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Diego De Castro Stampa E-mail

Diego de Castro nasce a Pirano (Istria) il 19 agosto del 1907, discendente da una famiglia che per oltre un millennio ha abitato il Castrum Pyrrhanense. Diego de Castro è morto il 13 giugno 2003 a Roletto (Pinerolo) ed è stato sepolto nel cimitero della città di Pirano.

Ordinario di statistica nelle Università di Torino e Roma
Socio onorario della Società Italiana di Statistica
Socio a vita dell'International Statistical Institute
Socio onorario del Comitato di Trieste e Gorizia dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano
Sito ufficiale

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Diego de Castro nasce a Pirano (Istria) il 19 agosto del 1907, discendente da una famiglia che per oltre un millennio ha abitato il Castrum Pyrrhanense.
Del capostipite, Venerio de Augusto de Castro Pirano, si trova già traccia in documenti ufficiali datati 933, ma una ricostruzione storico-genealogica inizia con Ottaviano de Castro da Pirano d'Istria, nato intorno al 1430.
A Pirano de Castro frequenta i primi anni della scuola elementare. In seguito la famiglia si trasferisce a Salvore. Nel 1925 il de Castro conclude gli studi a Trieste conseguendo la maturità classica, ma oltre a questa preparazione culturale egli porta già con sé un importante bagaglio di ricordi e di esperienze, a volte anche difficili o tragiche, vissute durante gli anni trascorsi a Salvore - uno dei punti strategici più importanti del fronte italo-austriaco durante il primo grande conflitto mondiale - e poi a Trieste.
I suoi studi proseguono a Roma, dove frequenta la Facoltà di Giurisprudenza. Nel 1927 pubblica il suo primo lavoro scientifico nel "Bollettino dell'Istituto statistico-economico" della Regia Università di Trieste (L'attrazione matrimoniale tra individui di uguale religione a Trieste (1904-1925). Si laurea nel 1929 con il massimo dei voti e la lode, discutendo una tesi sull'impostazione teorica della statistica giudiziaria penale che viene pubblicata nel volume XXIV degli "Annali di Statistica". In seguito partecipa ad un concorso interno all'Università di Roma e diventa assistente di materie economiche accanto allo statistico Rodolfo Benini, ed intanto frequenta i corsi della "Scuola di statistica" (non esisteva ancora la Facoltà di statistica). Nella sessione del 1931 consegue la libera docenza in statistica ed il 16 Novembre di quell'anno diventa professore incaricato nella Facoltà di giurisprudenza dell'Università di Messina, poi insegna per un anno nell'Università di Napoli. Contemporaneamente assume l'incarico di Consulente del servizio economico, per la sede di Roma della Confederazione lavoratori industria. Incarico che manterrà fino al 1943.
Dal 1932 al 1935 lavora presso l'Istituto Superiore di Scienze Economiche e Commerciali di Torino (poi divenuta Facoltà di Economia e Commercio) e presso la Facoltà di Giurisprudenza della stessa città. Nel 1937 prende servizio come professore ordinario di Statistica nella Facoltà di Economia e Commercio di Torino, dove insegnerà anche Demografia. In quella Facoltà, nel 1938, fonda l'Istituto di Statistica che dirige fino al 1972. Questo Istituto, in tempi recenti, con la costituzione dei dipartimenti, è stato trasformato in "Dipartimento di statistica e matematica applicata alle scienze umane Diego de Castro".
Il suo nome è quindi ancora oggi presente nello storico palazzo di Piazza Arbarello, ma soprattutto nelle menti di tutti coloro che in quelle aule, e non solo, ebbero la possibilità di ascoltare le sue lezioni durante le quali rendeva palese quella curiosità intellettuale che costituiva una delle grandi doti del suo ingegno.
Dopo aver insegnato a Torino per 37 anni, si trasferisce a Roma nella Facoltà di Economia e Commercio. In quella Facoltà insegnerà Statistica e Demografia per altri dodici anni. Lascia l'insegnamento universitario per raggiunti limiti di età nel 1982, con alle sue spalle un cinquantennio di attività didattica e scientifica. Nel 1983 il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, lo nomina professore emerito.
L'assiduo impegno nella ricerca scientifica e nella didattica lo portano a diventare, alla fine degli anni trenta, socio della Società italiana di economia demografia e statistica, della quale fu anche presidente, e socio dell'Istituto Italiano di antropologia per il quale ricoprirà la carica di vice-presidente. Nel 1946 viene nominato Fellow della Royal Statistical Society di Londra; in seguito diventa socio onorario della Società Italiana di Statistica e dell'Istituto per la Storia dei Risorgimento Italiano, inoltre è membro titolare a vita dell'Istituto Internazionale di Statistica.
Dal 1927 al 1997 ha scritto numerose pubblicazioni scientifiche nel campo della statistica demografica, economica, sociale, docimologica, sindacale e giudiziaria. In quest'ultimo campo, del quale si occupò sin dal 1934 con la stesura di un testo sui Metodi per calcolare gli indici di criminalità (che allora venne giudicato come il migliore esistente), il de Castro è stato ritenuto il più esperto studioso italiano di statistica giudiziaria penale, di statistica della criminalità e della criminosità.
Dal 1941 al 1981 ha collaborato con il quotidiano torinese "La Stampa" scrivendo oltre 400 articoli. Negli anni dell'immediato dopoguerra ha scritto anche per "Il Giornale di Trieste", e dal 1952 collabora con "Il Piccolo" di Trieste.
Il de Castro benché profondamente legato all'Università, durante la sua vita ha sviluppato anche un importante percorso rivolto all'attività diplomatica che prende l'avvio quando le vicende belliche interrompono forzatamente la sua attività scientifica e didattica.
Nella primavera del 1941 viene richiamato alle armi. Avendo possibilità di scelta dell'arma - poiché all'epoca non aveva prestato alcun servizio militare essendo figlio unico di madre vedova - prende servizio in Marina come tenente di commissariato, ma non viene imbarcato bensì incaricato della segreteria del Comitato interministeriale dei prezzi. In seguito, le vicende politico-militari del paese coinvolgono il de Castro.
Verso la fine del 1943 diventa membro del Comitato giuliano di Roma e rientra in forza presso il Ministero della Marina. Il governo italiano nel 1946 gli affida incarichi legati alla preparazione del Trattato di pace. Viene inviato in Inghilterra e negli Stati Uniti. Dal luglio del 1952 all'aprile del 1954 è rappresentante diplomatico dell'Italia presso il Governo Militare Alleato a Trieste e Consigliere politico del Comandante della Zona angloamericana, generale John Winterton. Per Austria, Italia, Jugoslavia e Slovenia sono anni chiave a causa del problema legato alla definizione dei confini dopo la seconda guerra mondiale. De Castro può essere considerato uno dei protagonisti di una delle pagine più interessanti e controverse del nostro tempo, e uno dei massimi esperti dei problemi dei confini orientali italiani. Egli ben conosce i sentimenti, le reazioni, le speranze, le illusioni degli italiani di Trieste e dell'Istria o talvolta dell'Italia intera.
Sulle vicende di quegli anni de Castro ha scritto 5 libri e numerosissimi articoli su giornali e riviste. In particolare due libri costituiscono quanto di più completo e dettagliato sia mai stato scritto sull'azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954: Il problema di Trieste. Genesi e sviluppi della questione giuliana in relazione agli avvenimenti internazionali (1943-1952) pubblicato nel 1953, e La questione di Trieste. L'azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954, pubblicato nel 1981. In quest'ultimo libro egli, fondendo sapientemente aneddoti, riflessioni e ricostruzioni fedeli di avvenimenti cruciali - specialmente per quanto riguarda gli anni quaranta e cinquanta, l'epoca del cosiddetto "problema di Trieste" -, ripercorre, alla luce della sua lunga e ricca esperienza personale, un secolo di vicende difficili e controverse specie per Trieste e l'Istria, terre profondamente segnate dalla prima e seconda guerra mondiale, verso le quali egli ha riservato sempre un appassionato impegno, sia come diplomatico sia come storico.
 Attento osservatore di eventi, il de Castro ha voluto lasciare una dettagliata e lucida testimonianza nel suo libro Memorie di un novantenne, Trieste e l'Istria, condensa questi ricordi, quelli degli anni anteriori alla prima guerra mondiale trascorsi a Pirano, e tantissimi altri a testimonianza della sua intensa attività diplomatica svolta durante la seconda guerra mondiale. E in chiusura scrive: "Se un essere umano ha partecipato a eventi storici, da privato o da persona investita di una qualche responsabilità pubblica, finisce talvolta per cadere in una quasi autobiografia descrivendo fatti della propria vita come campioni, purtroppo non statisticamente casuali, della vita in genere". (….) "In questi ultimissimi tempi, ormai nonagenario, sono venuto a conoscenza di un proverbio arabo che dice essere la morte di un vecchio uguale alla morte di una biblioteca. Così mi sono accorto che sono un po' anch'io, una biblioteca che sta morendo. Confrontando la cultura mia e quella dei miei colleghi di un tempo, confrontando l'esperienza mia e quella di coloro che sono con me vissuti in tempi più difficili degli odierni, posso constatare che i giovani di oggi approfondiscono molto di più di noi singoli argomenti, ma hanno perduto quella visione, da un lato scientifica, dall'altro pratica o politica, ben più generale e meno profonda che era propria della nostra cultura e del nostro modo di pensare e di agire. Il racconto che avete letto - e vorrei definirlo appunto racconto - costituisce quindi un tentativo di non distruggere totalmente quella biblioteca che solo recentemente mi sono accorto di essere".
La sua capacità di analisi della società contemporanea, quella di concepire soluzioni ed a volte di precorrere i tempi, la lucidità di pensiero, la coerenza, la sua vastissima cultura e la sua profonda competenza in tutti i settori economici italiani, lo hanno portato ad essere considerato tra i più grandi statistici italiani. Numerosi sono stati i riconoscimenti ufficiali di merito per la sua lunga attività scientifica e didattica, nonché per il grande apporto diplomatico da lui dato all'Italia sulla questione di Trieste negli anni del dopoguerra. Ne citiamo solo alcuni: Diploma di Medaglia d'Oro ai Benemeriti della Scuola della Cultura e dell'Arte 1965, San Giusto d'Oro Trieste 1981, San Giorgio d'Oro Comunità degli Italiani "Giuseppe Tartini" di Pirano, nel 1981 e nel 1993.
La Comunità degli Italiani "Giuseppe Tartini" di Pirano - città dove il de Castro trascorse la sua infanzia, e da lui molto amata - nel 1993 gli ha intitolato la propria biblioteca, che attualmente dispone di un patrimonio librario di circa 4.200 libri. In futuro accoglierà anche i circa 10.000 libri ( in gran parte di statistica) della biblioteca personale del de Castro, diventando così un importante punto di riferimento culturale per gli esperti del settore di tutta Europa.
L'Istituto per la Storia del risorgimento italiano, nel 1997 ha voluto nominare il de Castro socio onorario del Comitato di Trieste e Gorizia, in considerazione degli altissimi meriti quale studioso e massimo esperto nel campo della storia triestina, istriana e giuliana.
Lontano dalla vita accademica, ma non per questo disinteressato ad essa, e in particolar modo desideroso di dare impulso allo studio e alla ricerca scientifica, con grande mecenatismo egli ha voluto costituire la "Fondazione Franca e Diego de Castro" che lega i due poli universitari di Torino e Trieste. Tra gli scopi primari della Fondazione, emergono l'elargizione di borse di studio e finanziamento di progetti di ricerca.

Diego de Castro è morto il 13 giugno 2003 a Roletto (Pinerolo) ed è stato sepolto nel cimitero della città di Pirano.

Rosanna Panelli



DIEGO DE CASTRO (1907-2003)
Con Diego de Castro se n'è andato l'ultimo grande piranese, l'ultimo esponente di quel ceto nazional-liberale illuminato che si era formato nell'Ottocento. Dotato di un'immensa cultura enciclopedica, era troppo brillante ed aveva troppa onestà intellettuale per essere un conformista ed era troppo orgoglioso della sua indipendenza per cercare facili consensi o per piegare il suo giudizio alle convenienze politiche del momento. Per molti era una vera e propria enciclopedia vivente della "questione giuliana" e delle vicende legate alla definizione del confine tra Italia e Jugosavia.
Da Roletto, un paesino Piemontese nei pressi di Pinerolo, continuava ad osservare con estrema attenzione quanto avveniva a Trieste e in Istria. Senza astio, odi o rancori, il "grande vecchio", analizzava quanto stava accadendo e continuava a dire che l'unica strada percorribile era quella della collaborazione.
Era nato il 19 agosto del 1907 in uno dei più imponenti edifici di Pirano, a palazzo Gabrielli, oggi sede del museo del mare. Era l'ultimo discendente di una famiglia di cui si possono trovare tracce nei documenti cittadini a partire dal 933. Apparteneva all'alta borghesia, alla classe sociale più elevata, che in Istria costituiva lo zoccolo duro dell'italianità irredentista.
Ripercorrendo le tappe della sua vita si può raccontare il Novecento, un secolo che nelle nostre terre è stato quanto mai travagliato. Chi l'ha conosciuto sa che parlare con lui era come viaggiare nel tempo e che si poteva tornare in un'epoca molto lontana. "E' un falso mito – diceva spesso – che agli inizi del secolo scorso ci fosse odio tra italiani e slavi. I vertici politici si davano battaglia, ma i rapporti tra la popolazione erano assolutamente normali". Nei suoi ricordi c'era la Viribus Unitis che riportava a casa le spoglie dell'arciduca Francesco Ferdinando, degli anni terribili della prima guerra mondiale ed anche della gioia per la tanto anelata redenzione. De Castro, però, era troppo intelligente ed aveva troppa stima di sé stesso per imbellettare le cose. Ammetteva che, nonostante gli entusiasmi degli irredentisti, l'amministrazione italiana non fece grandissima impressione ai cittadini abituati all'ordine austro-ungarico e che dopo la prima guerra mondiale l'Italia si era annessa un numero eccessivo di sloveni e di croati (lo stesso errore, a suo avviso, lo stava facendo Tito dopo la seconda guerra mondiale con gli italiani, prima che la questione si "risolvesse" con l'"esodo"). Non temeva di affermare che proprio con la fine della grande guerra cominciò il declino economico di Trieste. La città aveva perso quello che era stato il suo retroterra naturale ed era diventata troppo periferica nel nuovo regno per poter conservare la sua importanza. Il suo porto non godeva più di una posizione vantaggiosa, doveva fare i conti con altri approdi commerciali più centrali (soprattutto Venezia) e con scelte politiche che non lo privilegiavano.
La carriera di Diego de Castro in origine non ebbe nulla a che fare con l'Istria e Trieste. Laureato in giurisprudenza a Roma, con il massimo dei voti e lode, nel 1931 ottenne la libera docenza in statistica e nel 1936 divenne professore di ruolo. Insegnò nelle università di Messina, Napoli, Torino e Roma. Dal 1927 al 1997 scrisse numerosissime pubblicazioni scientifiche nel campo della statistica demografica, economica, sociale, docimologica, sindacale e giudiziaria. Fu considerato il più importante studioso italiano di statistica giudiziaria penale, di statistica della criminalità e della criminosità. Il suo testo Metodi per calcolare gli indici di criminalità, pubblicato nel 1934, venne ritenuto tra i migliori esistenti. Nel 1938 fondò l'Istituto di statistica presso l'Università di Torino, che diresse sino al 1972. Oggi il Dipartimento di statistica matematica applicata alle scienze umane dell'università del capoluogo Piemontese porta il suo nome. Il suo impegno nel campo scientifico lo portò ad essere socio della Società italiana di economia demografia e statistica, della quale fu anche presidente, e socio dell'Istituto Italiano di antropologia dove ricoprì la carica di vice-presidente. Nel 1946 venne nominato Fellow della Royal Statistical Society di Londra e diventò socio onorario della Società italiana di statistica e membro titolare a vita dell'Istituto internazionale di statistica. Nel 1997 fu nominato anche socio onorario dell'Istituto per la storia del risorgimento. Nel corso della sua brillante carriera venne insignito di prestigiosi premi. Nel 1965 gli fu conferito il Diploma di medaglia d'oro ai benemeriti della Scuola della cultura e dell'arte, nel 1981 la città di Trieste gli assegnò il suo massimo riconoscimento – il San Giusto d'oro – e nel 1993 la Comunità degli italiani "Giuseppe Tartini" di Pirano gli consegnò il San Giorgio d'oro. De Castro lasciò l'insegnamento universitario nel 1982, per raggiunti limiti di età, dopo oltre 50 anni di insegnamento ininterrotto e un anno dopo il presidente della repubblica, Sandro Pertini, gli conferì il titolo di "professore emerito".
Diego del Castro era quindi, innanzitutto, un professore universitario di statistica. Da solo amava definirsi semplicemente così, in realtà, però, il suo nome rimane indissolubilmente legato alle vicende connesse alla definizione del confine tra Italia e Jugoslavia, che lo costrinsero ad essere un "politico" ed un "diplomatico" suo malgrado. Dopo la capitolazione italiana aderì al comitato giuliano, che si era formato nel 1944 a Roma, e si mise a disposizione del Ministero della marina che lo incaricò di occuparsi del problema del confine orientale. In quella nuova veste scrisse 2 libri: Sintesi della situazione nella Venezia Giulia, Fiume e Zara, che rimase in forma dattiloscritta e Appunti sul problema della Dalmazia, che invece venne dato alle stampe. In quel periodo si era perfettamente a conoscenze delle rivendicazioni territoriali del movimento partigiano jugoslavo, che aveva autoproclamato l'annessione alla federazione dell'Istria e del Litorale. In Italia si sperava che gli anglo-americani potessero occupare tutti i territori del regno. A tale proposito l'idea caldeggiata dagli inglesi di aprire un secondo fronte nei Balcani venne vista come una prospettiva anche per far prendere agli anglo-americani il controllo di tutta la Venezia Giulia. De Castro, così, studiò uno sbarco in Istria. Il piano venne presentato nel 1944 agli inglesi e lui stesso si offrì di mettersi alla guida di una missione esplorativa italiana che avrebbe avuto lo scopo di monitorare le difese esistenti nella zona di Salvore, che de Castro conosceva benissimo e che considerava il punto ideale per effettuare l'azione. Gli eventi bellici, e soprattutto le intese di inglesi e americani con i sovietici, avevano fatto oramai definitivamente accantonare l'ipotesi ed alle forze italiane vennero esplicitamente vietata ogni attività in tal senso.
Ben presto, per de Castro, vennero anche compiti operativi. Quando, nell'aprile del 1945, gli inglesi chiesero all'esercito italiano un ufficiale superiore da designare per ogni provincia occupata, de Castro, che all'epoca era tenente, passò in un giorno di due gradi e divenne maggiore; ciò gli consentì di venir destinato a Fiume. Naturalmente
non entrò mai nella città Quarnerina, ma, dopo i 40 giorni di occupazione jugoslava di Trieste, venne spedito nel capoluogo Giuliano a fare "l'osservatore in borghese". La sua presenza non passò inosservata. La polizia segreta jugoslava, infatti, si accorse di lui e gli inglesi gli comunicarono che nella lista dell'OZNA era il primo da eliminare.
Ottimo conoscitore dell'inglese, agli inizi del 1946, venne inviato dal governo italiano a Londra e poi negli Stati Uniti per mettere in atto una capillare azione di propaganda e per raccogliere tutte le informazioni utili per il trattato di pace. In quel periodo cominciò la sua collaborazione con il C.L.N. dell'Istria e proprio per svolgere meglio questa sua
attività venne nominato consulente economico della zona di Trieste. Il suo impegno però non gli fece perdere la visione d'insieme del problema. Come constata lo storico Roberto Spazzali: "Per de Castro era chiaro che la rinuncia dell'Istria era il prezzo che l'Italia pagava per rimanere in occidente e per ottenere gli aiuti stanziati dagli Stati Uniti.
Non mancò di polemizzare, negli anni successivi, anche con gli esponenti di quel Cln dell'Istria per il quale aveva svolto una funzione di 'ambasciatore' ai tempi della trattativa di pace" (Il Piccolo, 17 giugno 2003).
Proprio la trattativa di pace lo portò ad iniziare la collaborazione con Alcide De Gasperi, che lo nominò, nel 1952, consigliere politico italiano del Governo militare alleato a Trieste e capo della missione italiana presente. Il capoluogo giuliano, dopo la rottura tra Tito e Stalin, nel 1948, non era più un baluardo da difendere contro l'espansione del comunismo, ma un rottame della guerra fredda. Il rompicapo da risolvere non era semplice e la situazione con il passare del tempo si faceva più tesa. Nel 1952, per dare maggior peso all'Italia, era stato deciso di far affiancare ai due consiglieri politici, inglese ed americano, anche un rappresentante italiano e di far passare parte delle competenze del Governo militare alleato a funzionari inviati da Roma. L'incarico era delicatissimo perché "bisognava destreggiarsi tra i triestini, che non amavano più gli alleati, questi ultimi, ormai ostili ai triestini dopo la sommossa del 20 marzo 1952, i comunisti, quanto mai nemici degli Stati occidentali o, per contro, amici di Tito, gli indipendentisti che chiedevano la costituzione del Territorio libero e via di seguito" (De Castro, 1999, pp. 109-110).
Lo stesso de Castro riteneva che quel posto dovesse essere ricoperto da un diplomatico, ma dopo che due funzionari rinunciarono alla nomina, ben sapendo che avrebbero potuto giocarsi la carriera, l'incarico venne assegnato a lui.
Quando la notizia fu resa pubblica vi fu una gran levata di scudi di "amici e nemici". Nessuno metteva in dubbio le capacità di de Castro. Gli ambasciatori italiani all'estero, però, dicevano che era considerato talmente compromesso per la sua italianità e per il suo irredentismo nei confronti di Trieste e dell'Istria che quella decisione poteva sembrare uno schiaffo morale agli jugoslavi. Ritirare quella nomina, però, a quel punto era impossibile perché ciò sarebbe stato letto come una debolezza del governo in carica.
Contrariamente a quanto pensavano i suoi detrattori de Castro riuscì nella non semplice impresa di andare d'accordo sia con i triestini sia con gli alleati. Fu apprezzato da De Gaspari e guardato con un certo sospetto dai funzionari del Ministero degli esteri, che non gli resero sempre la vita facile, premurandosi anche di nascondergli notizie che gli sarebbero state utili.
L'immagine simbolo della sua missione rimangono i funerali delle 6 vittime italiane dei moti dell'autunno del 1953.
In quell'occasione consigliò il generale Winterton, che era a capo del governo militare alleato, di tenere ben chiusi nelle caserme i militari e la polizia che avevano aperto il fuoco sulla folla. Venne ascoltato e durante la cerimonia non si registrò alcun disordine.
de Castro si rivelò un grande mediatore ed operò per smorzare e non certo per acuire le già notevoli tensioni.
Fautore della trattativa diretta tra Italia e Jugoslavia per la definizione del confine, caldeggiò l'ipotesi di far rimanere in Italia Capodistria, Isola e Pirano, dove la popolazione era a larghissima maggioranza italiana, in cambio dei comuni in prevalenza sloveni del Carso triestino e di uno sbocco al mare per la Jugoslavia a Zaule. Quando, nell'aprile del 1954, ebbe la percezione che questa soluzione stava definitivamente naufragando (e che si stava andando verso una spartizione tra zona A e zona B) rassegnò le dimissioni motivandole con il mal funzionamento dell'amministrazione mista. Si chiuse così la sua carriera diplomatica e politica e tornò a fare a tempo pieno il professore universitario. Ciò non gli impedì di continuare ad essere un attentissimo osservatore della situazione. Sin da subito capì la reale portata
del Memorandum di Londra. Così, mentre tutti erano impegnati a festeggiare il ritorno dell'amministrazione italiana a Trieste, fu tra i pochi a considerare quell'accordo definitivo ed a rilevare che l'Istria oramai era perduta.
L'esperienza di quegli anni e l'azione diplomatica dell'Italia venne studiata a fondo da de Castro, che nel 1981 pubblicò un'opera monumentale: La questione di Trieste. Quel testo è ancor oggi una vera enciclopedia delle vicende legate alla definizione del "confine orientale". In 2.067 pagine, raccolte in due volumi, sulla base di circa 12.000 documenti conservati al Ministero degli esteri a Roma, viene minuziosamente ricostruita l'ingarbugliata vicenda. De Castro auspicò che si potesse fare altrettanto con i documenti custoditi a Belgrado, per capire sin nei minimi particolari come andarono le cose. Come lui stesso scrisse sulla copertina del suo libro, quella opera era stata scritta perché "gli italiani e gli slavi che vivono nella regione comprendano, attraverso la conoscenza di una tormentata epoca, quanto la loro concordia giovi a due Nazioni che la storia ha collocato perpetuamente vicino". De Castro credeva che la strada da percorrere era quella della collaborazione. Si schierò a favore degli Accordi di Osimo, che gli parevano inevitabili, dato che non si poteva avere un confine che per l'Italia era una linea di demarcazione e per la Jugoslavia una frontiera internazionale. Quel trattato, però, lo lasciò sbigottito quando apprese la notizia che s'intendeva costruire una zona franca integrale sul Carso. Quello che preoccupava de Castro era che alle spalle di Trieste sorgesse un centro, che secondo le stime avrebbe potuto raccogliere anche 200.000 persone, abitato non da sloveni, ma da persone provenienti da tutte le parti della Jugoslavia. L'insediamento, che somigliava troppo ad una Nova Trst, non si fece e visto dalla prospettiva odierna fu una fortuna anche per la Slovenia. La massa d'immigrati, che sarebbe giunta da tutte le zone della federazione, infatti, sarebbe potuta risultare alquanto destabilizzante al momento della proclamazione dell'indipendenza.
Con l'abbandono dei suoi incarichi politici e diplomatici, de Castro, riprese a scrivere per la Stampa di Torino. Dalla prima pagina di uno dei più prestigiosi giornali italiani continuò a scandagliare la realtà italiana e triestina. Anche una fugace lettura di quegli articoli fa emergere quanto fosse in grado di essere innovativo e quante volte riuscisse a proporre soluzioni che poi si sarebbero rivelate esatte. Collaborò al giornale sino al 1981, cioè sino al momento in cui, a causa di un mutamento nell'assetto proprietario, la sua indipendenza nella scelta degli argomenti e dei contenuti degli articoli non venne messa in discussione. A quel punto non esitò a troncare quel rapporto per passare
a il Piccolo di Trieste, per il quale scrisse l'ultimo articolo alla fine del 2002. Sui giornali, nei suoi interventi pubblici e nelle interviste, de Castro, continuò a ribadire che l'unica strada percorribile era quella del dialogo. La sua autorevole voce non poteva certo passare inosservata. Il suo contributo alla svolta politica che si ebbe a Trieste con l'elezione, nel 1993, di Riccardo Illy non fu marginale. Il capoluogo Giuliano era una delle prime città in cui si votava il sindaco con il sistema maggioritario. In quel periodo i partiti politici non avevano ancora stipulato solide alleanze. Il dibattito, anche in regione, era quanto mai aperto e de Castro diede un contributo non indifferente alla formazione della coalizione di centro-sinistra che alla fine risultò vincente. In un fondo, pubblicato su il Piccolo, dal significativo titolo "Salviamo Trieste", pose l'accento sulle direttrici di sviluppo della città, che avevano come unica prospettiva la collaborazione con le aree limitrofe. De Castro chiedeva a Trieste di accantonare i vecchi rancori per cercare di ricostruire quei collegamenti che si erano sfilacciati al momento del crollo dell'Austria-Ungheria. Solo così avrebbe potuto cogliere quelle opportunità fornite dall'integrazione nell'Unione europea dell'Austria e in prospettiva della Slovenia e dell'Ungheria. Senza la ricostituzione di quel retroterra che aveva
reso grande la città al tempo dell'Impero, le possibilità di sviluppo parevano ben poche. Per impostare questo tipo di politica era necessario che scendesse in campo una grossa personalità in grado di trovare un ampio consenso. Il messaggio lanciato da de Castro non fu lasciato cadere nel vuoto. In origine probabilmente si pensava al professor Claudio Magris, ma la sfida venne raccolta da Riccardo Illy, uno degli esponenti di una delle famiglie più importanti dell'imprenditoria triestina. Illy aveva improntato la sua campagna elettorale proprio sulla collaborazione e sulla diminuzione delle tensioni. Che la sua politica volesse essere innovativa lo si poté capire sin da subito, infatti, dopo che vennero resi noti i risulti, non mancò di ringraziare i suoi elettori anche in sloveno, un gesto che sarebbe stato considerato inaudito sino a qualche settimana prima.
Diego de Castro non si limitò a guardare solo a Trieste, ma il suo approccio fu innovativo anche nei confronti degli italiani rimasti in Istria dopo l'"esodo". Non appena fu possibile impostò un dialogo con loro e soprattutto con la comunità di Pirano. Quando, agli inizi degli anni Novanta, venne intitolata la scuola elementare italiana della sua cittadina natale ad un suo zio, Vincenzo de Castro, cominciarono contatti sempre più intensi. Ancora una volta la posizione che de Castro elaborò fu innovativa e superava il luogo comune che semplicisticamente bollava gli italiani che non avevano abbandonato i territori passati alla Jugoslavia come dei collaborazionisti filotitini. In Memorie di un
novantenne scrive: "Siamo sempre stati in pochi a ritenere che si trattasse di brava gente che non aveva avuto la forza di abbandonare le proprie case, i propri cimiteri, le proprie chiese, la loro bellissima terra. Oggi si comincia a capire anche questo e siamo oramai in molti a cercare, con i rimasti, i migliori rapporti possibili, perché sarà merito loro l'aver conservato e conservare la nostra lingua ivi plurisecolare. Tanto io quanto altre persone stiamo cercando di farlo … Dati i miei 91 anni, non ho certamente molto tempo davanti a me e raccomando a coloro che ne avranno di continuare quanto noi abbiamo cominciato" (De Castro, 1999, p. 243).
De Castro aveva capito che sulla piccola comunità residente in Slovenia e Croazia grava un'eredità pesatissima: era quel che rimaneva della presenza veneta ed italiana. Lui considerava fondamentale preservare la lingua e la cultura, in ciò pareva riprendere un concetto che era stato lungamente elaborato in Slovenia, quello del considerare le minoranze slovene all'estero parte di uno "spazio culturale unitario". Capì che per conservare la comunità italiana era necessario dotarla di forti strumenti culturali. A tale proposito non si limitò a predicare, ma cercò anche di intervenire in maniera concreta. I circa 10.000 volumi del suo fondo privato, lasciati in eredità alla biblioteca della comunità degli italiani di Pirano, andranno ad arricchire in maniera rilevante il patrimonio librario di Pirano e proprio a favore di quella biblioteca de Castro ha voluto fare in questi anni altre importanti donazioni. Con lo stesso spirito ha costituito la "Fondazione Franca e Diego de Castro" che lega i poli universitari di Torino e Trieste. Per sua volontà l'istituzione mette anche a disposizione di studenti istriani "di tutte le etnie", che abbiano frequentato le scuole italiane, delle borse di studio per la frequenza di università in Italia.
In questi ultimi anni i suoi ricordi, molto spesso, tornavano all'infanzia ed al periodo della fanciullezza passato tra Pirano e Salvore. Lui, che aveva vissuto gran parte della sua vita lontano dall'Istria, sentiva sempre più nostalgia della sua terra, così, molto spesso parlava del suo ritorno a casa, nella cappella di famiglia, che lui stesso aveva fatto costruire per sua madre nel cimitero di Pirano.
Stefano Lusa


 
 
 
 
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