Home arrow Pubblicazioni arrow BRUNO MAIER - IL CIRCOLO DELLA CULTURA E DELLE ARTI - 1996
BRUNO MAIER - IL CIRCOLO DELLA CULTURA E DELLE ARTI - 1996 Stampa E-mail





BRUNO MAIER


IL CIRCOLO DELLA CULTURA E DELLE ARTI DI TRIESTE

(1946-1996)

 

Con la collaborazione di: Ministero dei Beni Culturali, Commissariato del Governo nella Regione Friuli Venezia Giulia, Provincia di Trieste, Camera di Commercio di Trieste, Assicurazioni Generali, CRTrieste Banca spa,. CRTrieste Fondazione


In una storia delle istituzioni culturali di Trieste, che prima o poi si dovrà pur scrivere, avrà indubbiamente una posizione di primo piano il Circolo della Cultura e delle Arti. La sua costituzione fu decisa nell’autunno del 1945 «per opera di un Comitato promotore convocato da Giani Stuparich»;  ma esso cominciò la sua attività all’inizio del ‘46; e lo stesso Stuparich ne fu il primo presidente. Erano quelli anni assai difficili per Trieste; la quale, come è noto, non aveva potuto condividere l’esultanza delle altre città italiane per la fine della seconda guerra mondiale perché, dopo un periodo di occupazione iugoslava (1 maggio-11 giugno 1945), era stata affidata a partire dal 12 giugno, insieme con Monfalcone, Gorizia e Pola (Zona A), all’amministrazione fiduciaria degli Anglo-Americani; mentre il resto della Venezia Giulia (Zona B) veniva amministrato fiduciariamente dalla Jugoslavia. Successivamente le due Zone, ridotte alla parte della Venezia Giulia compresa fra il Timavo e il Quieto, avrebbero dovuto costituire il «Territorio Libero di Trieste», sancito dal Trattato di pace (10 febbraio 1947); ma tale Territorio, in seguito alle divergenze e al mancato accordo fra le quattro grandi potenze vittoriose (Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Unione Sovietica), non potè mai essere realizzato.
Mi sono soffermato su queste vicende politico-diplomatiche perché soltanto tenendone conto è possibile comprendere la situazione politica di Trieste e, ciò che qui soprattutto interessa, la situazione culturale della città, a quella direttamente collegata. L’assetto politico di Trieste, infatti, fu allora giustamente ritenuto provvisorio; e mentre l’attuazione del Territorio Libero con la relativa nomina di un «Governatore» era voluta soltanto dalle forze autonomiste e indipendentiste della città, i partiti italiani e la stragrande maggioranza dei triestini auspicavano il ritorno della città all’Italia e, dal canto suo, la popolazione slovena, appoggiata almeno sino al 1948 dal Partito Comunista Giuliano, vagheggiava il passaggio di Trieste alla Jugoslavia. Naturalmente queste diverse, inconciliabili posizioni determinarono in città un’atmosfera di tensione e di lotta, i cui riflessi furono avvertiti in un più vasto ambito internazionale: sicché in quegli anni si parlò e si discusse in tutto il mondo della «questione di Trieste».  Una questione, giova rilevare, che la «guerra fredda» allora in atto fra gli alleati occidentali e l’Unione Sovietica veniva necessariamente ad aggravare e ad esasperare, anche perché si pensava che proprio a Trieste e nella Venezia Giulia corresse la linea di demarcazione fra Occidente e Oriente e fosse in gioco la relazione stessa, l’incontro o lo scontro fra i due mondi. Si sa che la questione triestina fu risolta appena il 5 ottobre 1954 con il «Memorandum» di Londra, che assegnò all’Italia Trieste con un esiguo Hinterland, e tutta l’altra parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia: una sistemazione territoriale, questa, sostanzialmente ribadita e resa definitiva dal Trattato di Osimo del 10 novembre 1975.
L’accennato legame fra politica e cultura fu particolarmente evidente a Trieste nel periodo compreso fra il 1945 e il 1954, durante il quale la cultura triestina collaborò attivamente alla soluzione del problema dell’appartenenza politica della città. I quotidiani, i settimanali, le riviste, i giornali e i giornaletti satirico-umoristici, le manifestazioni culturali di ogni tipo e carattere fiorirono allora forse come non mai; e furono affiancati da libri e opuscoli di storia, letteratura, linguistica, geografia, etnologia, economia, ecc., da pamphlets, da scritti variamente polemici, in cui intellettuali italiani, jugoslavi e indipendentisti cercarono di dare una conferma o un’autenticazione «scientifica» alle loro convinzioni politiche. Fu quella un’epoca culturalmente fervidissima; ed è proprio in quest’epoca che ebbe un ruolo eminente e una ben definita, meritoria funzione il Circolo della Cultura e delle Arti.
Esso fu concepito e progettato, si diceva, da Giani Stuparich, e cioè da uno scrittore di larghe aperture sociali ed europeizzanti, rimasto appartato negli anni del fascismo e legato alle sue idealità mazziniane e risorgimentali: quelle idealità che lo avevano indotto a partecipare volontario, insieme con il fratello Carlo e con Slataper (e con tanti altri giuliani), alla prima guerra mondiale, conclusasi con il passaggio all’Italia delle terre irredente. L’intento di Stuparich, che aveva preso parte alla Resistenza antifascista e alla lotta di Liberazione, era di fondare un sodalizio capace di valorizzare la cultura di Trieste (e la cultura in genere, in tutte le sue forme), e di stabilire e mantenere un saldo legame fra la cultura triestina e la cultura italiana: egli era, infatti, ben consapevole che uno dei mezzi più efficaci per sostenere il diritto di Trieste all’Italia  fosse proprio l’attività culturale; di conseguenza promuovere una simile attività al più alto livello possibile e, al tempo stesso, in un vasto ambito popolare, significava per Stuparich contribuire validamente all’affermazione del punto di vista italiano nella dibattuta «questione di Trieste». Il discorso che il Circolo si propose di fare fu certamente un discorso culturale; ma un simile discorso fu e non poté non essere, implicitamente, un discorso politico.
L’idea di Stuparich fu accolta con entusiasmo da un Comitato promotore, di cui facevano parte il Rettore dell’Università, Salvatore Satta; il preside della Facoltà di Lettere e Filosofìa, Francesco Collotti; gli scrittori Silvio Benco, Biagio Marin, Umbro Apollonio e Luciano Budigna; lo scultore Marcello Mascherini; i pittori Ciro Garzolini, Romano Rossini, Vittorio Bergagna, Carlo Sbisà e Federico Righi; i musicisti Cesare Barison, Vito Levi e Dario De Rosa; gli storici e studiosi di memorie patrie Carlo Schiffrer, Baccio Ziliotto, Giuseppe Stefani, Oscar de Incontrera e Silvio Rutteri; l’archeologo e docente universitario Mario Mirabella Roberti; il futuro sindaco di Trieste Gianni Bartoli; il colonnello Antonio Fonda Savio, uomo di punta - come Bartoli e Schiffrer - della Resistenza e del Comitato di Liberazione Nazionale della Venezia Giulia;  ecc. Il 17 febbraio 1946 il Comitato si riunì, sotto la presidenza di Stuparich (che pronunciò il discorso programmatico), nella sala minore della Camera di Commercio e Industria; e fu questa l’«adunanza costitutiva del Circolo della Cultura e delle Arti», durante la quale, tra l’altro, fu approvato all’unanimità lo statuto del sodalizio e ne venne eletta la direzione. Questa si convocò due giorni dopo, il 19 febbraio, nella sala della Consulta della Provincia di Trieste, ancora sotto la presidenza di Stuparich, per procedere all’assegnazione delle cariche sociali, previste dallo statuto. Pertanto, in seguito a votazione, Stuparich fu eletto presidente, il prof. Satta e l’ing. Fernando Gandusio furono nominati vicepresidenti, il musicologo Guido Hermet divenne direttore amministrativo e l’avv. Nino di Giacomo segretario. Il Circolo, secondo il testo dello statuto, si articolava in cinque sezioni, e precisamente Lettere, Arti, Musica, Scienze morali e Scienze matematiche e naturali; e a dirigere le singole sezioni vennero invitati, rispettivamente, Benco, Rossini, Levi, Collotti e Schiffrer. Nel 1948 ebbe inizio la sezione Spettacolo, che si fece largamente apprezzare per una molteplicità di manifestazioni teatrali e cinematografiche, queste ultime programmate e animate dagli allora giovani e poi affermati critici Tullio Kezich, Callisto Cosulich e Tino Ranieri.
Il Circolo cominciò subito la sua attività: il 17 aprile 1946 Giani Stuparich tenne il discorso inaugurale su Funzione della cultura e messaggio dell’arte,  in cui asserì che il nuovo sodalizio si proponeva di continuare le «nostre più antiche e gloriose istituzioni di cultura» soppresse o «trasfigurate» dal fascismo, come la Società di Minerva, la Società Filarmonico-Drammatica, il Circolo Artistico, l’Università Popolare e il Circolo di Studi Sociali;  e di costituire «un centro di raccolta per tutte le migliori energie culturali e artistiche della città».  Inoltre esso intendeva essere «espressione della nostra coscienza nazionale», e cioè della «cultura», della «civiltà» e del «pensiero» italiano; e di quella «lingua» che è «la forma concreta e indivisibile della sostanza della nostra cultura» e che è stata usata da «Dante e Leonardo e Galilei e Leopardi Foscolo Manzoni» e da «Giuseppe Mazzini». Ma il Circolo voleva anche essere «aperto alle correnti spirituali di tutti i popoli, così dei più lontani come dei più vicini»; e rispettare e accogliere «con fraterno intendimento l’arte e il pensiero, da qualunque nazione essi ci vengano», nella consapevolezza che l’«Europa nuova, prima che nell’unione politica, dovrà trovare la sua consistenza nella comunione elevata degli spiriti».  Come si vede, a parere di Stuparich il rapporto tra la cultura triestina e quella italiana, allora giustamente privilegiato, doveva unirsi all’interesse per ogni cultura degna di questo nome, in una piena e feconda armonizzazione di istanze e idealità nazionali e di tensioni europeizzanti e cosmopolite.
Seguirono, il 24 e il 30 aprile, le conferenze di Francesco Flora su L’America nella letteratura italiana e di Diego Valeri su L’ultima letteratura francese e i poeti della Resistenza; e il 10 maggio quella di Antonio Illersberg su La polifonia vocale nei secoli XV e XVI e l’elemento comico. Il 3 maggio la sezione Musica del Circolo diede inizio alla sua attività con un concerto della pianista Enrica Cavallo, presentato da Vito Levi; e la continuò il 15 maggio con un concerto bachiano della pianista Ginevra Artusi, e il 5 giugno con una rassegna di liriche dei compositori triestini Mario Bugamelli, Giulio Viozzi, Claudio Noulian, Zita Lana, Nino Verchi e Raffaello de Banfield, cantate dal soprano Adriana Caravadossi ed eseguite al pianoforte dai singoli autori. Il 17 giugno si esibì il «coro madrigalesco» diretto da Illersberg; e in questa occasione venne ufficialmente inaugurata la sede del Circolo, la quale comprendeva, oltre alla grande sala del Ridotto del teatro «Verdi», adattissima per conferenze e concerti, una saletta per conversazioni rivolte a un pubblico più ristretto, una sala di lettura, ricca di giornali e periodici italiani e stranieri, una sala di ritrovo e persino, scrive un cronista di allora, «una fresca e ventilata terrazza, che offre un piacevole refrigerio».
Il 20 giugno 1946 il Consiglio direttivo del Circolo convocò la prima assemblea ordinaria degli iscritti, che ammontavano già a trecentosettantuno (cui vanno aggiunti i familiari); e in tale occasione venne illustrata ai presenti (circa un centinaio) l’attività sociale, e si diede lettura del regolamento, che fu approvato con qualche lieve modificazione. La direzione del Circolo si presentò all’assemblea dimissionaria, sia perché non si riteneva adeguatamente rappresentativa dall’alto numero dei soci, sia perché nel frattempo era deceduto Guido Hermet, Stuparich e Ziliotto si erano dichiarati indisponibili e Di Giacomo si era trasferito per ragioni professionali in altra sede. Si procedette perciò a una nuova elezione, per effetto della quale diventò presidente del Circolo Silvio Benco. Della relazione del Consiglio direttivo conviene riportare la conclusione, in cui sono perfettamente indicate le caratteristiche e le finalità dell’istituzione, e quella essenziale unità di ragioni culturali e di ragioni politiche e patriottiche che è già stata opportunamente sottolineata: «alla nuova direzione osiamo rivolgere un’appassionata esortazione: voglia essa tener fede all’idea che ci ha guidati nella costituzione della nostra Società e voglia essere la sua attività improntata veramente alla conoscenza, alla diffusione, allo scambio della cultura e dell’arte di tutte le genti, ma in particolare di quella cultura e di quell’arte che è gloria imperitura della sospirata nostra madre patria italiana».
Questa esortazione è stata accolta e realizzata nel modo migliore dalle successive direzioni del Circolo, presiedute da Silvio Benco (1946- 1949); dall’illustre geofisico Francesco Vercelli (1949-1952); dall’ammiraglio Raffaele De Courten, già ministro della Marina nel primo gabinetto Badoglio e presidente del Lloyd Triestino (1952-1959); dal colonnello Antonio Fonda Savio (1959-1964); dall’avv. Piero Ferraro, medaglia d’oro della Resistenza (1964-1967); dall’ing. Marcello Spaccini, sindaco di Trieste (1967-1977); e dall’on. Giorgio Tombesi (dal 1978); e lo è stata in ispecie negli anni travagliosi della lotta per il ritorno di Trieste all’Italia, ossia dal 1946 al 1954, allorché il Circolo ha mostrato più che mai di essere all’altezza della situazione e ha provveduto con una lunga serie di manifestazioni di livello a rendere viva e attiva in città la presenza della più qualificata cultura nazionale. Ma anche a prescindere da quel particolare periodo, in cui l’incidenza del sodalizio nella vita culturale e politica della città è stata più intensa e profonda, occorre tenere presente che nel corso della sua quarantennale esistenza il Circolo ha organizzato in ogni anno sociale circa un centinaio di manifestazioni, consistenti in conferenze di forte richiamo, destinate a un vasto pubblico; in conversazioni su argomenti più specifici (per esempio, su autori e avvenimenti d’interesse soprattutto locale), volte a un uditorio più limitato; e in dibattiti, tavole rotonde, mostre d’arte (per lo più di artisti contemporanei, italiani e stranieri), mostre di varia cultura, recite e dizioni, concerti, spettacoli teatrali e cinematografici, ecc. Analogamente va ricordato che sono venuti a parlare a Trieste quasi tutti i maggiori esponenti della cultura nazionale nei suoi vari aspetti: mi riferisco, per esempio, a scrittori come Montale, Ungaretti, Quasimodo, Gatto, Betocchi, Diego Valeri, Bacchelli, Moravia, Pasolini, Piovene, Vittorini, Tecchi, Zavattini, Bigiaretti, Angioletti, Silone, Soldati, Frateili, Aniante, Gianna Manzini, Alba De Cespedes, Montanelli, ecc.; a critici letterari come Galletti, Pompeati, Flora, Fubini, Citanna, Debenedetti, Sapegno, Muscetta, Petronio, Devoto, Falqui, Ravegnani, Anceschi, Pampaloni, Cambon, Raimondi, Scrivano, Bárberi Squarotti, Piccioni, Mondo, Zampa, ecc.; a critici figurativi come Pica, Valsecchi, Argan, Mazzariol, ecc.; a critici musicali come Torrefranca, Confalonieri, Mila, Monterosso, D’Amico, Vlad, ecc.; a storici come Salvatorelli, Ghisalberti, Nino Valeri, Spellanzon, ecc.; a filosofi come Spirito, Calogero, Lombardi, Antoni, Paci, Abbagnano, ecc.; a pedagogisti come Capitini, Volpicelli, ecc.; a psicologi come Musatti, Servadio, ecc.; a scienziati come Severi, Polvani, ecc.; a cimici di chiara fama come Valdoni, ecc.
A queste presenze individuali, spesso di eccezionale richiamo, si sono affiancate delle iniziative di grande rilievo, come la mostra dei modelli di macchine di Leonardo da Vinci; quella dell’architettura e dell’arredamento navale; quella dell’architettura moderna e delle realizzazioni dell’INA-CASA; ecc. Per tacere delle rappresentazioni classiche tenute dal teatro dell’Università di Padova; delle due «Settimane letterarie» organizzate dalle case editrici Mondadori e Bompiani, rispettivamente nel dicembre del 1954 e nell’aprile del 1956; della «Settimana siciliana», allestita in collaborazione con l’Assessorato all’Istruzione di quel governo regionale, la quale consistette in mostre d’arte, in conferenze illustrative e in una rappresentazione dei celebri «pupi»;  e di numerose mostre filateliche, numismatiche, commemorative o celebrative di particolari avvenimenti cittadini (sia citata almeno, nel 1981, quella del centenario del «Piccolo»), tenute sotto gli auspici o il patrocinio del Circolo. Tutte queste manifestazioni sono state pubbliche, e non riservate ai soli soci, che nel momento di più alta frequenza giunsero a essere circa un migliaio; e hanno pertanto consentito a un ampio uditorio di parteciparvi e di accostarsi così, attraverso le voci degli oratori, le mostre, le varie manifestazioni culturali, a molteplici aspetti, spesso nuovi o poco conosciuti, dell’arte e del pensiero del nostro secolo. La medesima partecipazione di numerosi soci alla vita del Circolo, la loro assidua frequenza della sala di lettura, la loro presenza nelle assemblee per il rinnovamento o la conferma dei membri del Consiglio direttivo e dei direttori delle singole sezioni stanno a documentare la fecondità oltre che l’utilità dell’istituzione, che è veramente un raro esempio di vita associativa cementata da un alto interesse artistico e culturale.
Il Circolo della Cultura e delle Arti ha svolto con particolare impegno la sua funzione culturale (e politico-culturale nel senso chiarito) nel periodo compreso tra il 1946 e il 1954, allorché Trieste fu ricongiunta all’Italia; la ha felicemente continuata negli anni successivi; e, dopo aver superato alcune gravi difficoltà verificatesi verso la fine del 1977,   la prosegue alacremente tuttora, inserendosi in una posizione di forte spicco nella cultura cittadina, e in una prospettiva nuova, insieme nazionale ed europea, e volta a valorizzare, oltre alla tradizionale cultura umanistica, la moderna civiltà scientifica e tecnologica: ne è stata un’eloquente attestazione il ciclo di conferenze svoltesi nella primavera del 1985, in cui argomenti letterari (Manzoni, Svevo, Ungaretti, Quarantotti Gambini, Borges) si sono uniti ad argomenti attuali (le comunicazioni di massa, il «consumo» audiovisivo) e scientifici (la cometa di Halley, i progressi dell’astronomia). Un ciclo, questo, che ha avuto un vivo successo, destinato a orientare le scelte future.
Un aspetto assai importante dell’attività del Circolo è costituito dalle pubblicazioni da esso promosse. Già negli Anni Cinquanta il solerte segretario Oliviero Honoré Bianchi, scrittore in proprio e autore del romanzo Notte del diavolo,  curò la stampa di un bollettino periodico, che illustrava le manifestazioni del sodalizio; ma fin da allora si avvertì l’opportunità che le più significative conferenze in memoria o in onore dei maggiori autori triestini (poeti, scrittori, architetti, scultori, pittori, musicisti, scienziati, ecc.) venissero raccolte in volumetti monografici, editi dal Circolo. Pertanto nel 1953 uscì l’opuscolo contenente i testi della celebrazione del settantesimo compleanno di Umberto Saba, consistenti in una prolusione del presidente De Courten, in un saluto del poeta e in un discorso di Piovene; cui sono seguiti i volumetti dedicati a Slataper (1957 e 1963), Benco (1957), Giotti (1959), Stuparich (1961 e 1981), Marin (1962), Svevo (1963), Cecovini (1964), Quarantotti Gambini (1968), Mattioni (1980); Weiss (1980); Rogers (1970), Nordio (1972), Cervi (1974); Costanzi (1970); Mascherini (1971); Maria Lupieri (1966), Bergagna (1972); e Dallapiccola (1978).  Si tratta complessivamente di ventuno volumetti, oggi bibliograficamente rari, e tuttora fondamentali per la fama di molti oratori e presentatori e per l’interesse storico-critico dei loro interventi.
Ne a ciò si è fermata l’operosità editoriale del Circolo: infatti nel 1957 una commissione espressa dalla sezione Lettere e formata da Oliviero Honoré Bianchi, Manlio Cecovini, Marcello Fraulini, Bruno Maier, Biagio Marin e Fabio Todeschini curò la preparazione, l’organizzazione e la stampa di un’antologia di Poeti e narratori triestini,  corredata di un Invito alla letteratura triestina del Novecento di Maier: un’antologia che ha avuto una larga fortuna e ha certamente giovato a far conoscere meglio gli scrittori viventi e operanti in città, inclusi quel Saba e quel Giotti che, scomparsi nell’agosto e nel settembre del 1957, avevano fatto in tempo a consegnare e, anzi, a scegliere personalmente i testi inclusi nel volume antologico, praticamente ultimato e pronto per la stampa già nel ‘57. Dieci anni dopo l’uscita del libro, e cioè nel 1968, in occasione del cinquantenario della redenzione di Trieste alla fine del primo conflitto mondiale, la medesima commissione della sezione letteraria del Circolo ha curato la pubblicazione di una seconda, molto più ampia antologia, Scrittori triestini del Novecento.  Tale volume, aperto da uno scritto di Carlo Bo, Una grande proposta, e da un saggio di Maier su La letteratura triestina del Novecento, si differenzia dal precedente non solo per la mole, per la vastità della documentazione antologica e per l’utilità delle note biobibliografìche finali, ma anche e soprattutto perché vi sono accolti i grandi scrittori scomparsi, a partire da Svevo, Slataper, Benco, e vengono registrati i nuovi autori, già largamente affermati, quali Fulvio Tomizza, Renzo Rosso e Stelio Mattioni. Anche la seconda antologia ha ottenuto un caloroso consenso, sia da parte dei lettori, sia da parte della più qualificata critica nazionale; e dimostra, come del resto già la prima, quanto il Circolo ha fatto per gli uomini di cultura della città e per la letteratura triestina nel suo complesso. Certo, se tale letteratura oggi costituisce un argomento particolarmente caro agli studiosi ed è oggetto di numerose trattazioni parziali o totali, ciò si deve anche alle due antologie del Circolo della Cultura e delle Arti, che hanno coraggiosamente aperto una strada, o hanno reso più agevole e percorribile una via che in precedenza era stata battuta da qualche solitario intellettuale illuminato, come Silvio Benco e, in una sfera accademica, Ferdinando Pasini.
Alle due antologie del ‘58 e del ‘68 va aggiunto il volume Trieste nella cultura italiana del Novecento. Profili e testimonianze.  Questo libro, che raccoglie le conferenze sopra menzionate già edite in opuscolo, rappresenta il frutto di più di trent’anni di attività del Circolo; ed è insieme una sorta di bilancio per monografie (o per «ritratti», per «medaglioni») della cultura triestina del Novecento, considerata non in una sua del resto difficilmente spiegabile autonomia, bensì nella sua costante relazione dinamica e dialettica con la cultura nazionale ed europea. Un libro vivo, insomma, che chiarisce quanto la cultura triestina ha ricevuto dall’Italia e dall’Europa e quanto all’Europa e all’Italia ha generosamente dato: un libro i cui testi, sostanzialmente non intaccati dall’usura inevitabile del tempo e dall’incessante mutamento delle prospettive e dei metodi, costituiscono una sorta di neoraffaellesco «Parnaso» triestino; o, se si preferisce, un’affascinante pinacoteca intellettuale, la cui «visita» è illuminazione psicologica e morale, piacere estetico, arricchimento e approfondimento di umanità.

1985/1996
 
NOTA

Durante l’ultimo decennio il Circolo della Cultura e delle Arti ha continuato a svolgere la sua attività, contraddistinta da una sempre più accentuata apertura verso la cultura dell’Europa centrale e orientale, con particolare riguardo per quella delle nazioni più vicine o direttamente confinanti; da un sempre più vivo interesse per i diversi aspetti della vita, del costume e della civiltà contemporanea, e per il presente momento storico di fine secolo; e da una crescente attenzione all’interdisciplinarità e ai problemi posti dai rapporti e dai nessi tra la cultura umanistica e quella scientifica. Di conseguenza, alle conversazioni dedicate agli scrittori, agli architetti, agli scultori, ai pittori e ai musicisti di Trieste, alla «rilettura» di alcuni grandi esponenti della letteratura europea e mondiale, alla fortunata rubrica «Scrittori allo specchio», alla celebrazione di alcuni importanti centenari, come quelli di Tiziano (1990), di Tartini (1992) e di Rossini (1992), si sono affiancati convegni, tavole rotonde e cicli di conferenze sulle biblioteche triestine (1988), su «Trieste nell’Europa che cambia» (1990), su «L’idea di nazione, oggi» (1991), su «L’Italia difficile» (1992), su «Linguaggio letterario e linguaggio scientifico» (1993), sulla critica letteraria contemporanea e le sue varie tendenze (1995), ecc. Mentre alle sezioni tradizionali se ne sono aggiunte delle altre, come quelle della Musicologia e della Medicina. Il Circolo, insomma, dopo cinquant’anni, è sempre vivo e attivo; e, ricco della vasta esperienza culturale sinora acquisita, può guardare al futuro, prossimo e remoto, con tranquilla, serena fiducia.

1996

© Circolo della Cultura e delle Arti, Trieste, 1996. Tutti diritti riservati.

 
Pros. >

© Circolo della Cultura e delle Arti
Via San Nicoḷ 7, 34121 Trieste - Tel. 040.366744
C.F. 80022560322