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UN VOTO PER QUALE EUROPA? Tavola rotonda in occasione delle elezioni europee Stampa E-mail
UN VOTO PER QUALE EUROPA?
Tavola rotonda in occasione delle elezioni europee
Con Pietro Fontanini, Isidoro Gottardo, Alessandro Maran, Giorgio Anselmi.
Moderatore: Paolo Possamai
A cura di Tito Favaretto
Lunedì 18 maggio 2009 – ore 17.30
Salone del Circolo delle Assicurazioni Generali (p.zza Duca degli Abruzzi, 1 – 7° piano)
 

Il tema è stato introdotto dal dott. Tito Favaretto, a nome del "Gruppo di lavoro sull'unità europea" del CCA. A completamento ed integrazione della tavola rotonda, è apparso sul quotidiano "Il Piccolo", con cui è stata condivisa l'iniziativa, un articolo dello stesso Tito Favaretto, che qui alleghiamo.
 
IL MALESSERE DELL’EUROPA
Tito Favaretto

A meno di un mese dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, l’Unione Europea (UE) sembra vivere, paradossalmente, un momento di eclissi. Se ne ha qualche notizia quando riemerge la sua crisi istituzionale, allorché la Commissione Europea fornisce, al pari di altre organizzazioni internazionali, alcune stime sulla situazione economica; o, ancora, attraverso i provvedimenti assunti, nell’ambito dei suoi limiti, dalla Banca centrale Europea (BCE). Per il resto l’UE sembra svanita come soggetto, sul piano internazionale e, come attore, su quello europeo.
Nel caso della crisi istituzionale, il rinvio delle firme di ratifica del Trattato di Lisbona da parte del Presidenti ceco e polacco (nonostante l’approvazione dei due Parlamenti), con la scusante di attendere l’esito di un probabile nuovo referendum in Irlanda prima della fine dell’anno, ha costituito un’ulteriore occasione per rinverdire le note  eurocritiche sull’eccessivo trasferimento di sovranità a Bruxelles e sull’invadente burocratismo comunitario. Quest’ultimo tema sta trovando crescenti consensi in partiti, movimenti e, a volte, anche nell’opinione pubblica, soprattutto nel caso di iniziative della Commissione che incidono inopinatamente su  settori specifici di attività, forse minori, ma di grande interesse locale (dai vini, alle arance). Il giudizio colpisce una Commissione che da tempo ha abbandonato i grandi temi di intervento europeo che le sarebbero propri e si è  evidenziata piuttosto per azioni di piccolo cabotaggio. Ma l’euroscetticismo, se volessimo così definire un atteggiamento più generale di disaffezione o di scarsa fiducia nei confronti di un progetto di Europa unita, sembra essere alimentato, oltre che da queste critiche, soprattutto dalla mancanza di visibilità di un soggetto europeo operativo e dalla carenza di informazione e/o di percezione riguardo a quale azione esso potrebbe svolgere nell’interesse comune. Di fatto, nella crisi economica europea, non è l’Unione a intervenire, sulla base di un programma comune,  ma  sono piuttosto gli Stati, in modo sempre più differenziato e divergente. Nei G8-G20 gli attori europei sono solo alcuni degli Stati, spesso alla ricerca di un preventivo accordo tra di loro. L’UE, d’altra parte, nelle condizioni attuali, dimostra di non volere o no potere farsi carico  della grave crisi dell’Europa centro- orientale (i nuovi stati membri) e, salvo un parziale intervento per l’Ungheria, l’ha in gran parte delegata al Fondo Monetario Internazionale (FMI). Ma,  in questa organizzazione, gli  Stati europei sono presenti a titolo individuale e dovranno trattare l’intensità degli interventi sia con i paesi oggi prevalen-ti (USA, Giappone ecc.) che con i nuovi grandi contribuenti (Cina, Brasile ecc.), senza i quali i fon-di non saranno sufficienti. Tuttavia è al suo interno che l’UE non è riuscita a sviluppare iniziative ormai urgenti. Nonostante le ripetute crisi petrolifere, essa non è stata ancora in grado di organizza-re una politica comune dell’energia e della sicurezza delle forniture. Dopo aver abolito i controlli di frontiera, non è ancora riuscita a predisporre una politica comunitaria per il problema, divenuto comune, dell’immigrazione e del contrasto a quella illegale. E nella stessa UE in cui si passano liberamente i confini e in cui anche le banche li hanno superati, la vigilanza sulle stesse non è europea, ma è rimasta nazionale.  L’elencazione potrebbe proseguire, ma questo non ci porterebbe alla conclusione che è ormai ritornata l’era degli Stati nazionali europei e che la necessità dell’Europa unita è svanita, semmai dimostrerebbe il contrario. La realtà della crisi economica attuale sta infatti evi-denziando che i singoli Stati europei hanno perso, più di altri attori internazionali, il controllo dell’economia e che, pur riuscendo in alcuni casi (Francia, Germania, in parte Italia) ad attenuare per ora i danni, grazie al loro modello sociale, sono destinati, nella nuova fase mondiale che si pre-para, ad essere sempre più pesantemente condizionati da comportamenti economici esterni. A questo  proposito può risultare interessante una recente valutazione dell’ Economist . Dopo aver riconosciuto che quei paesi europei in cui esistono leggi di forte protezione dei lavoratori, dei consumatori e delle fasce sociali più deboli, hanno rallentato e attenuato l’impatto della recessione (al contrario di quanto è avvenuto in paesi con differenti sistemi come Gran Bretagna e Stati Uniti), il giornale si chiede se questi stessi costosi strumenti non si tramuteranno poi in punti di debolezza e di rigidità al momento della ripresa in cui saranno necessari flessibilità e ingenti investimenti. Ma, al di là del confronto in atto in Europa tra il modello anglo-sassone e quello sociale di mercato (alla la conciliazione dei quali, attraverso forme di integrazione fiscale, è rivolta una interessante proposta di Mario Monti - "Corriere della Sera" del 10 maggio), c’e da chiedersi quali effetti avrà sui singoli stati europei, in una situazione di crescente frammentazione interna, un prolungamento della crisi, seppure con un rallentamento della recessione o, in un prossimo futuro, il presentarsi di una ripresa. E’ probabile che, persistendo la mancanza di forme di integrazione in grado di determinare una politica economica comune, le azioni nazionali per rilanciare la domanda interna ed esterna, gli investimenti, l’occupazione, determinino, all’interno dell’UE, competizioni crescenti tra paesi più  o meno forti dell’area euro e tra questi e quelli più deboli non euro, con un aumento delle divergenze tra singole situazioni economiche e sociali e un ulteriore logoramento del mercato unico. Ma anche le minacce esterne potranno risultare insidiose per un’UE divisa. Gli altri grandi Stati, da cui probabilmente avrà origine la ripresa, potranno agire con svalutazioni e con forme di concorrenza fiscale, rispetto alle quali l’eventuale reazione di singoli Stati europei non potrà che aumentare la competi-zione fiscale tra Stati membri già esistente. Anche sotto questo profilo è da ritenere che solo un’Europa più integrata economicamente e politicamente potrebbe offrire forme più adeguate di re-sistenza e di reazione.
Queste considerazioni e preoccupazioni corrispondono a un malessere dell’Europa non sem-pre evidente, piuttosto sotterraneo, percepito e dibattuto da alcuni politici,studiosi, giornalisti, ma raramente reso esplicito, dalla politica, all’opinione pubblica.
Le elezioni del Parlamento Europeo (PE) potrebbero rappresentare l’occasione di una presa di coscienza, in attesa delle elezioni tedesche di settembre che dovranno chiarire il ruolo della Ger-mania in Europa e dell’eventuale esito positivo del referendum irlandese sul Trattato di Lisbona. Il PE è l’unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini. Le direttive europee che esso approva assieme al Consiglio, incidono, secondo alcune stime, per il 60 e il 70% nella produzione normativa dei singoli Stati. Un rafforzamento di questa istituzione che ha una piena legittimità de-mocratica, attraverso una più qualificata e motivata rappresentanza,  potrebbe costituire, nel caso di una eventuale carenza di attività della Commissione (organo di cui il PE elegge e può revocare il Presidente), o di una non approvazione del Trattato di Lisbona, uno strumento determinante, in una situazione di crisi, per stimolare, con il concorso dei parlamenti nazionali, una urgente ripresa del processo europeo di integrazione. Tutto questo, naturalmente, purché il PE  voglia assumersi le sue responsabilità verso gli elettori e altrettanto facciano i partiti politici. 
 
Da "Il Piccolo" - 18 maggio 2009
 
 
 
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