere il luogo di questi tentativi: “(...) la stessa posizione della nostra città, per tanti lati così disgraziata, è invece singolarmente favorevole a uno scambio e a un fertile intreccio di civiltà. Con queste prospettive noi, Circolo della cultura e delle arti, iniziamo il nostro lavoro”.
A questa parte vestibolare, sulle circostanze di nascita e propositi del Circolo, che riprendono concetti e idee del primo discorso (del 17 febbraio), segue un’altra parte nella quale Stuparich indaga sulla storia della nascita e dello sviluppo della cultura come pratica e come definizione. Per approdare a una definizione della cultura (della sua funzione) come “scoperta d’un vitale equilibrio”, “ristabilimento d’un’armonia che di continuo tende a deteriorizzarsi, a disaccordarsi, a dissolversi”.
La cultura ha compiti di chiarificazione, - sintetizzo un più ampio ragionamento - e perciò deve inserirsi con cautela e con accortezza nel gioco della vita, non con violenza né con decisione come fanno altri motori della vita umana.
Ma può capitare che la cultura non intervenga, e non tenti degli accordi tra i campi in lotta, né lasci testimonianze “della propria chiaroveggenza e di una sana e precisa volontà mediatrice”.
Così, affermava lo scrittore, era avvenuto recentemente. “L’Europa, la civiltà occidentale, poté subire - affermava Stuparich - una delle più gravi crisi di tutta la sua storia, esser trascinata ciecamente sull’orlo della rovina, senza che la cultura intervenisse efficacemente ad aprirle gli occhi, reagisse per lo meno con tutto il peso della propria autorità, per tentare di impedirle l’orribile salto nel buio. Ci furono, sì, delle voci generose isolate che si opposero decisamente al formarsi d’una mentalità rovinosa”, con l’eccezione della posizione “coraggiosa e conseguente” di Benedetto Croce, ricorda Stuparich.
D’altra parte, egli sottolinea come quelle voci isolate non bastassero a tonificare la cultura, a darle il senso della sua grave responsabilità, la cultura cedette. Fu necessario il pericolo nelle forme più minacciose perché qualcosa accadesse. Forse fu l’iniziativa di un altro Paese a scuotere un orizzonte torpido.
“Noi non potremo mai dimenticare quel mese di giugno del 1940, quando l’Inghilterra con un atto di volontà che rimarrà nella storia come il più coraggioso e sublime atto di resistenza morale prima che politica e guerresca, seppe arrestare sulle dighe insanguinate della Manica la valanga nazista. Sotto quella valanga sarebbe perita l’Europa, saremmo periti noi, periti spiritualmente, fatti schiavi d’una casta di folli superuomini e di implacabili dominatori. La Kultur germanica avrebbe frantumato sotto il martello d’Odino, il vecchio tempestoso Dio tedesco, la civiltà europea, il fiore della civiltà del mondo”.
Omaggio dunque alla civiltà e alla politica inglese, caratterizzata dall’amore della libertà; citazione di Ugo Foscolo e di Giuseppe Mazzini come di grandi italiani in contatti stretti con l’Inghilterra.
Stuparich riassume poi i termini delle polemiche in corso sul tradimento della cultura e degli sforzi per rinnovarla in varie e opposte direzioni (socializzazione; oppure: purezza, astrazione, indipendenza assoluta da teleologismi).
E perciò, dunque, Stuparich richiamava il discorso alla funzione della cultura, alla sua funzione - come si è detto - equilibratrice.
Dunque, la cultura come ricerca di armonia “tra le varie forze o i vari fattori che concorrono a formare la civiltà”.
Dunque una prospettiva “umanistica”, quella di Stuparich, diretta alla difesa di valori spirituali ed etici, svincolata da legami con singole classi: dunque, una visione interclassista o interclassista della cultura, o forse meglio a-classista.
Una cultura che non deve essere né conservatrice, né progressista: una cultura come coscienza, come elemento di equilibrio e di continuità. Una cultura che non deve chiudersi in sé, narcisisticamente; ma anche una cultura che deve guardarsi sia dal tecnicismo (dall’ipertrofia della specializzazione) sia dalla “propaganda” che “è la dissoluzione generale del tessuto organico della cultura”. E questo è un tema già visto e già toccato da Stuparich nel discorso precedente.
Quanto alle teorie sull’arte, Stuparich esprimeva la sua gratitudine a Croce, per il contributo fondamentale che il filosofo aveva dato alla riflessione estetica, sull’arte come “prima forma di conoscenza”, come “conoscenza creatrice”.
Dalla descrizione delle teorie crociane dell’arte, Stuparich passa all’elogio dell’arte per il riflesso di stimolo, di risveglio, di vivificazione anche della società.
Lo sforzo degli artisti (“i privilegiati alla rovescia”, afferma Stuparich, che hanno “quasi sempre... il privilegio della più fonda sofferenza, dell’incomprensione, della vita difficile...”) è un “messaggio dalla solitudine”, ma anche un incitamento a vivere e a sentire, un messaggio “di speranza e d’immortalità”.
Quanto all’arte moderna, Stuparich ribadisce che le correnti di essa vanno tenute in gran conto “finché non diventino correnti prammatiche esclusiviste”. Non è certamente il cubismo, l’intimismo, l’ermetismo che avrebbero risolto - secondo lo scrittore - l’eterno problema dell’arte.
Quindi, una prospettiva “umanistica” dell’arte una concezione dell’arte fondata su un acquisto di coscienza, di speranze, di rifugio, di strumento di sopravvivenza.
Dunque, una concezione complessa e semplice. Non meramente estetologica, ma umanistica e moralistica: dove venivano ribaditi la natura teoretica dell’arte ma anche, insieme, i suoi riflessi etici.
Suggestioni idealistiche e suggestioni vociane sembravano intrecciarsi strettamente in questo testo di conferenza che è certamente importante per capire Stuparich e la sua concezione della cultura e dell’arte nel 1946, alla fondazione del Circolo.
La Presidenza di Stuparich al Circolo fu breve.
Già il 30 aprile 1946, Stuparich scrive all’ing. Gandusio (primo vicepresidente del Circolo), che la sua accettazione di una presidenza del comitato promotore del Circolo era stata temporanea e che aveva già sacrificato, a beneficio della città, “parecchio del suo tempo e di quella tranquillità che gli era necessaria per il suo lavoro”. Il suo lavoro di scrittore non ammetteva dilazioni e, perciò, si ritirava dalla carica.
D’altra parte, come Stuparich aveva ricordato già nel discorso (il primo) del 17 febbraio 1946, il “Circolo della cultura e delle arti” era già costituito moralmente da mesi. E ricordava l’ospitalità avuta - nella fase costitutiva - dalle Assicurazioni Generali, dall’Università, dalla Camera di Commercio.
E, infatti, documenti vari (minute di lettere, elenchi di mobili, ed elenchi di persone da contattare) testimoniano di un’attività di progettazione e di organizzazione che risale già addirittura al primo semestre del 1945.
È significativo che - negli elenchi delle persone con le quali prendere contatto in fase di promozione del Circolo - ci fossero anche nomi (come quelli di Pincherle, Cusin e Zafred) che sarebbero rimasti successivamente senza riscontro.
In un primo abbozzo di documento, che sarebbe poi (con ritocchi e trasformazioni) stato trasformato in uno “statuto” del Circolo, si diceva (foglio manoscritto) che il “Circolo della cultura e delle arti intendeva raccogliere l’eredità di tre istituzioni della Trieste prefascista:
1) l’antico Gabinetto di Minerva (...), società di cultura che organizzava sopra tutto conferenze sull’arte la letteratura le scienze;
2) il Circolo Artistico o, Società d’artisti, che organizzava concerti, serate musicali, mostre artistiche, trattenimenti;
3) il Circolo di studi sociali, creato da una élite del partito socialista per la cultura del popolo con un programma democratico di vaste linee”.
Diviso in 5 sezioni, il Circolo si sarebbe proposto “su larghissima base al di sopra e fuori d’ogni politica”.
Altri suoi appunti riguardano le conferenze previste: tra le altre, di Pietro Pancrazi (letteratura dell’Ottocento), Eugenio Montale (poesia inglese), Giacomo Debenedetti (letteratura francese), Emilio Cecchi (letteratura americana), Mario Praz (letteratura inglese), Ettore Lo Gatto (letteratura russa), Alberto Moravia (Roma ieri e oggi), Corrado Alvaro (periodo della Resistenza), Riccardo Bacchelli (divagazioni storiche sull’Ottocento e sul temperamento degli Italiani), Francesco Flora (sull’estetica contemporanea), Luigi Russo, Attilio Momigliano.
In un altro foglietto, a matita, si leggono anche i nomi di Silone, Bontempelli, Bargellini, De Ruggiero, Omodeo, Guido Calogero, P.P. Trompeo, Manara Valgimigli, Concetto Marchesi, Lionello Venturi, Luigi Salvatorelli.
A inaugurare il Circolo, anzi la sua attività (che, come abbiamo visto, fu aperta con il citato discorso di Stuparich) avrebbe dovuto essere Benedetto Croce, che però non poté partecipare alla manifestazione. E lo Stuparich stesso inviò una nobile lettera della quale rimane anche la minuta:

“Trieste, 20 febbraio 1946

Illustre Maestro,
nei giorni forse più drammatici della sua storia, in un ambiente confuso e arroventato dalle passioni, in un’atmosfera di quasi generale disorientamento, Trieste tenta di risollevarsi spiritualmente, di raccogliere quelle energie che le restano nel campo della cultura e delle arti, per sentirsi degna del suo passato e poter guardare con speranza all’avvenire. In questi giorni abbiamo costituito un “Circolo della Cultura e delle Arti” che dovrebbe comprendere le tradizioni di quelle società e di quegli istituti che il fascismo ci ha distrutto e porre le basi per una attività artistica e culturale d’ampi orizzonti. Ricongiunta all’Italia, come alla sua patria di natura e di diritto, Trieste potrebbe avere una delicatissima e importante funzione di civiltà europea.
Quale auspicio per la vita del nostro Circolo, per la ripresa spirituale di Trieste, quale significato elevato, sereno, nazionale e universale insieme assumerebbe la manifestazione, se Benedetto Croce accettasse di venire tra di noi a inaugurare la nostra attività con la Sua parola e con il Suo pensiero.
Soltanto in vista del fine, del bene della mia città, che si sentirebbe risollevata dalle tristezze presenti e incoraggiata a sperare in sé, oso chiederLe, illustre Maestro, anche a none di Silvio Benco, del Prof. Satta, Prorettore della nostra Università, del Prof. Collotti, Preside della Facoltà di lettere, che fanno parte della direzione del Circolo, un così grande favore e sacrificio.
Se possiamo sperate nella sua ambita adesione al nostro invito, voglia, La prego, sollecitamente indicarci, anche presso a poco, la data in cui Ella potrebbe venire a Trieste e i modi del viaggio meno disagiato per Lei.
Con più deferenti e cordiali saluti.”

Nel piccolo dossier rimangono anche pochi testi manoscritti di presentazione o annuncio di conferenze. Ecco, per esempio, questo annuncio di conferenza di Diego Valeri (per una conferenza del 30 aprile: sul tema della letteratura francese e sui poeti della Resistenza): “Diego Valeri è ben noto ai Triestini, com’è noto il suo amore alla nostra città. Condannato a 30 anni di reclusione dal governo fascista repubblichino, dovette rifugiarsi in Svizzera. Poeta umano sensibilissimo, Diego Valeri è anche un finissimo letterato, e in Italia pochi come lui sono conoscitori profondi della letteratura francese”.
In ogni caso, molti appunti per manifestazioni fatte o proposte ci restituiscono l’immagine di Stuparich come intellettuale pensoso e commosso, ancora turbato dagli anni di violenza e di guerra, stimolato dall’utopia di un’arte che poteva mediare, unire, far ritrovare gli uomini, esprimere dubbi e angosce ma anche trasmettere serenità.
Gran parte del ricordo di Stuparich si è esaurito nella rievocazione della sua Presidenza del Circolo della Cultura e delle Arti. Breve, ma intensa, e sinceramente indirizzata a ideali europei e a un’immagine di Trieste come possibile incontro di civiltà.
Vorrei però aggiungere a questo ricordo anche quello - sia pure breve, perché qui ricordare Stuparich è un po’ come portare vasi a Samo - dello scrittore e dell’uomo di cultura.
Un ritratto che può aiutare a capire anche le posizioni così interessanti, aperte e problematiche del primo presidente del sodalizio.
Una prima considerazione va fatta intorno alla posizione di Stuparich e al suo posto nel bilancio più generale della letteratura triestina.
Secondo una definizione di uno dei suoi maggiori studiosi, Pietro Pancrazi, Stuparich sarebbe un “cadetto” della letteratura triestina. “Cadetto” in quanto viene dopo, in quanto succede cronologicamente, in quanto è più giovane rispetto ai suoi più anziani predecessori Svevo (nato nel 1861), Saba (nato nel 1883) e Slataper (che era del 1888).
Stuparich, nato solo 3 anni dopo Slataper, ai nostri (ma anche ai suoi occhi), sembra molto più giovane di Slataper. E, questo, sia per il fatto che Stuparich se ne sentiva, in un certo modo allievo, nonostante qualche riserva e nonostante le indubbie diversità di talento e disposizioni; sia soprattutto perché la nostra prospettiva appare condizionata dal fatto che la sua vita si prolunga oltre i termini di altri esponenti della sua generazione e arriva a tempi più vicini, per cui partecipa a vicende che appartengono a generazioni posteriori.
Già la sua biografia costituisce motivo di interesse: dagli ascendenti liburnico-dalmatici della famiglia paterna alle radici ebraiche della famiglia materna; dagli studi a Praga e a Firenze, alla tesi (nel 1915) su Machiavelli in Germania, (e dunque già in una prospettiva di studi su rapporti interculturali e comparatistici); dai suoi orientamenti anticonservatori (e vicini ai socialisti) a quelli collegati ai repubblicani e a ideali filomazziniani e filogaribaldini. E, così, saranno da ricordare i suoi viaggi europei giovanili (in Germania, Belgio, Svizzera, Francia), il suo interesse per i boemi, per i cechi, che si collegava sia all’interesse mazziniano per i popoli slavi sia all’ideale di una Europa federativa, di un peso da attribuire alle autonomie nazionali nel quadro di un atteggiamento sempre rigorosamente antinazionalistico.
Allo stesso modo, va ricordata la sua partecipazione al progetto slataperiano di una rivista (“Europa”) e di un sodalizio di amici che sapessero le lingue e conoscessero i paesi europei, centroeuropei, orientali e slavi.
Su posizioni interventiste democratiche, Stuparich fu volontario di guerra ed ebbe una difficile e tormentosa esperienza di prigionia. Dall’immediato primo dopoguerra fino agli anni del fascismo e oltre, Giani Stuparich avrebbe - anche come scrittore e testimone delle esperienze di guerra - pubblicato interessanti riflessioni e referti antiretorici sulla guerra, riflessioni prive di enfasi, registrazioni di entusiasmi ma anche di perplessità, notazioni sul dovere, ma anche sulla stanchezza e sulla fatica della guerra.
Uno scrittore (quello di Guerra del ’15, per esempio) che proponeva - come Camber Barni - riflessioni sulla propria condizione di “volontario”, quasi una condizione da scontare di fronte agli altri che non avevano scelto la guerra ma ci erano entrati per forza di cose. E, poi, un racconto anche di ansie e di incubi, anche del terrore di dover uccidere il nemico. E dove i soldati sono visti come foglie sbattute dall’uragano: paure, pietà, terrore, anche autocoscienza della propria e dell’altrui miseria.
Del resto, anche Ritorneranno - un romanzo che avrebbe suscitato forti reazioni dopo la sua pubblicazione nel 1941 in ambiente nazionalista e fascista - sarebbe stato una denuncia della miseria e del dramma della guerra, anche se vissuta e partecipata con slancio: un libro patriottico ma non nazionalista, capace di svelare la disumanità e l’orrore di quella esperienza. E scritto con l’auspicio di arrivare dalla guerra, dall’odio, all’amore; e di poter cogliere da essa guerra qualche lezione morale: sulla paura, sulla viltà, sull’ipocrisia, sullo spirito di adattamento degli uomini.
Del resto, nella stessa direzione di una interpretazione antinazionalistica, era impostata pure l’edizione del volume di Scrittori garibaldini (edito nel 1946), che Stuparich aveva iniziato a scrivere nel 1944 per una collana di Pietro Pancrazi.
“Cadetto” per ragioni cronologiche, Stuparich avrebbe saputo esprimere - come autore - una sua produzione originale anche come scrittore (diciamo così) “creativo” anche se in tutta la sua opera si colgono inflessioni, in qualche modo, autobiografiche.
Stuparich appare legato a modelli otto-novecenteschi di un arco ampio e interessante (da Cecov a Nievo, da Tolstoj a Dostojevski, da Gottfried Keller e Thomas Mann a Katherine Mansfield). Ma, originalmente, egli seppe tradurre queste suggestioni in una esplorazione personale delle “pieghe dell’anima”, delle tensioni e delle contraddizioni dei suoi personaggi. Come in quel mirabile racconto del 1925 (ora in Notte sul porto) che apriva tutta una serie di testi narrativi brevi: la storia di una giovane vedova tesa tra il desiderio della vita, l’amore, il senso etico, la responsabilità familiare, l’attaccamento al figlio ammalato.
I racconti di Donne nella vita di Stefano Premuda (1935) esemplificano in modo emblematico diverse tendenze caratteristiche dello scrittore: per esempio, l’equilibrio (o la ricerca di un equilibrio) tra “momento narrativo” e “momento lirico”: una tensione che lo stesso Stuparich (in Trieste nei miei ricordi) definirà caratteristica della sua opera. E si tratta di equilibri in fase di conquista e di sperimentazione. O, ancora, il fatto che Stuparich sembra voler rasentare quasi sempre drammi giocati nella psicologia individuale e assorbiti nella quotidianità.
Spesso, la sua narrazione ha il taglio di una cronaca che cede sempre più il passo a una rappresentazione svolta nell’interiorità, a ostacolare degli stati interni di crisi.
In ogni caso, l’equilibrio tra soggettivismo e oggettivismo, di cui ha parlato un critico (Sandro Briosi) sarà una conquista. La conquista di un narratore dal fondo tradizionale ma dalla sensibilità moderna che punta a ricercare atmosfere: un narratore che dà vita quasi sempre a una scrittura analitica che tende a esaurire tutto, senza avvalersi della tecnica dell’accenno e dell’allusione.
Un’opera - quella di Stuparich - dove la lingua, in genere, appare uniforme e sempre ben rifinita (diversa in ciò da quelle di altri triestini), senza scarti, livelli, e varietà di registri. Una lingua che serve ugualmente alle cronache dei fatti e di azioni e alla definizione di emozioni e sensazioni dei personaggi. Ma anche a seguire gli stati di tensione lirica, in ogni caso senza tensioni di ironia.
Stuparich narratore rivela sempre il gusto dell’indagine di situazioni complesse, simili a quella prospettiva che si legge nel racconto Al “Tristano e Isotta”: “... col mio grande desiderio di semplicità, mi sono sempre infilato in complicazioni”; “A guardar indietro nella mia vita, vi trovo non una prospettiva ma tante, compenetrate una nell’altra”.
Dunque, esplorazione di grovigli, di tensioni, di mistificazioni, illusioni, sentimenti in contrasto, delusioni, emozioni, felicità, di cui si compone la vita dell’uomo.
Per questo, si capisce che il suo lavoro dovesse interessare i giovani intellettuali solariani. Rispetto ai quali, e rispetto alla generazione precedente, vorrei citare una splendida autocollocazione di Stuparich in quel libro Trieste nei miei ricordi (1948), che è - per me - il suo capolavoro, per il giusto equilibrio e composizione di soggettivismo e oggettivismo (Briosi), autobiografia e saggistica, emozione e riflessione: “Io mi trovai fra le due generazioni: troppo giovane per essere entrato nello Stato maggiore vociano, troppo vecchio per farmi considerare “pari” dai solariani; e forse ugualmente staccato dagli uni e dagli altri, per la mia qualità di triestino, appartenente a questa nuova provincia letteraria che s’affermava in mezzo all’ambivalenza degli altri, suscitando simpatie e dubbi, aperti riconoscimenti e complesse invidie”.
Di Trieste nei miei ricordi, dicevo che, secondo me, rappresenta al meglio - con il racconto L’isola - l’immagine di Stuparich scrittore.
Un libro asciutto e lineare, pieno di risvolti di sentimento e di riflessione, un libro importante per entrare nell’officina di Stuparich.
Un libro dove l’autobiografia letteraria gioca un ruolo di rilievo; e, con essa, l’idea dell’arte e della letteratura come di una realtà “più vera di quella quotidiana”, modo per sollevarsi sulla sensualità che la produce e la nutre, progressivo scavo e liberazione.
Il libro, scritto in un periodo coincidente con la presidenza di questo Circolo, si nutriva delle stesse riflessioni che ho citato all’inizio ed era anche (ma non solo) un autoritratto generazionale: “Infelice generazione la nostra, che vedemmo prima salire la realtà verso il sogno più bello e poi ripiombare giù, più d’ogni temuto incubo”.
Era pure l’autoritratto di un intellettuale sospeso e perplesso tra vecchia e nuova generazione. Era un bilancio intellettuale. Era pure una testimonianza della sua posizione di irredentista democratico che guardava a una possibile convivenza - frustrata dalla storia - tra popoli vicini: una possibilità cui si opponevano spiriti nazionalistici di diverso genere che ripugnavano alla sua natura e formazione di intellettuale in cui le rivendicazioni sociali erano sentite come conciliabili con un profondo sentimento nazionale.
Le riflessioni sull’arte e sulla cultura, anche per i progetti relativi a questo Circolo, andavano nella direzione di quell’umanesimo intellettuale che muoveva e avrebbe mosso Stuparich, in tutti gli anni dopo la fine della seconda guerra, a prendere atto della crisi della guerra, alla sottolineatura della necessità di un esercizio della volontà e della disciplina per scoprire il senso quasi di una “bussola della vita” che servisse a indirizzare meglio il viaggio della “nostra fragile zattera dell’esistenza”: una riflessione e un programma che si ritrova alla base di tutta l’attività di Stuparich: dell’insegnante, del saggista, dello scrittore. E voglio proprio concludere con una paginetta - su questo tema - apparsa nel 1955, nella raccolta di Piccolo cabotaggio: “Noi abbiamo dimenticato una parte fondamentale di noi stessi: quell’orologeria interiore che ci avverte se siamo sulla giusta rotta della vita o no. È una bussola molto importante e sensibile, che va curata e sorvegliata e riparata. Perché avviene - troppo spesso ahimè - che con tutte le belle cose del progresso, l’uomo si trovi davanti a un’irreparabile rovina o davanti al nulla; e allora non sa che farsene di tutte le belle cose del progresso e si dispera e si abbatte o, per reazione, si rifugia nella follia e fa strage di sé e del prossimo, mandando all’aria il mondo delle conquiste tecniche e sociali”.
In quell’“orologeria interiore”, è come una sintesi e un motivo di fascino che lo scrittore sentiva sempre sia che parlasse di sé, sia che riflettesse sulla realtà esterna, sia che ricostruisse segmenti di realtà attraverso i quali dar vita - nelle sue pagine narrative - quasi a dei microparadigmi esistenziali.



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