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PAROLE CHE VANNO, PAROLE CHE VENGONO: I DIZIONARI DELLA LINGUA ITALIANA - Mercoledì 3 febbraio 2010 Stampa E-mail

PAROLE CHE VANNO, PAROLE CHE VENGONO:

I DIZIONARI DELLA LINGUA ITALIANA

Mercoledì 3 febbraio 2010 – ore 17.30

Sala Baroncini delle Assicurazioni Generali – via Trento 8 (3° p.)

Con il prof. Michele A. Cortelazzo

(Preside Facoltà di Lettere – Università di Padova)

A cura del prof. Elvio Guagnini

Strumenti della comunicazione odierna, organismi in evoluzione su cui riflettere: questa la proposta del Circolo della Cultura e delle Arti, in una manifestazione intitolata “Parole che vanno, parole che vengono: i dizionari della lingua italiana”, che avrà luogo mercoledì 3 febbraio alle 17.30 presso la Sala Baroncini delle Assicurazioni Generali (via Trento 8 ). Invitato a dialogare con il prof. Elvio Guagnini sarà il prof. Michele A. Cortelazzo (Preside della Facoltà di Lettere dell'Università di Padova), partendo dalla considerazione che, secondo i curatori del vocabolario edito da Zanichelli ci sarebbero moltissimi termini a rischio scomparsa, mentre altrettanto notevoli appaiono i nuovi apporti. Una questione sempre al centro delle discussioni, non solo degli specialisti che si occupano di lingue, e di quella italiana in particolare, poiché riproduce e fotografa la situazione dei modi espressivi, sempre in bilico tra spinte di conservazione e, all'opposto, d'innovazione. Tutta la storia della lessicografia più recente ha mostrato il tentativo di allontanarsi dall'idea di vocabolario normativo, quello che indica e vorrebbe imporre quale lingua dobbiamo usare, per passare al dizionario descrittivo, che ci dice quale lingua usa la somma dei parlanti di quella lingua. Quindi non più le rubriche di “modi errati”, ma semmai la presentazione nei lemmi di buoni esempi; non più la segregazione dei forestierismi di uso comune in un'appendice, ma il loro inserimento nel corpo del dizionario. Non più esempi solo letterari, ma anche esempi dell'uso comune. In questo panorama risalta la questione della vera, o presunta, consunzione della lingua italiana, che si starebbe appiattendo su una base lessicale molto modesta e molto ripetitiva. Fondato o meno che sia questo allarme, è comunque meglio correre ai ripari, per un impegno di tutti (a cominciare dai giornalisti) a utilizzare l'italiano in tutta la sua multiforme ricchezza.

 

Ufficio stampa: Fabio Venturin

 

In allegato: testo completodell'articolo di Michele A. Cortelazzo

Da “Il Piccolo” — 27 ottobre 2009 - pagina 23 - sezione: CULTURA - SPETTACOLO

 

Secondo i curatori del vocabolario edito da Zanichelli

ci sarebbero oltre 2800 termini a rischio scomparsa

 

di MICHELE A. CORTELAZZO

 

La Zanichelli è certamente la casa editrice leader nel campo della produzione di vocabolari: sono suoi lo Zingarelli, credo il dizionario di italiano più venduto, il Ragazzini di inglese, il Boch di francese, e molti altri dizionari delle più diverse lingue: albanese, arabo, brasiliano-portoghese, bulgaro, catalano, cinese, croato, danese, esperanto, filippino, finlandese, giapponese, greco, hindi, olandese, polacco, portoghese-brasiliano, romeno, russo, serbo, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco, thailandese, turco, ucraino, ungherese. Per molte di queste lingue propone versioni differenziate per dimensione e pubblico di riferimento; per l'italiano ha esteso la sua attività a dizionari più particolari (come quello dei sinonimi e quello etimologico) o a dizionari settoriali (ad esempio quello di informatica, italiano e inglese). Ma la leadership della Zanichelli non è solo quantitativa; riguarda anche le innovazioni qualitative introdotte nei suoi dizionari. È stata la prima a introdurre le edizioni millesimate, quelle che vengono rinnovate ogni anno (e per questo nel titolo compare anche l'anno di riferimento). È dall'edizione del 1970 che ha inserito stabilmente l'etimologia nei propri lemmi. Ha prontamente seguito la propria controllata Loescher, che con il Palazzi-Folena aveva introdotto nei dizionari italiani un'informazione da molto tempo presente nei dizionari francesi e di altre culture, la data di prima apparizione di ogni parola. Da quando questa data è presente nello Zingarelli, tutti gli altri dizionari si sono sentiti in obbligo di inserire la stessa informazione. E così via. Ma non c'è solo questo. Per raggiungere questi obiettivi, nella Zanichelli opera un'agguerrita redazione lessicografica, che è certamente il più importante centro privato di ricerca linguistica presente in Italia. Ecco perché, giustamente, la stampa segue con attenzione l'uscita, anno per anno, della nuova edizione dello Zingarelli, il dizionario di italiano e dà evidenza alle innovazione apportate (di solito le parole nuove aggiunte rispetto all'edizione precedente). Ma quest'anno la novità maggiore non sono le parole nuove, che pure ci sono, ma la segnalazione di oltre 2800 parole da salvare: come si legge nel sito dell'editore, "parole come fragranza, garrulo, solerte, sapido, fulgore il cui uso diviene meno frequente perché tv e giornali troppo spesso privilegiano i loro sinonimi più comuni (ma meno espressivi) come profumo, chiacchierone, diligente, saporito, luminosità" (ma sono davvero sinonimi dei primi?). Nello Zingarelli 2010 le parole da salvare sono contraddistinte da un piccolo simbolo di fiori (quello che si trova nelle carte a rappresentare uno dei semi), così come è il seme di quadri che segnala le parole che appartengono all’italiano fondamentale (cioè le parole che vengono usate con maggiore frequenza: sono circa settemila, ma da sole, costituiscono circa il 90% dei discorsi che quotidianamente produciamo parlando o scrivendo). Lo dico senza giri di parole: quella di segnalare le parole ritenute da salvare mi è par sa una scelta bizzarra. Però, proprio perché la Zanichelli è il maggior centro privato che si occupa di lingua, e di lingua italiana in particolare, è una scelta che va presa sul serio, e discussa con attenzione. Sul piano della tecnica di produzione dei vocabolari monolingui, mi è parso un passo indietro. Tutta la storia della lessicografia più recente ha mostrato il tentativo di allontanarsi dall'idea di vocabolario normativo, quello che ci dice quale lingua dobbiamo usare, per passare al dizionario descrittivo, che ci dice quale lingua usa la somma dei parlanti di quella lingua. Quindi non più le rubriche di "modi errati", ma semmai la presentazione nei lemmi di buoni esempi; non più la segregazione dei forestierismi di uso comune in un'appendice, ma l'inserimento (a dire il vero spesso troppo generoso) nel corpo del dizionario. Non più esempi solo letterari, ma anche esempi dell'uso comune. Indicare quali parole sono da salvare è una rinuncia alla conquistata neutralità del redattore di vocabolari e un ritorno a uno spirito interventistico, per di più soggettivo. Questo del soggettivismo mi pare uno dei limiti maggiori dell'operazione. Siamo tutti d'accordo, per dire, che fulgore sia davvero una parola da salvare più di tante altre che non sono entrate, non riesco a capire in base a quali criteri, nel novero delle 2800? E siamo davvero sicuri che quelle parole siano delle parole in pericolo? Mi sono divertito a fare una prova: ho scelto, più o meno a caso, tre parole presenti nell'elenco dello Zingarelli (bizzarro, fragranza, fulgore) e tre parole che, a mio parere, starebbero benissimo in quell'elenco: incongruo, maliardo, pungolo, e ho cercato di verificare se le prime tre sono più a rischio delle ultime tre. Da una ricerca sia pure sommaria, sembrerebbe proprio di no. In Internet incongruo si trova in 51.200 pagine, pungolo in 59.100, maliardo in 60.300, mentre fulgore ha una presenza ben maggiore (189.000 pagine), come pure fragranza (325.000) e bizzarro (707.000). Tenete presente, per avere un riferimento, che grandioso compare in 2.580.000 pagine. Otteniamo un risultato analogo se guardiamo l'archivio del "Corriere della Sera" o del "Piccolo": le tre parole scelte da me hanno una frequenza minore (e quindi sarebbero più da salvare) delle tre presenti nella lista dello Zingarelli, anche se con una graduatoria interna diversa (e, sorpresa, in entrambi i giornali grandioso è meno frequente di bizzarro: dovremmo mettere anche lui nella lista dei salvabili!). E poi: siamo sicuri che segnalare in un vocabolario che una parola è in (presunto) pericolo di estinzione possa produrre un qualche effetto nell'uso, anche in quello colto? Quando ci mettiamo a scrivere qualcosa cerchiamo nella nostra memoria le parole più adatte a esprimere con precisione quel concetto, semmai interroghiamo un dizionario di sinonimi o gli ausili che ci dà il nostro programma di videoscrittura, ma di sicuro non ci mettiamo a scartabellare in ordine alfabetico un vocabolario per vedere se per caso c'è qualche parola da salvare utile a esprimere quel che vogliamo dire. Ma la novità dello Zingarelli 2010 non è certo da commentare con sufficienza. Io credo che non vada presa tanto in sé e per sé, quanto come grido di allarme per una, vera o presunta, consunzione della lingua italiana, che si starebbe appiattendo su una base lessicale molto modesta e molto ripetitiva. È un'impressione che hanno in molti e che sarebbe confermata, per esempio, dai risultati delle domande di comprensione lessicale o di riconoscimento di sinonimi presenti in molti test di accesso alle università. Fondato o meno che sia questo allarme, è comunque meglio correre ai ripari e impegnarci tutti (a cominciare dai giornalisti) a utilizzare l'italiano in tutta la sua multiforme ricchezza. È un esercizio utile a tutti, sia a chi scrive sia a chi legge, per un obiettivo che è più alto della semplice tutela della lingua italiana: serve a reagire alla pigrizia mentale, all'omologazione e all'appiattimento, espressivo ma anche e ancor più concettuale, che molto spesso colpisce tutti i parlanti e gli scriventi di questo secolo. Ma attenzione: vanno bene fantasia, reazione a pigrizia e appiattimento, tutela della ricchezza della lingua italiana. Ma non confondiamo le carte: stile alto e scrittura tesa possono essere compatibili anche con le parole più comuni. Dipende da come le usiamo, come componiamo le nostre frasi. Guai se, per salvare l'italiano, facessimo di nuovo della nostra scrittura un terreno in cui far proliferare quell'erba infestante che Graziadio Isaia Ascoli ha definito, nella seconda metà dell'Ottocento, «l'antichissimo cancro della retorica». Come antidoto, mi viene da ricordare un testo esemplare, che può essere citato come campione di ottima scrittura, senza alcuna concessione, però, alla complessità inutile e alla ricerca a tutti i costi delle parole da salvare: la Costituzione della Repubblica Italiana. Quella del 1948, però. Non le modifiche degli ultimi decenni!

 

 

 

 
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