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TRIESTE CINEMA. UN PERIODO IMPORTANTE
NELLA STORIA DEL C.C.A.

Conferenza di Callisto Cosulich

Trieste, 17 giugno 1996

Vorrei cominciare ricordando, in poche parole, ciò che il cinema rappresentò per Trieste, ma anche per il resto d’Italia, nell’immediato dopoguerra. Gli anni che vanno dal 1945 alla metà degli anni ’50 furono infatti un decennio che potremmo definire magico: il cinema aveva preso possesso di un pubblico vasto e molto eterogeneo, il quale stava progressivamente abbandonando gli spettacoli popolari, come il Carro di Tespi o il melodramma. Quest’ultimo, per altro, aveva per un certo periodo trascinato il cinema al successo: il pubblico era infatti attratto nelle sale proprio da un certo numero di opere cinematografate, come il film-opera di Gallone, che fino al ’48 poteva dirsi una delle pellicole che fecero i maggiori incassi, anche grazie a una certa classe intellettuale. Ma presto il fenomeno si rovesciò, finché fu l’opera a doversi aggrappare al cinema, proponendo film di scarso successo ma che potevano contare su eccezionali cast di cantanti, di un livello che oggi neppure la “Scala” saprebbe proporci. Poi venne la televisione e il cinema, per dirla alla Gianni Brera, fu lentamente costretto a difendere la sconfitta.
Ed è in questo contesto che si inserì in quegli anni il cosiddetto cinema italiano, che tuttavia ebbe nel nostro paese uno sviluppo assolutamente anomalo. Dalle nostre parti, infatti, si era ipnotizzati dal cinema statunitense, il pubblico era affamato di Hollywood e dei suoi divi. E così il cinema italiano fu paradossalmente più apprezzato all’estero che dentro i confini nazionali, dove rimase un fenomeno vissuto di rimbalzo. Oggi certamente, col senno di poi, possiamo dire che molti dei nostri migliori attori o registi del dopoguerra, come De Sica, Rossellini o Visconti, furono forse i più accreditati ambasciatori italiani all’estero, coloro che più di tanti altri furono in grado di ridare una faccia all’Italia. Sì, perché proprio a questo servì Roma città aperta, per far vedere a tutto il mondo, con una capacità di espressione e penetrazione che né la letteratura né la musica furono capaci di eguagliare, che l’Italia c’era ancora, nonostante fosse uscita dalla guerra con le ossa rotte, dalla testa ai piedi. D’altronde il fenomeno venne riconosciuto dagli stessi diplomatici italiani dell’epoca, che riconobbero come la loro vita, la loro missione all’estero, fu facilitata dall’enorme successo riscosso da questi eccezionali uomini di cinema.
A Trieste, poi, c’era una situazione del tutto particolare. Il Governo Militare Alleato, infatti, aveva calmierato i prezzi. E dunque se c’era una città in Italia dove le grandi società statunitensi stentavano a programmare le proprie pellicole, non perché la popolazione non le volesse ma perché gli americani temevano di non guadagnare abbastanza a causa dei prezzi imposti da loro stessi, questa era proprio Trieste. E così, film di grande successo arrivarono a Trieste con forte ritardo rispetto al resto dell’Italia, mentre si continuavano a proiettare vecchie pellicole francesi o italiane, ma dell’epoca fascista, oppure film prodotti da piccole società americane senza troppe ambizioni. E poi c’era il fenomeno, unico in Italia, del “Cinema del Mare” - l’attuale Teatro Miela - che proiettava esclusivamente film sovietici, i quali, dopo essere passati per la Yugoslavia per la sottotitolazione, venivano inviati a Trieste. Il fenomeno durò fino allo scisma fra Tito e Stalin. In quel caso i prezzi erano addirittura inferiori a quelli fissati dagli americani, ma la sala cinematografica, per ovvi motivi politici, non era frequentata che da un manipolo di cinefili scatenati, tra i quali Tullio Kezich, Lino Carpinteri, io e pochi altri. E lì demmo vita a un circolo del cinema simile a tanti altri che si erano costituiti in quel periodo in giro per l’Italia, circolo che nel 1946 pensammo di inserire tra le attività del neonato Circolo della Cultura e delle Arti.
La cosa non fu certo semplice. Innanzi tutto perché l’apparato dirigente del Circolo della Cultura e delle Arti era molto tradizionalista e convincerlo che anche il cinema potesse avere una dignità pari a quella della musica o del teatro fu davvero una gran fatica. Fortunatamente trovammo un sostegno decisivo nell’opera di Marcello Mascherini, dirigente del Circolo, e così mi furono date le redini della nuova sezione. Tullio Kezich, invece, fu in qualche modo escluso: era visto con diffidenza perché collaborava al Corriere di Trieste, un giornale indipendentista.
Le cose andarono subito abbastanza bene. Eravamo una sottosezione, ci chiamavamo proprio così. Svolgemmo il primo anno di attività al “Rossetti” e successivamente al cinema “Alabarda”. Poi ci spostammo al Ridotto del Teatro Verdi. Avevamo una sala, finalmente, e 400-500 soci. Prendevamo i film da ovunque venissero. Eravamo iscritti alla Federazione Italiana dei Circoli del Cinema, quindi facevamo parte di un circuito che ci assicurava molte pellicole e qualche anteprima. Non siamo mai stati un circolo esclusivo: non proiettavamo solo film d’archivio, retrospettivi o classici, ma tentavamo soprattutto di dare una mano ai film che ritenevamo di qualità e che credevamo dovessero prima o poi uscire nelle sale pubbliche. Avevamo anche un rapporto abbastanza privilegiato con i distributori, molti dei quali avevano a Trieste la propria sede di zona, mentre oggi si è tutto trasferito a Padova.
E poi continuavamo a mantenere un buon rapporto con quello che fino al 1948 era il famoso “Cinema del Mare”, in collaborazione con il quale realizzammo un’interessante, curiosa e per certi versi complessa iniziativa. Proiettammo, infatti, nell’arco di tre giorni, una trilogia di un regista russo sulle opere autobiografiche di Gorkij. Il primo film, L’infanzia di Gorkij, lo ottenemmo dalle agenzie italiane; il secondo, con i soli sottotitoli in italiano, ci fu prestato dal “Cinema del Mare” e lo proiettammo al Ridotto; il terzo, Le mie università, riuscimmo invece ad averlo da un distributore di Capodistria. La trilogia, che nel suo complesso fu probabilmente vista da pochissime persone, ebbe un grande successo a Trieste. Tra il pubblico avevamo Giani Stuparich, Anita Pittoni, e poi i giovani Arduino Agnelli, Tito Perlini e Franco Giraldi, all’epoca ancora liceali, i quali, al termine delle proiezioni, davano vita a curiosi dibattiti con i santoni della cultura italiana e locale. E anche la stampa non mancava di prestarci attenzione. Ricordo, ad esempio, che la Cittadella, di molti film, affermava che non avevano il colpo d’ala. Ma la trilogia no, la trilogia, secondo la Cittadella, aveva il famoso colpo d’ala.
Un altro film che a Trieste ebbe molto successo fu La terra trema in edizione integrale, che allora non circolava per i cinematografi e che solo adesso è stata restaurata e recuperata. Cattedraticamente di sinistra, fu fischiata da un pubblico maldisposto al Lido di Venezia nel ’48: le didascalie iniziali avvertivano che il film era parlato in siciliano stretto, perché la lingua italiana non era la lingua dei poveri, e già questo aveva contribuito a creare un primo malumore. Visconti stava in cabina di proiezione e alzava il volume a ogni fischio. “Hanno da schiattare”, diceva, “hanno da schiattare”. Fu un vero e proprio duello fra cabina e pubblico e l’esperienza che ne venne fu pessima.
Poi venne realizzata un’edizione ridotta, parlata in un siciliano comprensibile anche al nord, ma circolò poco o nulla. Io andai a prenderne una copia a Roma a casa di Visconti, la proiettammo al Circolo e poi al cinema “Garibaldi”, dove rimase addirittura otto giorni. E le cose andarono assolutamente bene.
Più tardi aprimmo delle sezioni esterne: una sezione popolare e una sezione studentesca. E nel ’51-’52, quando tuttavia io mi ero già trasferito a Roma, dove ero segretario della Federazione dei Circoli del Cinema, nelle attività del nostro Circolo erano coinvolte ormai qualcosa come 2000-3000 persone. Eravamo diventati il circolo più brillante d’Italia.
Affidandomi al mio sesto senso, dovetti a quel punto lasciare gli aspetti organizzativi alla passione cinematografica di Franco Giraldi, divenuto oggi un importante e capace regista, mentre io persi le tracce dell’attività. A Trieste non tornai che negli anni Sessanta, per seguire il Festival della Fantascienza, e non potei fare a meno di notare come l’interesse per il cinema in città era molto calato, a vantaggio, secondo me, della televisione. Sì, perché a Trieste il fenomeno dei televisori nei bar e nei ristoranti era molto diffuso, cosa che invece era difficile trovare altrove. Lo stesso pubblico del Festival della Fantascienza era un pubblico caciarone, poco attento, poco interessato, nonostante capitasse spesso di assistere a film notevoli.
Tutte queste attività furono poi recuperate in parte dalla “Cappella Underground” e da altre analoghe strutture, con manifestazioni che Trieste fu sempre capace di gestire in proprio, con personale locale, a differenza di quanto accadeva nel resto d’Italia, dove le iniziative cinematografiche erano il più delle volte paracadutate dal centro. Mi spiego: la famosa mostra del cinema di Pesaro è tuttora gestita da Roma; e lo stesso vale per il festival di Cattolica, o per quello di Sorrento: tutte località che si limitano a offrire gli spazi, le sedi. Trieste, invece, ha sempre potuto vantare un invidiabile apparato culturale cinematografico, pari forse solo a quello torinese.
Oggi, purtroppo, le molte iniziative sorte nel settore sono per lo più entrate in crisi: mancano i soldi e i mass media seguono sempre molto poco questo genere di avvenimenti. Sono in crisi i Festival di Venezia, Cannes, Berlino. Per non parlare di quelli minori.
Quello attuale è dunque un momento di trapasso, nonostante l’interesse della gente per il cinema sembri crescere. E questo, ancora una volta, grazie alla televisione, che trasmette buoni film, ma lo fa in orari impossibili, preferendo in prima serata le baruffe politiche, più leggere, divertenti e delle quali è difficile perdere il filo.
Ma rifacciamo un passo indietro e torniamo al nostro Circolo. Trieste viveva in quegli anni una stagione abbastanza schizofrenica. Il rapporto tra il cinema italiano, il pubblico e quelli che potevano essere considerati gli opinions maker triestini era, per vari motivi, di notevole diffidenza. Ricordo, ad esempio, che il primo film che proiettammo al Ridotto fu un cortometraggio di Antonioni, intitolato NU, nettezza urbana. Oggi quel film è divenuto un classico, ma all’epoca l’idea stessa che cominciassimo l’attività con un film italiano dedicato alle scovaze era sembrato un modo per insultare l’Italia, al punto che l’architetto Nordio e sua moglie lasciarono la sala urlando. Ma in fondo ci fu sempre molta civiltà e grande attenzione, tanto è vero che l’anno dopo il film fu ripetuto in concomitanza con la presentazione di Cronaca di un amore, il primo lungometraggio di Antonioni, che venne a Trieste per l’occasione.
C’era poi un altro fatto rilevante, ovvero la presenza a Trieste di una radio amministrata da un ufficiale americano, Herbert Jacobson, che ci dette delle grandi lezioni di democrazia. Un esempio: nel ’48 cominciai a scrivere sul Giornale di Trieste ed ebbi spesso dei momenti di scontro durissimo con la redazione, a causa di atteggiamenti, giudizi, punti di vista differenti; al contrario, trovai una incredibile libertà alla radio, anche quando si affrontavano argomenti non graditi agli americani, come il maccartismo, ovvero la famosa persecuzione cui andarono incontro dieci cineasti di Hollywood, e di cui parlammo almeno cinque o sei volte. E lo stesso Jacobson, che era un ufficiale americano, tenne una conferenza al Circolo sul film Monsieur Verdoux, quando in America Charles Chaplin era visto come fumo negli occhi e quel film era stato odiato all’inverosimile. E quest’apertura fu per noi un’esperienza molto interessante.
E fu proprio per ragioni come queste se a Trieste non si svilupparono preoccupazioni che in quegli anni, nel resto d’Italia, erano abbastanza frequenti. Ricordo, ad esempio, che quando cominciai a lavorare per la RAI, la prima cosa che feci fu di presentare un programma di Stanlio e Olio, dove i due comici si scambiavano le mogli. Ebbene, mi fu vietato di mandarlo in onda perché qualcuno temette che quella trama, sotto Natale, avrebbe potuto sconvolgere i bambini. Ecco, questo genere di preoccupazioni - ripeto - a Trieste non esistevano. A Trieste, al Circolo, potemmo proiettare la copia integrale di Le Diable au Corps di Antoine Le Roi, vietato in Italia dalla censura su decisione dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Andreotti, perché contestato da una delle tante organizzazioni per la tutela della famiglia: ancora oggi la copia trasmessa in televisione manca di una decina di minuti.
Al tempo stesso, a Trieste, potemmo dare anche Uomini sul fondo, considerato quasi un film di propaganda fascista e che in qualche modo precorse il neorealismo. Anche lì, nonostante le preoccupazioni di Kezich, fu Herbert Jacobson a incitarci a proiettarlo: in fin dei conti, ci disse, siete un circolo privato.
Fu, insomma, un’epoca interessante, effervescente, che aveva alzato la temperatura a Trieste. Poi, naturalmente, ciascuno di noi prese la sua strada: io andai a Roma, Kezich partì per Milano, Giraldi mi seguì nella capitale e qui rimase Tino Ranieri, una persona schiva, con un’enorme cultura cinematografica e non solo, ma che purtroppo ebbe poca fortuna: un fortissimo attacco di diabete, infatti, lo rese cieco proprio quando riuscì a ottenere la cattedra all’università di Roma e pochi anni più tardi morì.
Un ultimo ricordo. Personalmente ho cominciato a occuparmi di cinema, dal punto di vista organizzativo, durante la guerra: era l’8 settembre del 1943, io ero imbarcato sulla “Eugenio di Savoia”, dove ogni sera si faceva cinema. Si proiettavano film americani, già all’epoca molto considerati, pur essendo i film del nemico e la cui distribuzione era stata interrotta durante la guerra. Tuttavia, trattandosi di pellicole rimaste inutilizzate nelle agenzie, a noi, che combattevamo, venivano regalate. Un giorno l’ufficiale che si occupava del settore andò in licenza e affidò a me la gestione delle pellicole. Ci trovavamo a La Spezia e mandai un marinaio a prendere qualche pellicola in agenzia a Genova. Gli raccomandai di non limitarsi a pochi film, ma, visti i continui bombardamenti, di portare a bordo almeno otto pellicole. Gli diedi alcuni titoli, fra cui uno di Frank Capra, ossia l’Oscar You can take it with you (L’eterna illusione), uno degli ultimi film giunti in Italia prima della dichiarazione di guerra agli Stati Uniti, e poi il francese Porto delle nebbie, qualche pellicola italiana e l’inglese I gioielli della corona: una pizza di quest’ultimo credo che si trovi ancora nel golfo di La Spezia, visto che scivolò dalle mani a un marinaio e cadde in mare.
Ebbene, la mattina dell’8 settembre ci preparammo per l’attacco allo sbarco di Salerno. Il pomeriggio giunse il comunicato di Badoglio, eravamo tutti convinti di dover morire. Andai dal comandante e gli chiesi: “Che si fa stasera, comandante?”. I motori della nave erano già accesi e pronti per partire, ma lui mi rispose: “Cinema, naturalmente”. Mettemmo L’eterna illusione e fu una proiezione memorabile, con il cielo di La Spezia completamente illuminato dai proiettili traccianti sparati per gioia dai soldati di terra convinti che la guerra fosse finita. Credo che quell’episodio, quel battesimo, in qualche modo mi segnò. Da quel momento fu un continuo succedersi di episodi, storie, aneddoti. Cominciai così a occuparmi di cinema e nacque la passione.



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