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LA LETTERATURA ISTRIANA TRA OTTOCENTO E NOVECENTO E LA LIRICA DI TINO GAVARDO Stampa E-mail

LA LETTERATURA ISTRIANA TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

E LA LIRICA DI TINO GAVARDO

Conferenza di Giuseppe Marchetti
 
Trieste, 23 febbraio 1996
Sala Baroncini delle Assicurazioni Generali

Coordinamento editoriale: Licio Zellini
Redazione e segreteria: Maurizio Bekar




Ho molto esitato prima di accettare di parlare, questa sera, sulla letteratura istriana in dialetto perché è lontana dai miei interessi, ma forse veleggiando un po’ ai margini vi rientra. La letteratura dialettale è per sua natura una letteratura molto legata ai luoghi e saldata a certe esperienze, che solo chi abita, solo chi vive, solo chi lavora o solo chi ha studiato in questi luoghi riesce profondamente a recepire. Ho su questo argomento delle esperienze molto vaghe che perciò dovrò forzatamente riunire, agglutinare e costringere dentro un tessuto. Sono convinto, però, che la letteratura anche in queste sue espressioni, diciamo pure minori, debba essere conosciuta.
Io sono un critico militante e mi interesso dei libri che escono di giorno in giorno e questa mia rincorsa ai libri è una fatica senza fine. Sono però consapevole di una cosa: per correre dietro agli ultimi libri che escono, si perde il senso delle proporzioni. Si rischia cioè effettivamente di credere che siano tutti capolavori, mentre di capolavori penso che ce ne sia uno o due ogni secolo. Tutti questi libri sono tentativi, sono forzature e portano addosso a noi poveri militanti una quantità enorme di carta, che ci fa da sipario, ci interrompe le relazioni che noi vorremmo tenere con la letteratura che ci ha preceduto, cioè con i nomi noti e ignoti che stanno alle nostre spalle, siano di autori in lingua, siano di autori in dialetto.
Apro una piccola parentesi: mi sono interessato, anni fa, di Renzo Pezzani. Renzo Pezzani è uno degli scrittori dialettali, un poeta dialettale parmigiano, fra i più grandi del Novecento italiano. Ed è pochissimo conosciuto proprio per questa sua riduzione al dialetto, che ha anche diminuito la possibilità di essere letto, di essere conosciuto. Ha scritto in italiano delle bellissime fiabe liriche, come per esempio quella su padre Lino, che è stato uno dei più grandi apostoli della povertà a Parma nei primi anni di questo secolo. Pensate che padre Lino è venerato a Parma già come un santo.
Le liriche di Pezzani, spesso straordinarie, ricche di una singolare bellezza linguistica sia in dialetto sia in lingua italiana, sono praticamente sconosciute fuori dall’ambiente parmigiano. E lo stesso debbo dire per queste liriche di Tino Gavardo, che ho letto nella bella edizione curata da Bruno Maier, Fora dal seminà, Rime vernacole. Ma il vernacolo è forse una riduzione del dialetto; e perciò le avrei chiamate rime dialettali. Perché? Il problema è proprio questo. Il limite, quando si parla di una letteratura dialettale, vernacolare, è che essa deve essere per forza legata alle regioni, ai paesi, tante volte addirittura proprio alle città, ai vicoli, alle strade. Io mi sono interessato degli scrittori della “Voce” e naturalmente mi sono incontrato e scontrato piacevolmente con Stuparich, Spaini, Saba, Marin. Proprio questa letteratura, che veniva dalle regioni di confine e che si esprimeva spesso in dialetto, e di questo quasi si compiaceva, veniva emarginata. Ritengo, ma potrei sbagliarmi, che Biagio Marin sia uno dei più grandi poeti italiani di questo secolo, ma con tutto ciò non viene quasi mai antologizzato, non viene quasi mai tenuto in considerazione proprio per il fatto che ha scritto in gradese, anche se è uno scrittore italiano, ed è, ripeto, uno dei grandi lirici della letteratura italiana di questo secolo.
E allora dove mettiamo scrittori del calibro di Michelstaedter, di Svevo? Li mettiamo in questo filone che appartiene a questa zona dell’Italia, una zona di confine, a contatto con altre civiltà, che si imbeveva di altre culture. E questi scrittori, nei primi anni di questo secolo, guardavano a Firenze, amavano la “Voce”, perché era una rivista che teneva in moltissima considerazione le espressioni di queste zone di confine.
Fra questi due estremi, la letteratura dialettale, che è costretta in una certa area geografica e la letteratura italiana, si annida la diversità della letteratura. Molta della letteratura italiana di questo secolo, e mi limito a questo secolo, ma si potrebbe citare anche quella dei secoli passati, è espressa in italiano, ma è pensata in dialetto. Penso che molta letteratura sia pensata in dialetto e poi espressa in italiano, ma ci sono alcuni autori che pensano e che si esprimono direttamente in dialetto. Questa intuizione non è mia soltanto, ma è di Pier Paolo Pasolini. Pasolini si è affannato giustamente per molti anni a trasportare le concezioni della poesia in italiano, della poesia colta, nella poesia in dialetto e viceversa, con un processo di osmosi che ha dato dei risultati grandissimi. Lui stesso nelle Poesie a Casarsa ha testimoniato di questo trapasso incessante tra il pensare in dialetto e l’esprimersi in italiano, il pensare in dialetto e l’esprimersi in dialetto.
Mi viene in mente a proposito una vecchia polemica sulla falsità e sulla verità della poesia e mi piace ricordarla perché è stata un’intuizione che ebbe anche Saba nel suo saggio Quel che resta da fare ai poeti, in cui diceva che la poesia dialettale, per sua stessa conformazione di contenuto e di espressione, non può essere che vera, cioè reale, cioè aderente alla realtà. Perché è una poesia che spessissimo racconta fatti, è una poesia di storia, è una poesia di emozioni che vivono e che si prendono dalla realtà.
Bruno Maier non ha mai distinto, e questo va a suo onore di studioso e di grande lettore di opere poetiche, il dialetto dall’italiano e in un suo libro sulla letteratura triestina ha scritto: “È noto che la letteratura della Venezia Giulia nel suo storico svolgimento si presenta come un aspetto particolare della letteratura nazionale, della quale costituisce per così dire una periferica e un po’ attardata provincia. E questo vale per tutte le letterature in dialetto. Si tratta in altre parole di una letteratura che sorge e si sviluppa per lo più di riflesso, apparendo i movimenti letterari giuliani delle fasi epigoniche dei corrispondenti movimenti italiani e presentandosi gli autori di quella regione quasi sempre sotto l’influenza dei poeti e degli scrittori d’Italia, in una condizione di subordinazione che ne attenua e comprime piuttosto gravemente l’impronta personale”.
Questo andava detto, perché se ciò vale per la letteratura in lingua, figuriamoci poi per quella in dialetto, che è ancora più ridotta, più costretta entro certi limiti. E di questa riduzione si accorgeva quasi quotidianamente Giotti, e lo scrisse più volte. Anche Noventa nei suoi furori cattolici e iconoclastici contro questo e contro quello, “urlò” spesso questa sua convinzione, e cioè che la poesia in dialetto fosse una poesia di sacrificio, una poesia di riduzione e quasi di rabbia, di rancore nei confronti della poesia colta, della poesia in lingua italiana.
La poesia dialettale, infatti, è poesia spesso di piccole cose locali, di avvenimenti circoscritti, di situazioni che si rivolgono solo a piccole comunità e che non hanno la pretesa di andare oltre i confini di una certa espressione linguistica. E ciò accade anche per Tino Gavardo.
Ma c’è un altro fatto da non trascurare: il poeta dialettale è già per sua natura costretto ad esprimersi in una lingua poco diffusa, ma spesso di questo si compiace. Direi quasi che è una forma di aristocrazia, di autolesionismo. Se ne compiace e allora non solo scrive in dialetto veneto, friulano, emiliano, e così via, ma vuole anche restare in quest’ambito.
Bruno Maier ha curato l’edizione di questo libro, piccolo ma prezioso, perché non solo contiene le liriche di Gavardo, ma riporta anche un suo saggio nel quale vi è un percorso che porta dall’Ottocento agli inizi del Novecento. Il percorso che Maier compie illustra tutta questa frammentazione di piccoli nomi, di piccole opere, di piccoli poeti che messi insieme formano un tessuto molto importante. E puntualmente si verifica la stessa cosa per quel gruppo di poeti istriani che Paolo Blasi ha raccolto in Poesia piranese dell’Ottocento, un libro uscito quattro anni fa.
A questo punto della nostra chiacchierata non si può dimenticare un altro contributo di Blasi, che nel 1986 ci proponeva la lettura delle poesie in dialetto di Giovanni de Manzini. Ma, in generale, la poesia dialettale dell’Ottocento in tutta Italia è squisitamente narrativa, colorata, realistica e sentimentale, quasi naturalistica. E questa di de Manzini è persino dolcemente goldoniana a tratti, con quei suoi umori scontrosi, malinconici, ben impastati di scetticismo, di ironia e di autoironia.
Ben poco muta dall’Otto al Novecento nella poesia dialettale. Ci si trovano davanti sempre i medesimi temi, i quali sono chiaramente enunciati e descritti da Blasi nel suo ottimo studio che ho appena citato sulla poesia piranese dell’Ottocento. Blasi compie un percorso assai prezioso. Le sue pagine contemplano la presenza di Giovanni Tagliapietra, di Vincenzo de Castro, di Orazio de Colombani, di Jacopo Andrea Contento, di Francesco Petron, di Giovanni Bennati, di Domenico Fragiacomo, di Dino Vatta e di Piero Parenzan.
Chi legge più questa gente? Nessuno. Questi poeti non sono entrati nemmeno nella più vasta delle storie della letteratura del Novecento. Per queste persone non c’è posto. Anche perché a questi nomi non corrisponde più una conoscenza diretta della lingua. Infatti il dialetto si trasforma, il dialetto di cento anni fa è diversissimo dal dialetto di oggi. Io stesso ho vissuto l’esperienza di Renzo Pezzani che è nato a Parma “in oltre torrente”, come si usa dire da noi, cioè nella parte bassa della città, nella parte popolare, e usa un dialetto che non è più parlato “di qua dall’acqua”, cioè nell’altra metà della città, più aristocratica, più alta, più ricca di fabbriche, più ricca di tutto in generale.
I poeti dialettali amano i piccoli mondi, pochissimi poeti dialettali hanno trattato di grandi avvenimenti e di grandi personaggi, e anche se qualche grande personaggio è entrato nella poesia dialettale, è entrato come personaggio di natura molto ridotta. E allora tutto si ritrova con incredibile precisione nella lirica di Gavardo. E osserva Maier, in questo studio, che in sincronia con l’attività poetica del Gavardo fiorisce a Capodistria una lirica dialettale di carattere variamente dilettantesco ed estemporaneo, cui si dedicano con passione Biagio Cobol e Girolamo de Gravisi, amici del Gavardo, il professore Gianandrea de Gravisi, fratello di Girolamo, il maestro Antonio Minutti e altri ancora per lo più anonimi.
Dicevo prima che Gavardo ha intitolato la sua opera Rime vernacole, io supererei il termine “vernacolo”, perché mi sembra riduttivo e certamente mi pare che Gavardo lo superi. Gavardo è un poeta dialettale, il suo dialetto non è vernacolo, bensì un vero e proprio dialetto, è un dialetto espressivamente efficace e accorto, che domina con grande semplicità l’evento poetico, impreziosendolo con frasi, parole, dialoghi e racconti che vogliono proprio consegnare al lettore quel mestiere di vivere, di vivere in piccolo, di vivere in ambiente ridotto, al quale Gavardo si sente consegnato dal proprio destino.
Gavardo non possiede, è quasi superfluo dirlo, ma lo diciamo per rispetto delle proporzioni, la vis polemica del Belli, non possiede la carica drammatica e sarcastica del Porta, si avvicina, io credo, più al Tessa, più al Trilussa, che pur essendo dei poeti che hanno affrontato con amarezza, con dolore, con rabbia certi temi, li hanno addolciti con delle forme di ironia e di autoironia. Perché Gavardo punta spesso su una componente lirico-affettuosa, che arriva a commuovere il lettore o a incantarlo, come capitava nelle poesie del mio conterraneo Renzo Pezzani.
Concordo con quello che scrive Bruno Maier, e cioè che a un certo punto tutti gli autori che si raggruppano intorno all’esperienza di Gavardo formano una letteratura che abbina ragioni artistiche a ragioni patriottiche. Perché il dialetto è fortemente patriottico per sua natura, allineandosi, dice ancora Maier, alle posizioni ideologiche dell’irredentismo, impegnato all’epoca in una duplice lotta contro il governo austriaco e contro il nazionalismo slavo.
Allora è vero quello che afferma Maier per concludere il proprio discorso, e cioè che quella istriana è una letteratura di fede e di battaglia, che si unisce a tutta una vasta attività giornalistica italiana, sentita come punto di riferimento irrinunciabile. Perché tutti questi poeti, compreso Tino Gavardo, nella loro mitezza e anche nel loro racconto hanno sempre qualche cosa di indirizzato verso l’oltre la poesia. La cosa importante di questi poeti, quando sono veramente poeti, e non soltanto dei semplici cantautori o parolieri in dialetto, è che raggiungono importanti situazioni di testimonianza politica, sociale, economica.
In questo senso, c’è una bellissima poesia di Renzo Pezzani che si intitola I dan l’Otelo. È la cronaca di una rappresentazione al Teatro Regio dell’Otello di Verdi in una serata popolare. Bene, io vi garantisco che questa poesia è una raffigurazione perfetta della società parmigiana d’inizio secolo, c’è la donnetta appassionata di Verdi, che va col salame in tasca a sentire l’Otello, c’è quello che invece è l’intenditore di musica e ha sentito tutte le rappresentazioni dell’Otello date al Teatro Regio e quindi conosce addirittura le note, e va con lo spartito a tener dietro a quello che succede sul palcoscenico e così via. È una rappresentazione straordinaria, raccontata con un umorismo finissimo, molto più avvincente di tanti trattati di sociologia sulle condizioni sociali, sulla povertà, sulla ricchezza.
Una poesia simile a questa si può trovare anche in Gavardo, cioè In loion, ma rientra in questo filone anche Il testamento, che è una delle grandi poesie dialettali di questo secolo, che potrebbe benissimo andare insieme con quelle di Tessa, di Trilussa, di Pezzani, oppure, oggi, assieme a quelle di Bertolani o di Bandini, rispettivamente ligure e romagnolo, che sono delle vere e proprie rappresentazioni di un tipo di società, di un tipo di umanità.
Vale la pena sottolineare ancora una volta l’importanza di questi scrittori, di questi poeti che sono a cavallo fra i due secoli. Quando Tino Gavardo muore, nel 1914, si chiude un’esperienza non solo letteraria, ma anche politica della storia civile. L’Europa stava per entrare in guerra e stava per arrivare la distruzione di tutto quello che era stato il grande periodo della belle époque, del positivismo trionfante, della grande fiducia nelle magnifiche sorti e progressive.
Gavardo appunto muore quando la distruzione sta per iniziare, ma lascia qualcosa agli scrittori e ai poeti, che sono venuti dopo. Perché se è vero che è un poeta di vedute non lungimiranti, se è vero che è un poeta che si esprime in una lingua sempre più geograficamente ristretta, se è vero che è un poeta che racconta piccoli episodi e che illustra piccole personalità e che in qualche modo rappresenta piccoli personaggi in un ambiente piccolo e ristretto, ci sono però certe annotazioni, certe amarezze, certe ironie che si possono ritrovare, ad esempio, nell’ultimo Montale, quello di Satura e di Xenia, quel Montale ironico e sarcastico, addirittura attaccabrighe. Naturalmente espresse in forme differenti, tenendo conto del tempo che è passato, della diversa cultura fra i due, delle divergenti concezioni sociali, politiche e ideologiche. Ma resta il fatto che ci sono delle affinità che ancora si ritrovano.
E credo che sia proprio questa la lezione che Gavardo ci ha lasciato. Una lezione che non è morta, una lezione che si ripete in virtù proprio del dialetto. Perché se questi versi fossero stati scritti in italiano non avrebbero forse conservato questo umore, questa capacità di presa, questa affettuosa ironia. Ma proprio perché stesi in questo dialetto dolce dell’Istria, che io capisco bene ma non so leggere, restano una testimonianza, una lezione che rimane al di là del tempo.

Vorrei parlarvi dei due versanti dell’opera di Gavardo; e cioè quello di carattere satirico e quello di carattere patetico sentimentale, e leggere alcune sue liriche, come In loion. Si è parlato prima del dramma di Otello per il popolo, fatto dal poeta parmigiano Renzo Pezzani: un tema, questo del teatro, che ricorre nella letteratura dialettale con una certa frequenza. Per Gavardo siamo invece nel Teatro “Ristori” di Capodistria, dove alcune popolane in loggione assistono a un drammaccio a fosche tinte dell’epoca e commentano fra di loro le scene. Questo commento a un certo punto diventa un vero e proprio battibecco, non più per quello che accade sul palco, ma tra le due comari, che si accapigliano fra di loro:

Cossa ghe par a lei che la lo massi
co quel cortel che la ga sconto in sen?
Altro che! no la vol?! No ’l meritassi;
dopo duto ’l ghe vol ancora ben.

Mi, se mi fussi in ela, perdonassi.
Perdonarghe a quel mostro? el xe un velen,
scortegarlo la vardi! … Cossa nassi?
Ah, vien un altro personaio, vien …

Almanco, digo, che i fassessi pase,
mi, la credi, sto sangue, sto massar
no me piase per gnente, no me piase.

Ma lu ’l la ga tradida, povereta.
Ben l’istesso, la vardi, no ghe par …
Aiuto! la lo massa, maledeta!


Questo è un sonetto di commento a quello che avviene sulla scena. E adesso scoppia improvvisamente, come un piccolo temporale d’estate, il diverbio:

Ben fata, brava! No xe vero gnente:
ela no la doveva far cussì.
Ben la ghe insegni lei, siora sapiente!
A mi sapiente, vergognosa, a mi?

O toco de ’na vaca spussolente,
mi vergognosa? sporcaciona ti!
Arèla là, la povera inossente!
Quanti metri ga in testa to marì?

Ah, figurassa, mi ghe fasso i corni?
Bruta schifosa, sporca, sfrondaciona,
ti che ti ga deboto duti i zorni
chi che te paga paste e te consola!

A mi ste robe? Ciapa su sfondrona!
Mòlime! Ciapa! Aiuto! mola! mola!


Il dissidio ora investe le due donne. Da notare la vivacità, il crescendo quasi rossiniano dei due sonetti. Nel primo c’è una discussione relativamente pacata, ma quando nel secondo sonetto c’è quell’“Aiuto! la lo massa, maledeta!”, è la goccia che fa traboccare il vaso verso la sfuriata dell’una contro l’altra donna.
Questo per quanto riguarda il versante umoristico-satirico, cui può anche essere ricondotta la lirica Delissie de luio.

De zorno sè incandì come un cucal;
xe un maladeto sol che ve cusina,
sè tuto int-un sudor come un caval,
come se fussi sta soto una spina,

no ve voia de gnente, natural:
gavè la meca za de matina,
ve sgnonfassi de aqua, ma fa mal:
“viva el inverno e ’l iasso per marina”.

De sera, dài, xe un poco più frescheto,
e vu pensè de ’ndar a riposar:
xe cussì bel a destirarse in leto!

e credè de dormir quieti e beati,
che tuto el zorno v’à tocà strussiar:
ma sul più bel ve capita i mussati!


Sul piano patetico, affettivo, sentimentale leggerò un bel sonetto intitolato El vecio pescador, che è proprio una tipica figura patetica:

Quando int-ei tempi de la zoventù
iera forti i so brassi e stagno el peto,
iera squasi un zogatolo per lu
far la durada al remo fin al Quieto.

Oi, se capissi, no se parla più,
ma se paussa a l’ombra, su un scagneto
in Belveder, se fuma un spagnoleto,
opur la pipa e chi ga vù, ga vù.

Là ’l gavaria de baratar parola,
i pinsionai ga foli e ilustrassion,
ghe saria come una seconda scola.

Ma lu no ’l scolta: el varda el so bel mar
e i batei che bordiza int-el Stagnon,
che i se fa in fora per poder pescar.


Il sogno del vecchio pescatore è sempre ancorato a questa visione di barche, che è anche il recupero di una ormai remota gioventù. Da ciò appunto il tono intenerito, commosso del sonetto.
Se vogliamo invece qualcosa di più forte, leggiamo la lirica, forse la più bella in questa direzione che Gavardo abbia scritto: San Nicolò. È un bambino che aspetta dalla mamma, povera, un regaletto, sia pur minimo, per la festa di San Nicolò e alla madre povera si contrappongono le madri ricche. E c’è in questa lirica uno spunto di carattere sociale, che va opportunamente sottolineato.

“Chissà quel che ’l me porta?” el ghe diseva,
povero picio, ’vanti de dormir,
e zento volte ’l ghe lo ripeteva,
ma ela cossa ghe podeva dir?

E quela vose che ghe domandava
e “dime, mama” e “cossa?” ogni momento,
ghe taiava la carne, ghe taiava;
iera per ela el so più gran tormento.

Povero Nini, i altri quasi tuti,
sveiandose doman, varia trovà
se no sogatoleti, almanco fruti;
ma lu gnente, lu iera un disgrassià.

E lu che ’l iera bel come una stela,
la vita sua, la so consolassion,
el ’varia de trovar solo lu, quela
matina, svodo el piato sul balcon?

Ah! ma per cossa solo i fioi dei siori
’varia de goder? questo qua po’ no!
chi ga dito che xe solo per lori
la cara festa de San Nicolò?

No xe fata de carne anca la zente
che vivi zo in cantina o su in sofita?
Cossa, forsi xe sangue diferente,
no semo tuti quanti de una vita?

“Anca ti co, averzendo i bei oceti,
ti vardarà, sercando su ’l balcon,
ti trovarà anca ti do regaleti,
se credessi de andar fina in preson.”

Nini dormiva come un anzoleto,
de quei che vivi col Signor in ziel,
e che ’vendo sbalià de andar in leto,
fra quatro strasse, ’l riposassi in quel.


Questa è la prima parte del componimento. Nella seconda si passa dall’interno domestico all’esterno, alla strada animata dalle madri che vanno a comprare i regali per i loro bambini, in occasione della festa di San Nicolò:

De fora in strada iera un mar de zente,
che andava e che vigniva per comprar:
siore con pachi, càreghe, ela … gnente …
e ghe vigniva voia de zigar.

In mezo una vetrina iera messa
una picia carossa coi cavai;
che lu el la ’vessi! dio che contentessa!
ma quele robe xe pei fortunai.

E quele mame che le se portava
a casa tante robe de valor,
cossa che ela no la le invidiava,
cossa che a ela ghe dioleva el cor.

Sogatoli, vestiti, arsenteria,
pareva che i ghe svoli de lontan,
pareva che i volessi ciorla via
ela con soli vinti soldi in man …


Si ritorna infine allo spaccato domestico:

Vardando la miseria de quel piato,
più misero de quel nissun lo ’veva:
“Nini, no posso più de quel ch’ò fato,
contentite de questo”, e la pianseva.

E tanto che a pianin ela zercava
de verser senza strepito ’l balcon,
Nini dormiva e forsi ’l se insognava
San Nicolò col zesto e col baston.


È una poesia commossa e commovente, con questo piccolo, grande dramma della madre che non ha i soldi per comprare un regalo al figlio; mentre il bambino dorme beato nell’attesa e sogna San Nicolò. È una di quelle cose che non si possono facilmente dimenticare.
Indubbiamente Gavardo si riallaccia alla tradizione veneta sette-ottocentesca, da Gritti a Buratti; e a un poeta a lui particolarmente caro, con il quale ha in comune vari temi, e cioè il veronese Berto Barbarani. Si può anzi definire Gavardo un piccolo Barbarani capodistriano; pur se egli conosceva, e talora riecheggiava, Pascarella e Trilussa; e nella sua ultima lirica, Cusine nostrane, del 1913 si avvicina ai poeti crepuscolari. Questi, come è noto, solevano descrivere gli oggetti - le gozzaniane “buone cose di pessimo gusto” - in chiave melanconica ed erano i poeti della tristezza, del rimpianto, della nostalgia del passato. Probabilmente Gavardo ha letto qualcosa di Corazzini, di Gozzano, di Moretti, ma è difficile accertarlo. Anche perché la lirica sopra citata può essere stata suggerita da una diretta esperienza visiva, quale poteva averla avuta il nostro autore.

La picia cusina riposa,
de sabo, più fresca più neta
e, soto una lume discreta
el rame brilando dà fogo.

La vecia credenza xe in festa
pei orli de carta a colori,
e i piati de crepo coi fiori
più alegri se stiera dessù.

In cheba, un gardel de diesani
col beco se sbìsiga in peto
e par ch’el ghe schissi d’oceto
al gato che s’à indormensà.

“Tic tac”. E camina el reloio,
la cura de nono Zaneto,
che prima de ’ndarsene in leto
el vol caregarselo lu.

Ma ancora per poco, poareto,
che i ani xe tanti e la schena
xe curva che mai, che fa pena
a vèderlo a pian savatar.

E forsi fra zorni in cusina
el vecio gardel sarà inchieto,
pensando perché dirimpeto
se trovi el reloio fermà.


Qui la morte del padrone di casa viene suggerita discretamente, attraverso le reazioni suscitate nel vecio gardel, che non capisce perché l’orologio si è fermato. Si è fermato proprio perché il vecchio nonno Zaneto non gli dà più la carica. È una scenetta malinconica, nitida, precisa. La prima parte è intonata alla gaiezza e poi si passa alla descrizione del tempo che scorre, rappresentato dal ticchettio dell’orologio. E poi il finale malinconico introdotto dalla figura del nonno Zaneto, che carica l’orologio, ma che un giorno non lontano non sarà più in grado di farlo.
È questa una tipica poesia crepuscolare, e che dimostra un desiderio, da parte del nostro poeta di un aggiornamento verso le nuove tendenze della letteratura italiana del suo tempo. Quindi Gavardo rispecchia sì il piccolo mondo antico di Capodistria, borghese o popolano, ma sa anche andare e guardare al di là di questo piccolo mondo. Non un poeta del tutto isolato, ma un poeta che pur essendo invischiato fino al collo nelle piccole polemiche e beghe locali, è un uomo colto. E forse proprio in questa lirica Gavardo sfiora, per un attimo, la grande poesia.
Leggerò ancora una lirica, El testamento, in cui è raffigurata una donna, rimasta vedova, che cerca ansiosamente il testamento del marito, convinta che sia in suo favore. Ma non è così; e nel finale la sua rabbia, il suo attacco di nervi e il suo svenimento sono scambiati dai parenti per la sincera manifestazione di un grande amore e di un inconsolabile dolore. Onde il significato comico-umoristico della lunga lirica, che, dato il suo andamento narrativo, è scritta in ottave.

Siora Lisa, la vedova del sior
Avocato Micel Mezapiciona,
co ’l xe morto de un colpo, pe ’l dolor
la xe cascada sora una poltrona,
e dopo ’ver fifà de duto cor,
davanti dei parenti, un’ora bona,
co in camera no iera più nissun
la s’à calmà, poareta, tuto int-un.

E de fuga la cori int-el scritoio
per sercar de trovar el testamento;
volta e rivolta e questo e st’altro foio
come un che imbastissi un tradimento,
finalmente, col cor duto int-un boio,
la lo trova che’el iera messo drento
d’un libro vecio, un codice, e de boto
la lezi quel che trovarè qua soto.

“Trovandomi io Michiel Mezzapicciona,
per la Grazia di Dio, presentemente
san di criterio e sano di persona,
e persuaso altresì come e qualmente
o tosto o tardi Morte non perdona,
mea sponte et motu ossia spontaneamente
l’ultimo prendo mio divisamento
e redigo il seguente:

El Testamento.

In primis ante omnia a Dio Creatore
voglio raccomandar l’anima mia,
colla protesta che del mio Signore
devoto servo fui sempre che sia,
se in vita forse fui un peccatore
e sempre non battei la retta via,
errare humanum est et homo fui.
Vecio mio, questi qua xe afari tui.

Lascio alla mia metà Lisa Tampagna
qual rendita mensil fiorini trenta,
Bruto avarasso, arè, bela cucagna,
con sti qua no se fa gnanca polenta!
e poi ch’essa mi fu fedel compagna
Giusto! Beato chi che se contenta!
le do l’ultima mia benedizione.
Ah! questa sì che ingrassa le persone!

Con ciò credo d’aver in fede mia
ben provveduto al suo sostentamento.
No xe mal, no xe mal, bruto caìa,
go proprio de goder a piassimento,
ch’essa poi c’una saggia economia
No ’ver paura che ghe dago drento!
vorrà render ancor più generoso.
Ah po sto qua xe tropo, xe schifoso!

Con il detto denaro essa farà
ogni anno celebrar sei messe ancora …
Tre chilometri soto soterà
che no ti possi mai più vignir fora!
Queste sarà le messe, queste qua,
mi lasso che ti vadi in to malora
e prego Dio coi santi che in eterno
ti te rosti int-el fogo de l’inferno.

Pro ultimo mio erede universale
istituisco mio fratello Checo,
che sempre ebbe di me cura speciale
ogni qual volta si trovò con meco,
non se ne avrà mia moglie, credo, a male …
Farabuto, trufon, asino, beco,
sì beco ... beco ... te lo digo adesso
fina dal zorno co ti t’à promesso.

Qua siora Lisa à perso i sentimenti,
ghe ga ciapà un assalto de nervoso
e la tremava e ghe cricava i denti
come i ghe crica a un can co ’l xe rabioso,
coi oci tuti in fora e i pugni strenti
int-un stato che ’veva del schifoso,
la casca patatun sul pavimento,
col tafanario sora el testamento.

E là i la ga trovada e zo melissa
aqua int-el viso, aseo, tuto drioman,
po i la volta, i la gira, i te la issa,
fina che la rinvien a pian a pian;
e cussì che i la gira e i la futissa
no xe nissun che sia tanto inuman
da no dir: Povereta, che dolor!
Questo, podemo dir, xe sta un amor!

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