Home arrow Pubblicazioni arrow I BACH: UNA GRANDE SAGA MUSICALE – LE ORIGINI
I BACH: UNA GRANDE SAGA MUSICALE – LE ORIGINI Stampa E-mail

I BACH: UNA GRANDE SAGA MUSICALE – LE ORIGINI

Martedì 27 febbraio 2007

Sala Baroncini delle Assicurazioni Generali, via Trento 8 - ore 17.45


 

Prof. Fabio Venturin:

Nel ringraziare prima di tutto i convenuti per la loro presenza, è necessario sottolineare il piacere di avere ancora tra noi il prof. Bruno Bianco, per un'altra avventura musicale, non solo per i meriti dell'oratore, per le sue non poche frequentazioni culturali di altissimo livello, esplicitate in vari ed importanti studi su Immanuel Kant, sul pietismo, sull'illuminismo tedesco, nonché per la sua attività di docente universitario e infine di musicologo attento ed acuto.

Ci siamo lasciati, in questa sede, con la vocalità mozartiana e ritorniamo, in un collegamento ideale, ad incontrare ancora una somma personalità del mondo musicale, come Johann Sebastian Bach. Stavolta però il grande Bach sarà presente tra noi solo in una specie di veste indiretta.

Motivo di questa scelta è un fatto abbastanza risaputo in generale, ma poco noto nei suoi particolari. I Bach, come recita il titolo di questi incontri, sono stati una vera saga musicale. Anzi rappresentano una delle più straordinarie espressioni di ereditarietà del genio artistico, nel corso di un ampio corso temporale.

Nel momento del suo maggiore splendore, cioè limitandosi al periodo che va dalla metà del Seicento alla metà del secolo seguente, la famiglia contava non meno di cinquanta musicisti, presenti ed attivi in Turingia e nelle regioni limitrofe. Musicisti di padre in figlio, anzi dai trisavoli ai pro-pronipoti, se non vado errato per difetto. Una miniera di musica da non dimenticare, quindi.

Si comprende dunque già in questo semplice cenno come l'addentrarsi in questo itinerario  rappresenti un percorso del massimo interesse e quindi come il prof. Bruno Bianco abbia dovuto, giocoforza, operare una scelta non certo facile, ma senz'altro coraggiosa per restringere la panoramica nei nostri pochi incontri


Prof. Bruno Bianco:

I: Le ORIGINI

Ringrazio il Prof. Fabio Venturin, che questa sera mi ha dato con parole lusinghiere e affettuose il benvenuto da parte del Circolo della Cultura e delle Arti nell’intraprendere un nuovo ciclo di ascolti guidati dedicati, questa volta, non a Johann Sebastian Bach (come nel ciclo di due anni fa, ma alla famiglia di cui porta il nome. È vero infatti che nella comune cultura musicale il nome Bach è associato alla personalità di Johann Sebastian, così come quello di Mozart a Wolfgang Amadeus. Ma se, in quest’ultimo caso, il genio di Salisburgo condivide solo col padre Leopold (e tutt’al più col secondogenito Franz Xaver) l’onore dell’iscrizione nell’albo dei compositori, ben diverso è il caso della famiglia Bach. Johann Sebastian è infatti solo un anello, seppure il più illustre, di una vera e propria dinastia che ha dato principalmente nell’arco di due secoli (il Seicento e il Settecento) pagine di assoluto rilievo alla storia della musica. Radicati saldamente nella Turingia, e dunque nel cuore della Germania, i Bach derivano il loro nome (scritto anche con altre grafie, come Baach, Bac, Bache, Pach o Pachen) non dal termine che significa «ruscello» (come comunemente si crede), ma probabilmente da un’espressione dialettale in uso presso i nomadi dell’Europa orientale per designare il musicista girovago, e quindi, per estensione, il musicista di professione: ancora nel Settecento l’espressione die sogenannten Baachen (i cosiddetti bach) veniva adoperata a Erfurt per indicare i musicisti municipali (gli Stadtpfeifer) addetti al servizio pubblico e impegnati nelle cerimonie ufficiali. Johann Sebastian era perfettamente cosciente di essere ancorato in una lunga tradizione famigliare, che probabilmente ha il suo inizio nel secolo XVI: fu lui, anzi, a redigere nel 1735 una genealogia (Ursprung der musicalisch-Bachischen Familie) che passò poi nelle mani del figlio Carl Philipp Emanuel, il quale aggiornò a sua volta l’albo. Già allora si contavano ben 53 membri musicisti della famiglia, che attraverso rami collaterali continua tutt’ora negli Stati Uniti ed è prossima a raggiungere il centinaio di nomi (anche se, ormai, non si tratta più di musicisti professionisti). Tutt’ora si distinguono i diversi membri della famiglia adottando un numero progressivo, che è molto utile per evitare confusioni tra i parecchi omonimi (frequentissimo è l’uso del nome Johann, semplice o associato ad un secondo nome come Christoph, Michael o Georg). Ma Johann Sebastian non si è limitato a scrivere una genealogia: dalle mani di un parente (non certo dal padre Johann Ambrosius, come si credeva fino a non molto tempo fa; forse si tratta del cugino Johann Ernst, organista ad Arnstadt) ha ricevuto o forse anche commissionato una selezione di manoscritti musicali riguardanti i propri antenati, facente parte di una collezione più ampia appartenuta al Kantor di Arnstadt Ernst Friedrich Heindorff. Johann Sebastian però non ha svolto solo la funzione di custode di questa eredità: da musicista competente e appassionato ha rivisto i titoli, corretto errori delle partiture, persino copiato di propria mano alcuni pezzi, e infine ha osato proporre all’ascolto (come nel caso di una Cantata dello zio Johann Christoph, che ascolteremo questa sera) alcune pagine che, nell’opinione dei più, potevano avere ormai soltanto un valore affettivo. Grazie a questa collezione, passata poi nelle mani di Carl Philipp Emanuel e denominata da allora Alt-Bachisches Archiv, ovvero «Archivio della famiglia Bach», siamo venuti in possesso di una fonte preziosa (anche se non l’unica) per documentare l’attività musicale, nel Seicento e all’inizio del Settecento, di una stirpe che ha reso poi universalmente noto il proprio nome attraverso Johann Sebastian e i suoi figli. Vale la pena di descrivere brevemente la storia avventurosa di questa raccolta, che si compone di una ventina di pezzi vocali di destinazione liturgica, pubblicati a stampa nel 1935 (250° anniversario della nascita di Johann Sebastian) in due volumetti: alla fine della Seconda Guerra Mondiale i manoscritti, custoditi presso la Sing-Akademie di Berlino, scomparvero nelle tumultuose vicende che segnarono il crollo del Terzo Reich e la conseguente occupazione della città da parte delle potenze militari alleate. Solo nel 1999 Christoph Wolff, uno dei massimi esperti mondiali di Bach (è direttore del Bach-Archiv di Lipsia) è riuscito a ritrovare a Kiev, in Ucraina, i manoscritti e a ottenere il loro ritorno a Berlino.

In questo nostro primo incontro dedicato alla famiglia Bach ci baseremo dunque su tale raccolta per proporre a nostra vola una selezione, avvalendoci della bella incisione integrale presentata da Konrad Junghänel con il Cantus Cölln e il Concerto Palatino presso l’ etichetta francese Harmonia Mundi France.

Prenderemo in esame anzitutto il Mottetto Unser Leben ist ein Schatten (La nostra vita è un’ombra) di quello che è il più antico dei Bach qui rappresentati, e cioè Johann Bach: primogenito dei tre figli di Johannes Bach (1550 ca.-1626), era pertanto prozio (fratello cioè del nonno Christoph [1613-1661]) di Johann Sebastian. Nato a Wechmar (siamo sempre in Turingia) nel 1604, si formò nella vicina cittadina di Suhl con uno Stadtpfeifer di cui sposò la figlia: nel 1635 ottenne un posto nella Ratsmusik (il collegio musicale municipale) di Erfurt, dove l’anno dopo divenne organista (fino alla morte nel 1673) nella Predigerkirche. Il Mottetto che appartiene alla raccolta è ben degno di rappresentare l’attività di compositore di Johann Bach: è scritto per 9 voci distribuite in due cori (il primo di 6 voci e il secondo di sole 3 voci) secondo l’uso della policoralità che da Venezia Heinrich Schütz (allievo di Giovanni Gabrieli) aveva trapiantato in Germania. Particolare curioso: il compositore ha aggiunto di proprio pugno nella partitura l’indicazione Chorus latens per il secondo coro, che doveva così risuonare invisibile accrescendo l’effetto della sorpresa acustica. Si tratta di una composizione che, secondo le consuetudini del tempo, combina testi biblici e Corali (ovvero gli inni in lingua tedesca cantati dalla comunità nella liturgia luterana). L’atmosfera è cupa e s’intona al tenore del testo, ch’è una meditazione sulla fugacità della vita e l’incombenza della morte, appena rischiarata dall’annuncio di vita del Cristo risorto. Echeggia in note lunghe e gravi l’incipit del Mottetto, tratto dal Libro di Giobbe, ma subito il canto, sulla parola Schatten (ombra), s’accende di rapidi melismi che dipingono musicalmente l’andirivieni di fantasmi senza consistenza; poi, però, il finale ricade in un tono plumbeo su cui prende l’avvio il primo Corale, una cantilena dolorosa dal ritmo nettamente cadenzato. La sorpresa avviene quando, sul finire della seconda strofa, l’evocazione della helle Licht (la luce splendente) di Gesù permette l’intervento del secondo coro, con l’effetto una misteriosa lontananza. I due cori uniti cantano quindi insieme il proclama di Gesù della vittoria sulla morte, commentato successivamente dal secondo Corale Weil du vom Tod erstanden bin (Poiché Tu sei risorto dalla morte): qui, ancora, è protagonista il secondo coro, con interventi di rinforzo del primo. Ma già col terzo Corale Ach wie flüchtig, ach wie nichtig (Ahimè, com’è fugace, com’è vana) ritorna la cantilena dolente dell’inizio e il Corale conclusivo ribadisce il tema di fondo del memento mori, sottolineando con un gemito la sorte che incombe su tutti: il ritmo si fa veloce e serrato, nell’evocare la morte che tutto e tutti travolge senza misericordia, finché rimane nell’aria come un sospiro, cantato dai due soprani, il duplice davon (via) che segna la fine di questo brano drammatico. Ascoltiamo dunque il Mottetto Unser Leben ist ein Schatten di Johann Bach:

[ascolto del brano n. 1]

I restanti brani ci trasportano ad una generazione successiva: si tratta di due grosse personalità musicali, dei due figli del secondo e più giovane fratello di Johann, Heinrich (1615-1692), e cioè di Johann Christoph e di Johann Michael. Cominceremo da quest’ultimo, il minore dei due: nato ad Arnstadt nel 1648, studiò col padre e col Kantor locale Jonas de Fletin; nel 1665 successe al fratello nel posto di organista della cappella di corte; nel 1673 si spostò nella vicina Gehren per occupare la carica di organista della cittadina e due anni dopo sposò la sorella di sua cognata; la figlia quintogenita, Maria Barbara, divenne a sua volta nel 1707 la prima moglie di Johann Sebastian. Morì relativamente giovane nel 1694, senza alcun figlio che continuasse il suo lavoro (lasciò appunto cinque figlie nubili). Della sua produzione, piuttosto varia ed apprezzata ancora agli inizi dell’Ottocento, ci sono rimasti 8 di 72 Preludi ai Corali per organo, ma soprattutto brani di musica vocale: 3 Cantate, 11 Mottetti e due Arie. Cominceremo da una queste due Arie, e cioè Ach, wie sehnlich wart ich der Zeit (Ah, come attendo con brama il momento), composta per Soprano, un violino solista ed altri tre strumenti ad arco non precisati (solitamente si affiancano un secondo violino e due viole, oppure 3 viole da gamba), oltre al basso continuo. Si tratta, naturalmente, di un’Aria sacra: il modello italiano è come filtrato e stemperato in un’atmosfera di trepida malinconia, suggerita dall’ardente attesa di raggiungere Gesù nell’altro mondo. La composizione è piuttosto semplice nella sua struttura (la melodia viene ripetuta ad ogni strofa) e al Soprano non si richiedono i virtuosismi belcantistici della tradizione italiana, inadatti ad una piccola parrocchia come Gehren: l’inizio è costituito da una piccola Sinfonia strumentale in cui all’organo si contrappone, nel gruppo degli archi, il primo violino con sottili ricami; ricami cui fa eco nella parte vocale il Soprano, con lievi melismi che increspano la linea melodica. Alla fine di ogni strofa il canto si raccoglie in una pausa per riprendere, con appassionato fervore, l’invocazione a Gesù: O komm und hole mich (Oh, vieni a prendermi!). Ascoltiamo quindi l’Aria Ach, wie sehnlich wart ich der Zeit di Johann Michael Bach:

[ascolto del brano n. 2]

Il Mottetto Herr, wenn ich nur dich habe (Signore, purché abbia Te) che segue, ancora di Johann Michael, è breve ma di grande concentrazione formale ed emotiva: composto nel 1690 per i funerali del figlio sedicenne del Kantor di Arnstadt Ernst Friedrich Heindorff che abbiamo nominato sopra, è basato anch’esso sulla combinazione di un testo biblico (qui tratto dal Salmo 73) e di un Corale, costruito con varie strofe di un Lied molto popolare nel Seicento, Ach Gott , wie manches Herzeleid (Ah, Dio, quanto dolore), di Martin Moller. Ma qui, a differenza del Mottetto di Johann Bach che abbiamo in precedenza ascoltato, testo biblico e Corale vengono cantati contemporaneamente, secondo quella prassi della politestualità ch’era diffusa in Germania e che Johann Sebastian riprenderà ancora in pieno Settecento. Comincia, questo Mottetto, con la citazione dei versetti del Salmo 73, affidata alle voci più gravi: ben presto però la melodia riappare come cantus firmus del Corale affidato al Soprano, che intona la strofa 2 del nostro testo. Il contrasto tra il coro e l’aerea voce del Soprano è di grande effetto: è il canto dell’anima che si libra al di sopra del mondo per esprimere tutta la confidenza nello Sposo celeste e l’attesa di congiungersi a lui in cielo Ma questo contrasto man mano si attenua e, con un procedimento di non minore impatto emotivo, alla fine sparisce: nell’ultima strofa (qui è la prima: Erhalt mein Herz im Glauben rein [Serba puro il mio cuore nella fede]) tutte le voci si fondono per esprimere il mistico anelito all’unione con Gesù. Ma questo canto festoso si conclude, nelle ultime quattro battute, in un piano intriso di dolce levità che opportunamente un grande studioso di Bach, Karl Geiringer (cfr. I Bach. Storia di una dinastia musicale, trad. it. a cura di P. Buscaroli, Milano 1981, p. 66) così commenta: «Non si può fare a meno di ricordare un altro maestro protestante [Johannes Brahms] che, circa duecento anni più tardi, ricorrerà al medesimo effetto, nel secondo pezzo del suo Requiem tedesco, per concludere allo stesso modo un brano di giubilo». Ascoltiamo ora il Mottetto Herr, wenn ich nur dich habe di Johann Michael Bach:

[ascolto del brano n. 3]

La seconda parte di questo nostro incontro è tutta dedicata al maggiore dei figli di Heinrich, e cioè a Johann Christoph: maggiore non solo in un senso puramente anagrafico. Indubbiamente si tratta di uno degli esponenti più significativi della dinastia dei Bach e non a caso il suo nipote Johann Sebastian, che considerava “profonda” la sua opera, gli ha assicurato una presenza preponderante nell’album di famiglia. Nato nel 1642 ad Arnstadt, nel 1663 fu nominato organista della cappella di corte di Arnstadt, incarico che lasciò due anni dopo al proprio fratello Johann Michael (come abbiamo già visto) per assumere quello di organista presso la Georgenkirche di Eisenach, associandovi quello di cembalista di corte intorno al 1700: morì nel 1703 lasciando 8 figli, di cui 4 furono a loro volta musicisti. La sua produzione è vasta e varia; accanto a musiche per organo e per cembalo spiccano, nella produzione vocale, 2 Cantate sacre, una Cantata nuziale, 2 Lamenti e 8 Mottetti, di cui la metà per doppio coro. Cominceremo la nostra presentazione con uno dei Mottetti più significativi, a 5 voci: Der Gerechte, ob er gleich zu zeitlich stirbt (Il giusto, anche se muore prematuramente), basato un passo del libro biblico Sapienza. Esso ottenne a tal punto l’ammirazione del pronipote Carl Philipp Emanuel (il secondogenito di Johann Sebastian) che questi lo trascrisse aggiungendo archi e organo alla partitura originaria e lo riutilizzò come Coro d’apertura e finale per una propria Cantata composta circa 100 anni dopo, nel 1774, per la domenica XVI dopo la Trinità. In effetti questo Mottetto si caratterizza per la sua sapienza contrappuntistica non meno che per l’equilibrio formale: vi è un’alternanza simmetrica di ritmi lenti e veloci che è stata accostata alla struttura quadripartita della coeva Sonata da chiesa italiana (Adagio-Allegro-Adagio-Allegro). Ma anche l’aspetto espressivo ha un notevole rilievo, conforme all’applicazione della retorica musicale secondo la Affektenlehre (teoria degli affetti) dell’epoca: così al movimento melodico discendente dei primi due versetti, che simbolizza la discesa nella tomba, corrisponde quello ascendente del due versi successivi, ad illustrare l’intervento divino che eleva alla beatitudine celeste il giusto strappato da questa vita; anche lo hingerücket (rapito) del verso 6 è accompagnato da una veloce serie di note puntate che dipingono la subitanea energia dell’azione di Dio; nel verso finale, poi, il ritmo si accelera per esprimere l’affrettarsi dell’anima a corrispondere all’iniziativa divina e, proprio in chiusura, tre volte la musica sottolinea con enfasi quell’aggettivo bösen che dichiara la malvagità della vita. Ascoltiamo dunque il Mottetto Der Gerechte, ob er gleich zu zeitlich stirbt di Johann Christoph Bach:

[ascolto del brano n. 4]

Il Mottetto Unsers Herzens Freude (La gioia del nostro cuore) che tra poco ascolteremo è basato su un passo delle Lamentazioni attribuite al Profeta Geremia ed è di una potenza espressiva impressionante: non per nulla Johann Sebastian ha voluto copiarne una parte di proprio pugno. La struttura del brano, cantato da un doppio coro di 4 voci ciascuno, è tripartita. Nella prima parte il primo coro espone desolato la fine di ogni gioia, il convertirsi delle danze in lamenti, la caduta delle corone di foglie intrecciate usate nei banchetti; tutto ciò è espresso con una polifonia serrata ricca di cromatismi e di melodie discendenti, in cui una voce per così dire rotola sull’altra a simboleggiare una rovinosa caduta senza scampo, che si arresta solo sull’abgefallen (caduta) che conclude la prima parte della strofa. Subentra a questo punto il secondo coro col lamento O weh (Guai a noi), in cui la melodia si mantiene costantemente sui registri alti: non c’è nessun tregua allo strazio dei peccatori, che risuona disperatamente. La terza parte è costruita dalla ripresa della parte iniziale: ma di semplice ripresa non si tratta, perché Johann Christoph, con profonda sensibilità, fonde i due cori interpolando senza tregua il lamento O weh, con frequenza addirittura ossessiva, e alla fine esso risuona in tutta la sua forza nell’iterazione della frase al completo, concludendo il brano nel segno di un dolore senza redenzione. Ascoltiamo ora il Mottetto Unsers Herzens Freude di Johann Christoph Bach:

[ascolto del brano n. 5]

Ho lasciato per ultima quella che viene considerata unanimemente l’opera più significativa di Johann Christoph, che il suo grande nipote volle personalmente dirigere a Lipsia, come testimonia con parole ammirate Carl Philipp Emanuel in una lettera a Johann Nicolaus Forkel, il primo grande studioso bachiano: «Questa composizione a 22 voci è un capolavoro. Il mio padre buonanima la eseguì una volta in una chiesa a Lipsia e tutti rimasero sorpresi per l’effetto che fece. Se non fosse perché non ho qui [ad Amburgo] cantanti sufficienti vorrei eseguirla una volta» (cfr. K. Geiringer, op. cit., p. 86). E in effetti quest’opera ha una grandiosità ed un apparato di mezzi vocali e strumentali fuori del comune per l’epoca, che non poteva certo conoscere le ipertrofie tardoromantiche di un Mahler. Il tema della Cantata è preso dall’Apocalisse, trattandosi della festività di San Michele, là dove si accenna alla visione della lotta dell’arcangelo e del suo esercito contro il drago e alla caduta di quest’ultimo sulla terra. Esso è messo in musica con ben 22 parti: infatti accanto ai due cori a 5 voci ciascuno vi sono 2 violini, quattro viole e addirittura 4 trombe e timpani (strumenti del tutto insoliti nella storia dei Bach fino a quell’epoca), oltre al basso continuo in cui l’organo è affiancato dal fagotto. La Cantata ha inizio con una Sonata bipartita sul modello di un’Ouverture francese, che crea uno spazio solenne d’attesa in cui un motivo di marcia preannuncia quanto poi si dispiegherà nella visione di Giovanni; ed ecco un Arioso condotto fra i due bassi in stile imitativo introdurre, in un improvviso fortissimo, la descrizione della lotta tra i due eserciti e la sconfitta del drago. La potenza dei due cori è rafforzata dall’intervento delle trombe e dal martellare dei timpani: tutto concorre a presentare un impressionante squarcio di epica grandezza, in cui alla visione della lotta subentra poi il giubilo degli angeli. Di nuovo un brano strumentale, questa volta di carattere più brillante, introduce la seconda parte della Cantata, quella che attraverso la große Stimme (la voce potente) proclama il trionfo dei giusti che, grazie al sangue dell’Agnello e al sangue del proprio martirio, hanno vinto il nemico: un primo culmine è raggiunto nella proclamazione del compimento, Nun ist das Heil (ora la salvezza), il secondo e definitivo è rappresentato dal verso finale, in cui tutte le creature celesti vengono invitate a rallegrarsi nel fragore festoso di voci, trombe e timpani. Ascoltiamo dunque, a conclusione del nostro incontro, la Cantata Es erhub sich ein Streit di Johann Christoph Bach:

[ascolto del brano n. 6]

 

 

I Bach: una grande saga musicale. I – Le origini

Testi

 

 

1. Johann Bach (1604-1673): Unser Leben ist ein Schatten

Mottetto per Coro a 6 voci e “Chorus latens” a 3 voci

 

Unser Leben ist ein Schatten auf Erden. [1]

 

Choral: [2]

 

Ich weiß wohl, daß unser Leben

Oft nur als ein Nebel ist.

Sind wir doch zu jeder Frist

Von dem Tode hier umgeben.

Drum, ob’s heute nicht geschicht,

meinen Jesum lass ich nicht.

 

Sterb ich bald, so komm ich aber

Von der Welt Beschwerlichkeit,

ruhe bis zur vollen Freud

und weiß, daß im finstern Grabe

Jesus ist mein helle Licht.

Meinen Jesum lass ich nicht.

 

Ich bin die Auferstehung und das Leben. Wer an mich glaubet, der wird leben, ob er gleich stürbe. Und wer da lebet und glaubet an mich, der wird nimmermehr sterben. [3]

 

Corale: [4]

 

Weil du vom Tod erstanden bist,

Wird ich im Grab nicht bleiben;

Mein höchster Trost dein Auffahrt ist.

Tod’sfurcht kann sie vertreiben.

Denn wo du bist, da komm ich hin,

Daß ich stets bei dir leb und bin,

Drum fahr ich hin mit Freuden.

 

Corale: [5]

 

Ach, wie flüchtig, ach wie nichtig

Ist der Menschen Leben.

Wie ein Nebel bald entstehet

Und bald wiederum vergehet,

So ist unser Leben, sehet!

Ach, wie nichtig, ach, wie flüchtig,

sind der Menschen Sachen!

Alles, alles, was wir sehen,

das muß fallen und vergehen.

Wer Gott fürcht’ bleibt ewig stehen.

 

Corale [6]

 

Ach, Herr, lehr uns bedenken wohl,

Daß wir sind sterblich allzumal!

Auch wir allhier keins Bleibens han,

müssen alle davon:

gelehrt, reich, jung, alt oder schön,

müssen alle davon.

La nostra vita è un’ombra sulla terra. 1

 

Corale: 2

 

So bene che la nostra vita

spesso è solo come nebbia.

È vero, ad ogni istante

siamo quaggiù circondati dalla morte.

Perciò, anche se oggi non è la mia ora,

non lascio il mio Gesù.

 

Ma non appena muoio lascio

il peso di questo mondo,

riposo fino alla gioia piena

e so, che nell’oscurità della tomba

Gesù è la mia luce splendente.

Io non lascio il mio Gesù!

 

Io sono la resurrezione e la vita. Chi crede in me vivrà, anche se morisse. E chi vive e crede in me non morirà mai. 3

 

 

Corale: 4

 

Poiché Tu sei risorto dalla morte

io non rimarrò nella tomba;

il mio conforto supremo è la tua ascensione.

Essa è capace di scacciare la paura della morte.

Giacché dove Tu sei io là verrò,

affinché sempre viva e rimanga con Te.

Perciò me ne vado con gioia.

 

Corale: 5

 

Ahimè, com’è fugace, com’è vana

la vita degli uomini!

Come nebbia presto sorge

e presto nuovamente dilegua:

ecco, così è la nostra vita!

Ahimè, come sono vane, come sono fugaci

le cose degli uomini!

Tutto, tutto quel che vediamo

è destinato a perire e scomparire.

Chi teme Dio durerà in eterno.

 

Corale 6

 

Ah, Signore, insegnaci a ricordarci bene

che siamo tutti mortali!

Nessuno di noi, quaggiù, ha salda dimora,

tutti ce ne dobbiamo andare:

dotti, ricchi, giovani, vecchi o belli,

tutti ce ne dobbiamo andare.

 

 

2. Johann Michael Bach (1648-1694): Ach, wie sehnlich wart ich der Zeit

Aria per Soprano, 1 violino, 3 archi, basso continuo

 

Ach, wie sehnlich wart ich der Zeit,

Wenn du Herr kommen wirst

Und mich aus diesem Herzeleid,

zu dir in Himmel führst.

Ach, wie sehnlich wart ich auf dich,

O komm und hole mich.

 

Hier legt man den Leib in die Erd,

Die Würmer ihn verzehrn,

Dort aber wird er schön verklärt,

Durch dich als wie die Stern.

Ach, wie sehnlich wart auf dich,

O komm und hole mich.

 

Hier ist die Freud ein schlechte Freud

Und währet doch nicht lang.

Dort wird sie währn in Ewigkeit

Mit all Engl Gesang.

Ach, wie sehnlich wart auf dich,

O komm und hole mich.

 

Ah, come attendo con brama il momento

in cui Tu, Signore, verrai

e da questo dolore

mi condurrai in cielo.

Ah, come ti attendo con brama!

Oh, vieni a prendermi!

 

Quaggiù si depone il corpo nella terra,

i vermi lo divorano;

lassù invece sarà da Te trasfigurato,

(reso) bello come le stelle.

Ah, come ti attendo con brama!

Oh, vieni a prendermi!

 

Quaggiù la gioia è falsa gioia

e non dura a lungo.

Lassù durerà in eterno

tra il canto di tutti gli angeli.

Ah, come ti attendo con brama!

Oh, vieni a prendermi!

 

 

3. Johann Michael Bach: Herr, wenn ich nur dich habe

Mottetto a 5 voci e basso continuo

 

Herr, wenn ich nur dich habe, so frag ich nichts nach Himmel und Erde, wenn mir gleich Leib und Seel verschmacht, so bist du doch, Gott, allezeit meines Herzens Trost und mein Teil. 7

Corale: 8

 

Erhalt mein Herz im Glauben rein,

So leb ich und sterb ich dir allein,

Jesu, mein Trost, hör’ mein Begier:

O mein Heiland, wär ich bei dir!

 

Jesu, du edler Bräutigam wert,

Mein höchste Zierd auf dieser Erd,

An dir allein ich mich ergötz

Weil über alle goldne Schätz.

 

Es kann kein Trauern sein so schwer,

Dein süßer Nam erfreut viel mehr.

Kein Elend kann so bitter sein,

Dein süßer Nam der linderts fein.

 

Ob mir gleich Leib und Seel verschmacht,

So weiß du, Herr, daß ich nicht acht,

Wenn ich dich hab, so hab ich wohl,

Was mich ewig erfreuen soll.

 

Wenn ich in Nöten bet und sing,

So wird mein Herz recht guter Ding,

Dein Geist bezeugt, das solches frei

Des ewgen Leben Vorschmack sei.

 

 

Signore, purché abbia Te, nulla domando al cielo e alla terra; anche se il corpo e l’anima mi si struggono, Tu, o Dio, sei sempre il conforto del mio cuore e la mia parte. 7

Corale: 8

 

Serba puro il mio cuore nella fede,

perché viva e muoia solo in Te.

Gesù, mio conforto, ascolta la mia brama,

o mio Salvatore, fossi (già) con te!

 

Gesù, sposo nobile e prezioso,

mia gloria suprema in questa terra,

in Te soltanto trovo diletto,

perché sei l’aureo tesoro superiore a tutti.

 

Nessun dolore può essere tanto grave,

il tuo dolce nome dà una gioia ben maggiore.

Nessun sciagura può essere tanto amara,

il tuo dolce nome la lenisce soavemente.

 

Anche se corpo e anima mi si struggono,

tu sai, Signore, che non vi bado;

quando ho Te, io ho

quel che mi darà gioia in eterno.

 

Quando nelle avversità prego e canto

il mio cuore diviene davvero buono:

il tuo Spirito testimonia che certo

questo è un preludio della vita eterna.

 

 

 

4. Johann Christoph Bach (1642-1703): Der Gerechte, ob er gleich zu zeitlich stirbt

Mottetto per 5 voci e basso continuo

 

Der Gerechte, ob er gleich zu zeitlich stirbt,

Ist er doch in der Ruhe.

Er gefällt Gott wohl und ist ihm lieb

Und wird weggenommen

Aus dem Leben unter den Sündern,

Und wird hingerücket,

Daß die Bosheit seinen Verstand nicht verkehre,

Noch falsche Lehre seine Seele betrübe.

Er ist bald vollkommen worden

Und hat viele Jahr erfüllet.

Denn seine Seele gefällt Gott wohl.

Darum eilet er mit ihm aus dem bösen Leben. 9

 

Il giusto, anche se muore prematuramente,

gode il riposo.

Egli piace a Dio e gli è caro

e viene tolto via

dalla vita dei peccatori,

e viene rapito,

affinché la malvagità non perverta la sua mente

né falsa dottrina non travi la sua anima.

Egli è diventato presto perfetto

ed ha compiuto (un cammino simile a) lunghi anni.

La sua anima infatti piace a Dio.

Perciò si affretta ad uscire con Lui dalla vita

[dei malvagi. 9

 

 

 

 

 

5. Johann Christoph Bach: Unsers Herzens Freude hat ein Ende

Mottetto per 2 cori a 4 voci e basso continuo

 

Unsers Herzens Freude hat ein Ende,

Unser Reigen ist in Wehklagen verkehret,

Die Krone unsers Haupts ist abgefallen.

Oh weh, daß wir so gesündiget haben!

Unsers Herzens Freude hat ein Ende,

Unser Reigen ist in Wehklagen verkehret. 10

La nostra gioia è finita,

le nostre danze di gioia si sono convertite in lamenti,

è caduta dal nostro capo la corona.

Guai a noi, che abbiamo tanto peccato!

La nostra gioia è finita,

le nostre danze di gioia si sono convertite in

[lamenti. 10

 

 

6. Johann Christoph Bach: Es erhub sich in Streit

Cantata per 2 cori a 5 voci, 4 trombe, timpani, 2 violini, 4 viole, basso continuo (fagotto, organo)

 

Es erhub sich ein Streit im Himmel,

Michael und seine Engel stritten mit dem Drachen;

Und der Drache stritt und seine Engel und siegeten [nicht.

Auch ward ihr Stätte nicht mehr funden im Himmel.

Und es ward ausgeworfen der große Drach,

Die alte Schlange, die da heißet der Teufel und [Satanas,

Der die ganze Welt verführet und ward geworfen auf [die Erden

Und seine Engel wurden auch dahin geworfen.

 

Und ich hörete eine große Stimme, die sprach im [Himmel:

Nun ist das Heil und die Kraft und das Reich und die [Macht

Unsers Gottes seines Christus worden.

Weil der verworfen ist, der sie verklaget Tag und [Nacht vor Gott.

Und sie haben ihn überwunden durch des Lammes [Blut

Und durch das Wort ihres Zeugnis

Und haben ihr Leben nicht geliebet bis an der Tod.

Darum freuet euch, ihr Himmel und die darinnen [wohnen. 12

 

Si accese una battaglia in cielo,

Michele e i suoi angeli combatterono col drago;

e il drago combatté con i suoi angeli e non vinsero.

 

Anche la loro dimora non fu più trovata in cielo.

E il grande drago fu scacciato,

l’antico serpente che ha il nome di diavolo e Satana,

 

che seduce tutto il mondo, e fu precipitato sulla terra

 

e anche i suoi angeli vi furono precipitati.

 

E io udii una gran voce, che parlava in cielo:

 

«Ora si sono compiuti la salvezza e la forza e il [regno e il potere

del nostro Dio (e) del suo Cristo.

Poiché è stato respinto colui che accusava i nostri [fratelli giorno e notte davanti a Dio.

Ed essi lo hanno vinto mediante il sangue [dell’Agnello

e la parola della loro testimonianza,

e hanno disprezzato la loro vita fino alla morte.

Perciò rallegratevi, voi cieli e quanti vi hanno [dimora». 12

 



[1] Giobbe 8, 9.

[2] Strofe 4 e 5 del Lied Ach! Was soll ich Sünder machen (Ah, che farò io, peccatore), composto nel 1661 da Johann Flittner (1618-1678).

[3] Giovanni 11, 25.

[4] Strofa 4 del Lied Wenn mein Stündlein vorhanden ist (Quando è la mia ora), composto nel 1575 da Nikolaus Herman (1480 ca.-1561).

[5] Strofe 1 e 8 del Lied Wenn mein Stündlein vorhanden ist (Quando è la mia ora), composto nel 1652 da Michael Franck (1609-1667).

[6] Strofa 7 del Lied Ich hab mein Sach Gott heimgestellt (Ho affidato la mia causa a Dio), composto tra il 1582 e il 1589 da Johann Leon (1530 ca.-1597).

7 Salmo 73 (72), 25-26.

8 In questo Corale vengono riprese, nell’ordine, le strofe 18, 13, 6, 7, 15 del Lied Ach Gott, wie manches Herzeleid (Ah, Dio, quanto dolore) composto nel 1587 da Martin Moller (1547-1606) sul modello (a partire dalla strofa 3) dell’inno Jesu dulcis memoria attribuito a S. Bernardo di Chiaravalle (1091-1153).

9 Sapienza 4, 7.10-11.13-14.

10 Lamentazioni 5, 15-16.

12 Apocalisse 12, 7-12.

 

 
< Prec.   Pros. >

© Circolo della Cultura e delle Arti
Via San Nicoḷ 7, 34121 Trieste - Tel. 040.366744
C.F. 80022560322