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IL CCA - CINQUANT'ANNI DI STORIA CULTURALE: 1946 - 1996 Stampa E-mail

IL CIRCOLO DELLA CULTURA E DELLE ARTI

Cinquant’anni di storia culturale

1946 - 1996

di PAOLO QUAZZOLO

Introduzione al volume ed. LINT - Trieste, 1997


 

 

1. La fondazione del Circolo

 

            La nascita del Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste fu dovuta a un comitato promotore formato da una sessantina di persone, mosso dall’iniziativa e dall’entusiasmo dello scrittore Giani Stuparich. L’atto ufficiale di fondazione risale al 17 febbraio 1946, giorno in cui venne convocata presso la Sala Minore della Camera di Commercio ed Industria l’adunanza costitutiva. Quello di fondazione fu tuttavia l’atto conclusivo di un lungo iter che era iniziato parecchi mesi prima e che aveva impegnato a fondo Stuparich e i suoi più stretti collaboratori. Senza dubbio, primo promotore del Circolo fu lo Stuparich il quale, con ogni probabilità, già prima della conclusione del secondo conflitto mondiale, aveva sentito come impellente la necessità di dare vita a una istituzione culturale che agisse in difesa dell’italianità di Trieste. Il bisogno di accogliere l’eredità di alcune gloriose istituzioni culturali cittadine quali la Filarmonica, il Gabinetto di Minerva, il Circolo Artistico o il Circolo di Studi Sociali soppresse dal fascismo, la volontà di mantenere viva l’identità culturale di Trieste, la necessità di contribuire concretamente alla rapida rinascita di una città che aveva pagato un grosso tributo alla guerra, spinsero lo scrittore a impegnarsi nella realizzazione di un vero e proprio “centro di raccolta per tutte le migliori energie culturali e artistiche della città”[1], un circolo dal carattere fermamente apolitico, aperto ad accogliere il contributo di tutti coloro i quali - indipendentemente dalla convinzione politica - credessero nel valore morale, sociale e umano della cultura e dell’arte.

            La recente donazione che la famiglia Stuparich ha voluto fare all’archivio manoscritti del Dipartimento di Italianistica, Linguistica, Comunicazione e Spettacolo dell’Università di Trieste[2] di una busta di appunti riguardanti l’attività dello scrittore durante i mesi che precedettero l’atto costitutivo del C.C.A., ha permesso di ricostruire con precisione alcune delle fasi più importanti che anticiparono la nascita vera e propria del Circolo della Cultura e delle Arti.

            Lo spoglio dei documenti - soprattutto appunti e lettere - dimostra l’attenzione riposta da Giani Stuparich nel dare forma al nascente sodalizio, scegliendo con cura i possibili collaboratori, formulando ipotesi sulla distribuzione dei vari incarichi, programmando alcune iniziative e soprattutto mettendo in atto tutta la propria sensibilità e le proprie vaste conoscenze del mondo culturale italiano per cercare di contattare studiosi, critici e uomini di cultura di conclamata fama. Perché lo Stuparich era pienamente cosciente che solo coinvolgendo gli uomini migliori della cultura triestina e invitando a Trieste i più alti esponenti del mondo umanistico e scientifico italiano, era possibile dare vita a un circolo solido, capace di assumere nel contesto cittadino quel carattere carismatico che poi, per tanti anni, il C.C.A. ha saputo mantenere vivo.

            I fogli del lascito Stuparich documentano come lo scrittore avesse riposto particolare impegno nella stesura dello statuto, indicando con precisione gli scopi e i fini che avrebbero dovuto essere perseguiti dal sodalizio. In questo senso, una primissima bozza dello statuto prevedeva che il Circolo potesse istituire sezioni anche in altri centri della Venezia Giulia o in altre provincie, riunendo persone di qualsiasi tendenza politica purché unite dalla comune volontà di perseguire il «benessere morale e materiale della regione Giulia, desiderando contribuire all’elevazione del tono di vita della popolazione ed appoggiare il progresso delle arti e delle scienze». La realizzazione di conferenze, congressi, corsi, concorsi a premio, mostre e pubblicazioni, sarebbe stato il complesso e articolato mezzo per raggiungere gli scopi prefissi.

            Se un circolo che si proponeva di mantenere in vita la tradizione culturale triestina doveva possedere delle solide basi ideologiche, non meno importante era la scelta del luogo all’interno della quale esso doveva agire. Conscio dell’importanza di possedere una sede che doveva essere funzionale ma soprattutto decorosa e rappresentativa, Giani Stuparich si premurò, sin dagli inizi, di contattare tutte le autorità allora operanti a Trieste per reperire un luogo adatto alle esigenze del nuovo sodalizio. Non è quindi un caso se uno dei documenti più “antichi” fra le carte del lascito Stuparich relative alla nascita del Circolo, sia una lettera datata 3 luglio 1945, inviata al Governo Militare Alleato della Venezia Giulia. Tale lettera, scritta in lingua inglese - ma la minuta datata 2 luglio è in italiano - , presentava la nascitura associazione come un circolo volto a «ridare alla città una nobile istituzione che fu degnamente rappresentata a Trieste sin dal 1810 dalla Società di Cultura Minerva e più tardi dal Circolo Artistico e dall’Università Popolare, Istituti soppressi dal Fascismo». Dopo aver sottolineato l’intento apolitico dell’associazione e la volontà di dare vita anche a una serie di attività destinate a esaltare i legami tra la cultura anglosassone e quella italiana, Stuparich giungeva al vero scopo della sua lettera, ossia quello di ottenere la concessione per l’uso della Sala Massima sita in via del Coroneo,[3] che era stata la sede del Circolo Artistico Triestino.

            La lettera del 3 luglio 1945 assume particolare importanza ai fini della storia del Circolo, poiché in essa compare, per la prima volta, la denominazione del nascituro sodalizio: nella minuta in lingua italiana esso viene dapprima indicato come “Circolo Triestino di Cultura”, ma una correzione a penna fatta dallo stesso Stuparich cambia la definizione in “Circolo della Cultura e delle Arti”. E’ curioso ricordare che nel testo inglese esso viene indicato come “Cultural Club of Venezia Giulia”.

            Il problema della sede non si risolse in tempi così brevi, dal momento che le numerose richieste avanzate da Stuparich e dai suoi collaboratori vennero spesso respinte. In alcune lettere successive indirizzate dallo scrittore all’Allied Information Service, vennero proposte come possibili sedi la Sala “Duca d’Aosta” sita in Piazza dell’Unità 7 all’interno del palazzo di proprietà delle Assicurazioni Generali, e i locali della mostra della RAS siti al numero 9 di Corso Vittorio Emanuele III[4], di proprietà della Riunione Adriatica di Sicurtà. Ma entrambe queste domande vennero respinte.

            Risale al dicembre del 1945 la richiesta indirizzata al tenente colonnello Smuts del Governo Militare Alleato per l’ottenimento della sala del Ridotto del Teatro Verdi. Il documento, che è tra i primi fra quelli custoditi dall’Archivio Storico del C.C.A., è firmato da Giani Stuparich e da altri ottantacinque promotori, in gran parte i medesimi che solo due mesi più tardi sottoscrissero il verbale dell’adunanza costitutiva. Secondo una formula più volte utilizzata a tale scopo, la lettera diretta a Smuts presenta il sodalizio come un circolo volto a «riunire le forze migliori delle lettere, delle arti e delle scienze della nostra regione», preposto all’ «elevazione culturale e morale del popolo» e destinato a raccogliere «l’eredità di antiche istituzioni culturali triestine che furono soppresse dal fascismo». Riprendendo inoltre alcune indicazioni fornite dallo stesso Stuparich circa una possibile traccia dello statuto, la lettera indicava tra le finalità:

 

«1) di istituire una sala di lettura ed una biblioteca che rappresenti tutte le correnti del pensiero, italiane e straniere;

2) di promuovere cicli di conferenze sulle arti, le lettere e le scienze di tutti i paesi;

3) di organizzare mostre d’arte retrospettive e moderne;

4) di organizzare concerti, serate musicali, rappresentazioni di teatro d’avanguardia;

5) di organizzare convegni serali e trattenimenti per i soci».

            Al fine di poter svolgere tali compiti il nascituro circolo aveva bisogno «di una sede conveniente e decorosa» e per questo motivo si rivolgeva al Governo Militare Alleato «affinché voglia assegnargli i locali annessi al ridotto del Teatro Verdi e permettergli di usufruire della sala per i concerti ed altre manifestazioni di carattere collettivo».

 

            Questa ennesima richiesta venne finalmente accolta e così, in capo a qualche mese, il Circolo della Cultura e delle Arti potè prendere possesso di quella che, senza dubbio, è la più prestigiosa e rappresentativa sala di Trieste. Il verbale di consegna ufficiale risale appena al 1° novembre 1946. In tale data il patrimonio mobiliare di proprietà del Comune di Trieste costituito dalla Sala Maggiore e da una serie di locali ad essa attigui, veniva messo a disposizione del Circolo. A ricevere la consegna fu il professore Carlo Schiffrer, in qualità di legale rappresentante del C.C.A. Tra i beni elencati nel verbale, spiccano un lampadario centrale in cristallo di Boemia, quattro plafoniere a venti fiamme in cristallo di Boemia, un pianoforte a coda Beckstein, sedici divani stile impero e quattro grandi specchiere da parete.

            Un’altra delicata questione, affrontata da Giani Stuparich sin dai primi momenti, fu quella relativa allo statuto del Circolo. Si è già ricordato, a tale proposito, come nella lettera del 3 luglio 1945 egli avesse indicato alcune delle finalità che il sodalizio si proponeva di raggiungere. Un foglio manoscritto conservato nella busta del lascito Stuparich e risalente con ogni probabilità alla prima fase di progettazione del Circolo, propone una bozza di documento programmatico. Lo scrittore premette innanzitutto la volontà del nuovo sodalizio di «raccogliere l’eredità di tre istituzioni della Trieste prefascista. L’antico Gabinetto di Minerva, fondato fin dal 1810 da Domenico Rossetti, società di cultura che organizzava sopra tutto conferenze sull’arte la letteratura le scienze. Il Circolo Artistico, società d’artisti, che organizzava concerti, serate musicali, mostre artistiche, trattenimenti. Il Circolo di studi sociali, creato da una élite del partito socialista per la cultura del popolo con un programma democratico a vaste linee». Come ricorda Elvio Guagnini[5], e come si è già potuto vedere, nei documenti successivi il riferimento al Gabinetto di Minerva e al Circolo di Studi Sociali scomparirà per lasciare posto alla Società Filarmonico-Drammatica, fondata nel 1829.

            Proponendosi di accogliere l’eredità di istituzioni culturali che avevano agito in campi anche molto differenti - dalla letteratura all’arte, dalle scienze alla musica, sino alla filosofia e ai problemi di carattere sociale - era logico che il nuovo sodalizio prevedesse una articolata strutturazione interna. Da qui l’idea, presente sin dal primo documento programmatico, di suddividere l’attività del Circolo in cinque diverse sezioni, ciascuna delle quali, pur seguendo un medesimo orientamento morale, conservasse però una propria autonomia nelle scelte.

            La stesura definitiva dello statuto - che comunque con il passare degli anni subì una serie di modifiche per adeguarsi alle nuove esigenze del Circolo - si ebbe all’atto ufficiale di fondazione del C.C.A. L’assemblea costitutiva, tenuta - come si è già ricordato - presso la Sala Minore della Camera di Commercio ed Industria la mattina del 17 febbraio 1946, vide la partecipazione di sessantacinque soci fondatori. La presidenza dell’assemblea venne assunta dal promotore Giani Stuparich, mentre da segretario funse l’avvocato Ugo Quarantotto. In tale occasione Stuparich pronunciò il primo dei due celeberrimi discorsi scritti per la fondazione del Circolo della Cultura e delle Arti[6]. In tale discorso, intitolato La Trieste che noi amiamo[7], lo scrittore ricordava come «i nostri commerci, le nostre industrie, la vita economica in genere è a terra, ma anche la vita spirituale languisce dispersa o fermenta disorientata. Stiamo risollevando dalle ceneri le membra sparse, i pezzi rimastici del nostro tesoro distrutto. Oggi ci avvediamo che i vent’anni del funesto e presuntuoso regime, ci hanno privato delle nostre più antiche e gloriose istituzioni di cultura». Per questo motivo, proseguiva Stuparich, era necessario che sorgesse un sodalizio che divenisse punto di riferimento per tutte le migliori energie culturali e artistiche di Trieste. «Questo si propone di essere il nostro Circolo. Accanto all’Istituto Superiore, di cui siamo orgogliosi, alla nostra Università, che nasce veramente in questi tristi anni e s’avvia ad essere il più importante organismo della nostra regione, per gli studi e per le scienze, noi vogliamo creare una base comune, sociale, per la vita cittadina della cultura e delle arti». Ma il Circolo doveva essere soprattutto un luogo di incontro e di conciliazione: «Sulla soglia del nostro Circolo - proseguiva l’oratore - vogliamo che siano abbandonate le dissenzioni e le discordanze, utili magari in altri campi; non la lotta è adatta a noi, ma la gara dell’intelligenza e delle opere». Lo spirito fortemente apolitico e la componente altamente morale sulla quale si fondava il nuovo sodalizio vengono poi proclamate a chiare lettere in un successivo passaggio del discorso: «Gli alti fini dell’arte e della cultura sono fini a se stessi. Perciò noi non vogliamo mettere l’arte e la cultura al servizio di niente e di nessuno. Come non facciamo della politica, così tanto meno faremo della propaganda. Sappiamo per convinzione profonda che se c’è un nemico della cultura questo è proprio la propaganda, la quale svia deforma corrode la cultura, le toglie il nerbo, avvelena i suoi tessuti, offusca la sua luce». E, poco più avanti, Stuparich ricorda un’altro degli scopi fondamentali prefissi dal Circolo, ossia la difesa dell’italianità di Trieste e della sua identità culturale: «Se poi qualcuno volesse accusarci che noi tuttavia con la nostra cultura e con la nostra arte facciamo della propaganda, e intendesse per propaganda la espressione della nostra coscienza nazionale, allora noi risponderemmo che questa dev’essere considerata propaganda, è, si, l’unica propaganda che noi non possiamo evitare: la lingua; cioè la forma concreta e indivisibile della sostanza della nostra cultura, della nostra civiltà, del nostro stesso pensiero. La lingua in cui si è espresso Dante e Leonardo e Galilei e Leopardi Foscolo Manzoni». E, al termine del discorso, Stuparich si augurava che «la Trieste che noi amiamo, trovi nel nostro Circolo la base sulla quale possa ricongiungersi alla sua tradizione con dignità e guardare all’avvenire con speranza».

            Dopo l’intervento di Stuparich, venne letto e approvato lo statuto del Circolo. Come recitava l’articolo n. 2, «Il Circolo della Cultura e delle Arti si propone di promuovere le lettere, le arti e le scienze nella nostra regione e di coordinare e possibilmente fondere tutte le iniziative a questo scopo dirette. L’attività del Circolo si esplicherà particolarmente in conferenze, adunanze letterarie e scientifiche, corsi di cultura, convegni musicali, esposizioni artistiche e scientifiche e pubblicazioni».

            La necessità, avvertita sin dagli inizi da Stuparich, di conferire al circolo una strutturazione articolata, trovava conferma nel successivo articolo n. 3: «Per facilitare lo svolgimento dei suoi compiti, il Circolo sarà organizzato in sezioni, rappresentanti i vari interessi culturali. Queste sezioni che agiranno in accordo con la Direzione, sono:

a) sezione delle lettere: per gli studi letterari;

b) sezione delle arti: per la pittura, la scultura e architettura;

c) sezione della musica: per la musica e la storia della musica;

d) sezione delle scienze morali, storiche, filosofiche, giuridiche e sociali;

e) sezione delle scienze matematiche e naturali ».

            Il successivo articolo n. 4 ricordava che «Il Circolo vuol essere un’istituzione completamente apolitica e perciò si propone di svolgere la sua attività all’infuori da ogni influenza di partito».

            Nel corso dell’assemblea venne fissato anche il canone sociale, che fu stabilito in lire ottanta mensili per i soci singoli e lire cento mensili per i soci con famiglia.

            L’assemblea infine elesse le cariche sociali, dando così vita al primo consiglio direttivo al quale presero parte Gianni Bartoli, Silvio Benco, Francesco Collotti, Antonio Di Giacomo, Fernando Gandusio, Guido Hermet, Luigi Herrmanstorfer, Vito Levi, Antonio Machlig, Ugo Quarantotto, Romano Rossini, Salvatore Satta, Carlo Schiffrer, Giani Stuparich, Giuseppe Stefani, Guido de Vida e Baccio Ziliotto. Revisori dei conti furono infine nominati Eugenio Borsatti, Ciro Garzolini e Carlo Martinolli (effettivi), Giorgio Badalotti e Licio Zellini (supplenti).

            L’atto costitutivo e l’allegato statuto vennero firmati dai seguenti sessantacinque soci fondatori:

 

prof. Carlo Schiffrer

dott. ing. Giusto Muratti

dott. ing. Diego Guicciardi

prof. Silvio Rutteri

dott. ing. Mario Genel

prof. Baccio Ziliotto

mo. Cesare Barison

comm. Eugenio Garzolini

pittore Ciro Garzolini

Oscar de Incontrera

Romano Rossini

avv. Bruno Forti

dott. Almerico D’Este

prof. Biagio Marin

prof. Vittorio Rubini

dott. Miro Mitrovich

dott. ing. Giorgio Negri

prof. Giulio Gratton

prof. Mario Mirabella Roberti

prof. Giorgio Vigni

prof. Giuseppe Matteo Campitelli

prof. Luciano Serti

prof. Fabio Suadi

cav. uff. Guido Hermet

scultore Marcello Mascherini

pittore Vittorio Bergagna

Antonio Catalan

Carlo Sbisà

avv. Edoardo Gasser

prof. Umbro Apollonio

prof. Adriano Mercanti

prof. Fabio Todeschini

avv. Lodovico Herrmanstorfer

avv. Michele Miani

Luciano Budigna

pittore Federico Righi

dott. Licio Zellini

Antonio Fonda Savio

prof. Paolo Scrosoppi

prof. Vito Levi

Bortolo Tamburini

dott. ing. Gianni Bartoli

mo. Dario de Rosa

avv. Guido de Vida

dott. Glauco Furlani

prof. Francesco Collotti

avv. Guido Gius

dott. Giuseppe Stefani

Mario Coloni

Luigi Herrmanstorfer

avv. Emanuele Flora

prof. Vittorio Furlani

dott. Antonio di Giacomo

dott. ing. Fernando Gandusio

dott. ing. Antonio V. Machlig

prof. dott. Giani Stuparich

avv. Ugo Quarantotto

Eugenio Borsatti

Silvio Benco

dott. Gino Palutan

dott. Giorgio Badalotti

not. dott. Giulio Paolina

Carlo Martinolli

prof. Salvatore Satta

dott. Lelio Gandusio[8]

 

 

2. L’avvio delle attività sociali e le dimissioni di Giani Stuparich

 

            La notizia dell’avvenuta costituzione del Circolo della Cultura e delle Arti venne resa nota da due quotidiani triestini: “La Voce Libera”, che ne riferì il 18 febbraio e “Il Corriere di Trieste” che pubblicò un breve trafiletto il giorno successivo. Se entrambi gli articoli sottolineavano l’intento apolitico del sodalizio e la sua volontà di riunire tutte le forze culturali e artistiche triestine, “La Voce Libera” commentava che «È indubbio che la parte migliore della cittadinanza vorrà appoggiare questa iniziativa che tanto opportunamente si riallaccia alle tradizioni culturali triestine interrotte dalla crudezza dei tempi». E, più avanti, l’articolo concludeva: «L’ing. Gandusio, in rappresentanza del presidente di Zona, l’avv. Miani, presidente del Comune, e l’avv. Forti, presidente del Consiglio comunale, presenti all’adunanza, hanno espresso la loro piena soddisfazione per il costituirsi del Circolo, che diverrà certamente in breve tempo il maggiore organismo artistico e culturale della città».

            La stessa “La Voce Libera”, il 23 febbraio, tornò sull’argomento, pubblicando un ampio stralcio del discorso tenuto qualche giorno prima da Giani Stuparich alla Camera del Commercio e dell’Industria.

            L’avvio delle attività del Circolo fu subordinato alla nomina del presidente e dei direttori di sezione. Il consiglio direttivo, riunitosi il 19 febbraio 1946, affidò la carica di presidente a Giani Stuparich, quella di vicepresidente a Fernando Gandusio e quella di consigliere segretario a Ugo Quarantotto. Direttore della Sezione Lettere venne nominato Silvio Benco, della Sezione Arti Figurative Romano Rossini, della Sezione Musica Vito Levi, della Sezione Scienze Morali Francesco Collotti e della Sezione Scienze Naturali Carlo Schiffrer. Alle cinque sezioni sancite dallo statuto, già nel 1947 venne aggiunta una sesta sezione, quella riservata allo Spettacolo, a dirigere la quale fu chiamato Callisto Cosulich.

            Le lettere e gli appunti raccolti nella busta del lascito Stuparich documentano come lo scrittore, nel progettare la costituzione del C.C.A., avesse anche elaborato una serie di possibili iniziative da attuare nei primi mesi di vita del sodalizio. Conscio dell’importanza di coinvolgere nelle attività del Circolo le maggiori personalità della vita culturale triestina e italiana, Stuparich iniziò a progettare cicli di conferenze e in seguito a contattare numerosi personaggi di spicco. Tra gli appunti lasciati dallo scrittore va sicuramente ricordato il progetto di invitare al C.C.A. Eugenio Montale per una conferenza sulla poesia inglese, Giacomo Debenedetti per un intervento sulla letteratura francese, Ettore Lo Gatto per le letteratura russa, Alberto Moravia per una conferenza su Roma, Corrado Alvaro per una conversazione sulla resistenza, Francesco Flora per una disquisizione sull’estetica contemporanea. Altri appunti rivelano inoltre i nomi di Bontempelli, Omodeo, Valgimigli, Marchesi e altri ancora. Non tutti questi progetti si poterono realizzare, mentre taluni trovarono concretizzazione solo qualche tempo più tardi: ciò che comunque conta è che essi testimoniano l’elevata qualità delle proposte e il fermo intendimento di presentare il C.C.A., sin dai primi mesi di vita, come una istituzione operante ai massimi livelli.

            Per l’inaugurazione ufficiale del Circolo, Stuparich progettò un avvenimento di assoluto prestigio, un intervento di Benedetto Croce. Tuttavia il celeberrimo critico, impossibilitato a venire a Trieste, dovette declinare l’invito. A memoria delle intenzioni dello scrittore triestino, è rimasta una lettera, oggi conservata nella busta del lascito Stuparich:

 

            «Illustre Maestro,

nei giorni forse più drammatici della sua storia, in un ambiente confuso e arroventato dalle passioni, in un’atmosfera di quasi generale disorientamento, Trieste tenta di risollevarsi spiritualmente, di raccogliere quelle energie che le restano nel campo della cultura e delle arti, per sentirsi degna del suo passato e per poter guardare con speranza all’avvenire. In questi giorni abbiamo costituito un “Circolo della Cultura e delle Arti” che dovrebbe comprendere le tradizioni di quelle società e di quegli istituti che il fascismo ci ha distrutto e porre le basi per un’attività artistica e culturale d’ampi orizzonti. Ricongiunta all’Italia, come alla sua patria di natura e di diritto, Trieste potrebbe avere domani una delicatissima e importante funzione di civiltà europea.

            Quale auspicio per la vita del nostro Circolo, per la ripresa spirituale di Trieste, quale significato elevato, sereno, nazionale e universale insieme assumerebbe la manifestazione, se Benedetto Croce accettasse di venire tra di noi a inaugurare la nostra attività con la sua parola e il suo pensiero.

            Soltanto in vista del fine, del bene della mia città, che si sentirebbe risollevata dalle tristezze presenti e incoraggiata a sperare in sé, oso chiederLe, illustre Maestro, anche in nome di Silvio Benco, del Prof. Satta, Prorettore della nostra Università, del Prof. Collotti, Preside della Facoltà di lettere, che fanno parte della direzione del Circolo, un così grande favore e sacrificio.

            Se possiamo sperare nella sua ambita adesione al nostro invito, voglia, La prego, sollecitamente indicarci, anche presso a poco, la data in cui Ella potrebbe venire a Trieste e i modi del viaggio meno disagiato per Lei.

            Con i più deferenti e cordiali saluti».

 

            Nonostante la mancata disponibilità di Benedetto Croce, il Circolo della Cultura e delle Arti visse una serata inaugurale di tutto rispetto: il 17 aprile 1946, nella Sala del Ridotto del Teatro Verdi, a pronunciare il discorso d’apertura fu lo stesso Giani Stuparich, senza dubbio l’uomo al quale più di qualsiasi altro spettava, di diritto, il compito di avviare le attività di un sodalizio che lui stesso aveva voluto e progettato con grande convinzione. Di fronte a un pubblico foltissimo, composto dai soci e dalla Trieste intellettuale, lo scrittore pronunciò un discorso dal significativo titolo Funzione della cultura e messaggio dell’arte. Si trattava naturalmente di un discorso non solo celebrativo, ma soprattutto programmatico, all’interno del quale venivano esposte le motivazioni della nascita del sodalizio e le finalità che esso si proponeva di raggiungere. Dopo aver ricordato ai convenuti che il Circolo della Cultura e delle Arti intendeva raccogliere e continuare la tradizione della Società Filarmonico-Drammatica fondata nel 1829 e del Circolo Artistico nato nel 1834, l’oratore affermava che il nuovo istituto «pur richiamandosi alle tradizioni della città e a quello che in passato ha conquistato, per lo spirito, per la cultura, aprirà la sua attività a tutto quanto in ogni campo e in ogni tendenza sia generoso e geniale anche nel pensiero d’avanguardia, invitando in questa atmosfera ad una intesa comune mentre gli animi sono ancora dispersi e divisi nella conquista della libertà».

            Entrando nel vivo del suo discorso, Stuparich proseguiva affermando che «Funzione della cultura è stabilire un’armonia fra le opposte tendenze che s’agitano nella vita dell’uomo, o connesse con la sua natura o sprigionatesi dal mistero del cosmo. Son queste forze motrici dell’umanità, e fra di esse è la fede: quando la cultura s’è immedesimata con la fede ha avuto i suoi periodi più luminosi e fecondi, come attesta il mirabile equilibrio raggiunto dalla cultura nel nostro Medioevo». E, più avanti, l’oratore sottolineava uno degli aspetti fondamentali del suo credo «La cultura non ha saputo imporsi di fronte al caos che incombeva, e la tecnica ha avuto il sopravvento; perché questo non sia, perché la cultura sia davvero animatrice e ordinatrice, essa deve essere libera e pronta per tutti, deve togliersi dal pericolo della tecnica e della propaganda, che la sfibrano e la disperdono».

            Quanto al messaggio dell’arte, Stuparich sosteneva che essa «al di là e al di sopra di ogni piccola voce umana, è divina voce, che non può tralignare per miserie di propaganda o di adulazione. Essa dura indistruttibile finché duri l’anima dell’uomo, la quale, nutrita di facoltà creatrice, può raggiungere una creatrice conoscenza di un mondo che non è questo mondo e dare il divino messaggio dell’arte». E, più avanti, l’autore concludeva che «è in questo dolore e in questo tormento, che l’età nostra riproduce, che il messaggio dell’arte potrà dire la sua parola di consolazione durevole all’affanno presente e di ricostruzione sicura da valori dispersi».

            La notizia dell’avvenuta inaugurazione del C.C.A. venne riportata da numerosi quotidiani triestini, primo fra tutti “La Voce Libera”, che il 19 aprile dedicò all’avvenimento un consistente articolo, riportando pure ampli stralci del discorso tenuto da Stuparich. Anche “Il Corriere di Trieste” del 18 aprile diede risalto alla notizia e con lui il “Giornale Alleato” e “Il Lavoratore”.

            Dopo la serata inaugurale, primo ospite del Circolo fu Francesco Flora, che il successivo 24 aprile tenne una conferenza dal titolo L’America nella letteratura italiana. Prendendo le mosse da una vasta quantità di opere prodotte dal medioevo sino alla contemporaneità, il critico prese in esame i due diversi aspetti della letteratura italiana aventi come tema l’America: le leggende e le fiabe che descrivevano ipotetiche terre esistenti oltre i confini dell’Oceano, e le numerose pubblicazioni sorte sull’argomento “America” dopo la scoperta del nuovo mondo.

            La cerimonia di inaugurazione del Circolo avvenne però qualche tempo più tardi. Il 17 giugno, nel corso di una serata organizzata dalla Sezione Musica, si esibì il Coro Illersberg, diretto dal suo stesso animatore, Antonio Illersberg. A sottolineare il particolare significato della serata, la manifestazione fu radiotrasmessa.

            Il felice avvio delle attività sociali era frattanto coinciso con un avvenimento certamente difficile e doloroso per la vita del Circolo: le dimissioni del suo primo presidente. Il 30 aprile 1946 infatti, Giani Stuparich inviò al vice presidente Fernando Gandusio una lettera con la quale rassegnava le proprie dimissioni. I numerosi impegni e il bisogno di dedicarsi con maggiore serenità al proprio lavoro di scrittore, erano le ragioni fondamentali della decisione:

 

            «Caro ing. Gandusio,

nell’accettare la carica di presidente del Comitato promotore del “Circolo della cultura e delle arti”, premisi che la mia accettazione era temporanea, e cioè per il tempo difficile della sua formazione e della sua costituzione, finché il Circolo, avuta una sede degna, si fosse fondato su base sicura e avviato a un’attività consona alle più alte tradizioni cittadine della cultura e delle arti. In questo tempo difficile io ho dato al Circolo quanto potevo della mia opera e della mia influenza personale, sacrificando parecchie ore del mio tempo e di quella tranquillità che mi è assolutamente necessaria per il mio lavoro; e l’ho fatto, per amore alla mia città, ben volentieri. Oggi il Circolo si è costituito, ha avuto l’adesione morale della cittadinanza, dispone d’una sede degnissima, conta un bel numero di soci, ha inaugurato e iniziato un’attività promettente. Considero la mia opera finita e mi ritiro dalla carica di presidente, per riprendere il mio lavoro che non ammette più dilazioni.

            Nel rassegnare a Lei, primo vicepresidente, le mie dimissioni, La ringrazio per averla avuta attivamente al mio fianco, e La prego d’estendere i miei ringraziamenti a tutti i colleghi della direzione che hanno voluto collaborare efficacemente con me. La vita del Circolo è ormai assicurata ed io mi auguro che sia sempre più fervida e prospera.

            Per risparmiare alla Direzione ogni inutile tentativo di farmi desistere dalla mia decisione, L’avverto che le mie dimissioni sono irrevocabili.

            Coi più cordiali saluti - Giani Stuparich».

 

            Per quanto annunciate, le dimissioni di Stuparich destarono profonda impressione nel consiglio direttivo e fra i soci del Circolo. Nonostante la decisione fosse irrevocabile, la direzione del C.C.A. tentò - inutilmente - di far retrocedere lo scrittore dai suoi propositi. Lo stesso Gandusio ebbe un lungo colloquio con Stuparich, ma le posizioni del presidente dimissionario rimasero immutate. Il 12 maggio Stuparich inviò una nuova lettera a Gandusio:

 

            «Caro ingegnere,

la direzione del Circolo non poteva trovare migliore patrocinatore di Lei. Le assicuro che ho vagliate dentro di me tutte le ragioni che Lei, nell’ultimo cordiale colloquio, mi ha esposto con calore, per farmi recedere dalla mia decisione. Con mio dispiacere però ho dovuto convincermi ancora una volta che i miei impegni di lavoro sono tali da non ammettere più alcuna dilazione; e però sono costretto a mantenere il mio proposito.

            Il Circolo oggi è, secondo il mio avviso, poggiato su basi sicure e continuerà indubbiamente sulla sua bella strada. È un’istituzione necessaria alla nostra città e non credo che possa esserci Italiano che abbia intenzioni d’avversarlo o d’indebolirlo.

            Assicuri gli amici della Direzione ch’io sono sempre moralmente con loro per il prospero avvenire del Circolo, ch’io mi permetto di considerare un poco come una mia creatura.

            Coi più cordiali saluti - suo Giani Stuparich».

 

            Dopo l’infruttuoso intervento del vicepresidente, fu la volta del consiglio direttivo che, attraverso lo stesso Gandusio, inviò il 14 maggio una lettera a Stuparich, con la quale si rifiutavano le dimissioni dello scrittore:

 

            «Egregio Professore,

il Consiglio Direttivo del Circolo della Cultura e delle Arti ha considerato le recenti, a me indirizzate, esprimenti il Suo proposito di ritirarsi dalla Presidenza, che Ella tiene già da tanti mesi con tanta autorità e con tanto successo.

            Pur considerando i motivi che La hanno spinta a privarci della Sua guida, il Consiglio unanime ha ritenuto di non potersi assumere la responsabilità di accettare le Sue dimissioni: e pertanto non le accetta.

            Ella resta e deve restare il nostro Presidente e presentarsi con noi all’imminente Assemblea: questo è il desiderio dei Consiglieri, dei consoci e, perquanto valga, il mio.

            Noi tutti Le inviamo i più cordiali saluti - Il Vicepresidente».

 

            Alla missiva, Stuparich rispose con una lettera datata 17 maggio, nella quale egli si espresse con un tono fermo e definitivo:

 

            «Caro ingegnere,

solo interpretandolo come un atto di benevola insistenza, da parte del Consiglio Direttivo del Circolo, ammetto il tenore della sua ultima lettera del 14 corr. e ringrazio Lei e gli amici della direzione per le parole lusinghiere rivoltemi.

            Ma non posso transigere con la mia risoluzione, che è fondata su ragioni di necessità personale e d’imprescindibili impegni di lavoro.

            Sono convinto poi che nessuna persona è insostituibile e che anzi, dopo il periodo di formazione faticosa, io cedo il posto a un altro Presidente con vantaggio del Circolo stesso, il quale gli potrà dedicare quel tempo ch’io non posso più dedicargli.

            La mie dimissioni sono reali, non formali, e per questo le ho date prima dell’assemblea dei soci e intendo mantenerle.

            Con i più cordiali saluti - Giani Stuparich».

 

            Il successivo 21 maggio Fernando Gandusio, a nome del consiglio direttivo, comunicava a Stuparich l’avvenuta accettazione delle dimissioni:

 

            «Egregio Professore,

ho comunicato al Consiglio Direttivo del Circolo di Cultura, riunito ieri 20 maggio, il tenore del Suo scritto del 17 corr. e il Consiglio non ha potuto, di fronte alla fermezza dei Suoi propositi, far altro che prendere atto, con vivo rincrescimento, delle Sue dimissioni.

            Mi creda, egregio Professore, coi più cordiali saluti - Fernando Gandusio».

 

 

3. I primi anni di attività e la presidenza di Silvio Benco.

 

            Dopo le dimissioni di Giani Stuparich, la direzione del Circolo della Cultura e delle Arti attraversò un breve periodo di incertezza. La presidenza fu assunta temporaneamente da Fernando Gandusio che mantenne l’incarico dal 7 maggio al 20 giugno 1946[9], giorno in cui, alla presenza di 371 soci, venne eletto il nuovo direttivo. Il successivo 30 luglio Silvio Benco fu nominato presidente del Circolo, mentre l’organico dei direttori di Sezione subì, a seguito di tale nomina, alcuni ritocchi. Benco, infatti, durante la presidenza di Stuparich, era stato direttore della Sezione Lettere: il nuovo incarico di presidente, difficile da conciliarsi con altre mansioni, spinse quindi Benco a lasciare il precedente compito. Il direttivo risultò quindi così composto: presidente Silvio Benco, consigliere segretario Willy Cavalieri, direttore della Sezione Lettere Adriano Mercanti, direttore della Sezione Arti Figurative Marcello Mascherini, direttore della Sezione Scienze Morali Francesco Collotti, direttore della Sezione Scienze Naturali Carlo Schiffrer, direttore della Sezione Musica Vito Levi e direttore della Sezione Spettacolo Callisto Cosulich. Con la nomina del nuovo direttivo entrarono in scena due fra i personaggi “storici” del C.C.A.: Willy Cavalieri e Marcello Mascherini. Il primo (Trieste 1906-1994) mantenne l’incarico di consigliere segretario per quasi trent’anni - dal 1947 al 1983 - con una breve pausa tra il 1958 e il 1964, quando l’incarico venne ricoperto da Antonio Di Giacomo. Marcello Mascherini (Trieste 1906-1983) fu invece il più longevo fra tutti i direttori di Sezione: resse infatti le sorti della Sezione Arti Figurative per trentatré anni consecutivi, dal 1947 al 1982.

            La presidenza di Silvio Benco durò meno di tre anni. La sua scomparsa, avvenuta a Turriaco l’8 marzo 1949, privò anzitempo il Circolo della Cultura e delle Arti del suo secondo presidente e la città di uno dei grandi protagonisti della cultura triestina del Novecento. Saggista, romanziere e commediografo, Silvio Benco, durante la sua presidenza, fu gravemente ammalato. Per tale motivo non potè intervenire con eccessiva incisività nella vita del Circolo: d’altra parte l’ormai consolidata attività del sodalizio permise alle singole Sezioni di muoversi in piena autonomia. La presidenza di Benco fu quindi sempre discreta e silenziosa, ma rafforzata dalla sua indiscussa notorietà.

            Le vicissitudini interne e i cambi di presidenza non influirono tuttavia sull’attività del Circolo e sulla qualità delle manifestazioni proposte. Basti pensare a questo proposito che nei primi tre anni di vita il sodalizio organizzò numerose serate di assoluto prestigio, invitando personaggi di grande notorietà, così come uomini di indiscussa cultura nei singoli settori disciplinari. Il 16 ottobre 1946 Umberto Saba lesse pagine dal suo Canzoniere, proponendo anche alcune liriche della raccolta inedita Mediterranee; il 25 e 26 marzo 1947 Silvio D’Amico fu protagonista di due conferenze sulla regia e sul teatro italiano contemporaneo; il 2 aprile 1947 Valentino Bompiani tenne una conferenza su La letteratura narrativa italiana contemporanea; mentre il successivo 29 maggio Salvatore Quasimodo tenne una conferenza sui Problemi della poesia.

            Il 20 dicembre 1946, per la Sezione Musica Luigi Dallapiccola tenne una Chiacchierata sulla musica moderna. Il 27 giugno 1946 Francesco Vercelli illustrò La preparazione della bomba atomica dal 1940 al 1945, mentre il 20 gennaio 1947 Giacomo Devoto commemorò Matteo Bartoli.

            Durante il secondo anno sociale vanno ricordate almeno le presenze di Stanislaus Joyce con la conferenza Ricordi di James Joyce, Ernesto Nathan Rogers con la conferenza La città dell’uomo e Gio Ponti che parlò su Architettura, casa, arti. Il 12 dicembre 1947 si esibì il pianista Marcello Abbado (fratello di Claudio); poi fu la volta di Norberto Bobbio, di Ugo Spirito e di Orazio Costa. E non deve essere trascurata l’infaticabile attività della Sezione Spettacolo che con le sue innumerevoli proiezioni di film rari e in versione originale, divenne il primo club cinematografico operante a Trieste e uno dei primi in Italia.

            Anche il terzo anno sociale (1948-1949) non mancò di offrire alcuni appuntamenti di alto livello, come la conferenza di Giuseppe Ungaretti, quella dei critici d’arte Carlo Ludovico Ragghianti e Giulio Carlo Argan, il musicologo Massimo Mila, il ritorno di Giacomo Devoto e di Ugo Spirito. Particolare rilievo assunsero alcuni avvenimenti curati dalla Sezione Spettacolo, come la proiezione della Trilogia di Maksim Gorkij (18-19-20 gennaio 1949), mentre il 25 febbraio 1948 faceva per la prima volta la sua comparsa al tavolo degli oratori del C.C.A. Bruno Maier con una conversazione su Lorenzo de’ Medici. [10]

            E’ interessante ricordare che nel 1948 Tranquillo Marangon disegnò il bozzetto per il logo del sodalizio, la caratteristica immagine che ancor oggi identifica visivamente il Circolo triestino.

            L’attività fu, sin dai primi anni, particolarmente intensa, se si considera che il solo lavoro organizzato dalle singole Sezioni si aggirava attorno alle novanta-cento manifestazioni l’anno. Se poi si aggiungono le serate organizzate sotto gli auspici del Circolo, si giungono a toccare anche le centotrenta-centoquaranta manifestazioni. Tutto ciò, comunque non senza difficoltà economiche e gravi sacrifici da parte dell’organizzazione. Proprio la venuta a Trieste di Giuseppe Ungaretti, il 4 dicembre 1948, fu accompagnata da un disguido, che contribuì a rendere note le difficoltà finanziarie nelle quali si dibatteva il Circolo. A seguito delle eccessive spese e di una serie di contributi promessi ma erogati solo in minima parte, il C.C.A. si era trovato nell’impossibilità di pagare le spese della luce. Di fronte un debito che si faceva di giorno in giorno più pesante, l’Acegat (l’Azienda comunale che amministra l’erogazione dell’elettricità, del gas, dell’acqua e, all’epoca, la gestione dei trasporti urbani) minacciò il taglio delle linee elettriche. Sebbene non si giunse a tali estremi limiti, tuttavia il caso sollevò in città un certo clamore, contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema non trascurabile: vale a dire la sopravvivenza di enti morali e culturali di innegabile importanza per la vita cittadina. Un sentito intervento sui giornali sottolineò come il C.C.A., in breve tempo, avrebbe potuto riappianare i propri bilanci noleggiando la Sala Maggiore a chicchessia, istituendo al suo interno tavoli da gioco oppure aumentando a dismisura i canoni sociali. I principi fortemente morali sui quali si è sempre retto il sodalizio, impedirono comunque di operare scelte di questo genere, che se da un lato possono essere risolutive dal punto di vista economico, dall’altro allontanano dai fini propriamente culturali e artistici. E in tutti questi anni il Circolo, anche nei momenti di maggiore difficoltà economica, ha sempre preferito seguire la via del mecenatismo, piuttosto che abbracciare soluzioni che ne mettessero in discussione la serietà del suo operato o la libertà culturale.

 

 

4. La presidenza di Francesco Vercelli.

 

            La scomparsa di Silvio Benco aprì un nuovo periodo di incertezza all’interno del direttivo del Circolo. La necessità, ancora una volta, era quella di nominare quanto prima alla guida del sodalizio una persona altamente qualificata, un esponente del mondo culturale di assoluto prestigio che potesse garantire, con la sua fama, la rispettabilità e il valore morale del Circolo stesso.

            Frattanto, già all’indomani della morte di Benco, fiorirono numerose iniziative, sia a livello cittadino, sia in seno al C.C.A., volte a onorare la figura e la memoria del letterato triestino. Il Consiglio Direttivo del Circolo, riunitosi in seduta straordinaria, si fece promotore di due iniziative: la prima fu l’istituzione di una borsa di studio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste, da assegnarsi a un laureando in filologia moderna. La seconda iniziativa, invece, riguardava l’istituzione di un premio nazionale intitolato a Silvio Benco, da rinnovarsi ogni anno alternativamente per le arti figurative, le lettere e la musica. Inoltre, in occasione della ricorrenza del secondo anniversario della scomparsa dello scrittore, venne scoperto all’interno della Sala Maggiore un busto di Benco, opera dello scultore Nino Spagnoli.

            L’elezione del nuovo presidente ebbe luogo il 7 ottobre 1949, alla vigilia dell’inaugurazione del quarto anno sociale. A dirigere il Circolo venne chiamato il professor Francesco Vercelli, scienziato di chiara fama, che aveva fatto parte del sodalizio sin quasi dagli esordi, anche dirigendone per un anno (1948-1949) la Sezione Scienze Naturali. Nato a Vinchio di Asti nel 1883, Vercelli giunse a Trieste nel 1922, dopo aver conquistato fama nazionale e internazionale per le sue ricerche in quasi tutti i campi della fisica. In particolare, portò notevoli contributi nel campo della talassografia e in quello della meteorologia, elaborando un metodo di analisi dei fenomeni applicato con successo alle previsioni del tempo a lunga scadenza. Particolare rilievo assunsero pure i suoi studi talassografici condotti nel Mar Rosso e nello Stretto di Messina. Accademico Pontificio e dei Lincei, Vercelli fu direttore dell’Istituto Talassografico dell’Osservatorio Geofisico di Trieste, nonché docente di fisica terrestre presso la locale Università. Con la sua nomina a presidente del C.C.A., per la prima volta il sodalizio triestino poneva alla propria guida un esponente del mondo scientifico.

            La presidenza di Vercelli non fu molto lunga: durò appena tre anni e la sua fine fu decretata dalla scomparsa dello scienziato, avvenuta a Camerano Casasco (Asti) il 24 novembre 1952. Nonostante ciò, gli anni che vanno dal 1949 al 1952 furono molto proficui per il Circolo, il quale vide accrescersi rapidamente il numero dei soci, così come il numero complessivo delle manifestazioni organizzate. Basti pensare che i soci superarono il numero di millecinquecento, mentre furono organizzati dalle varie Sezioni più di quattrocento avvenimenti tra conferenze, concerti, dibattiti, serate cinematografiche e mostre. E non si deve dimenticare che il consiglio direttivo si era arricchito di un altro membro di prestigio, Biagio Marin, chiamato sin dal 1948 a dirigere la Sezione Lettere. Il poeta mantenne l’incarico per sedici anni consecutivi, fino al 1964. Tra l’autunno del ’48 e la primavera del ’50 è inoltre da ricordare la presenza al Circolo, in qualità di segretario amministrativo, di un altro uomo di lettere: Luciano Budigna.

            Anche in questi anni non mancarono numerosi avvenimenti di grande richiamo, che andarono a confermare, ancora una volta, l’elevata qualità delle proposte offerte dal Circolo sia ai soci, sia alla cittadinanza. Fra i nomi di spicco si devono ricordare, per lo meno, quello di Cesare Musatti, quello di Carlo Bo, Antonino Votto, Giacomo Debenedetti, Michelangelo Antonioni e Giovanni Spadolini, ospite quest’ultimo della Sezione Scienze Morali il 6 giugno 1952 con una conferenza dal titolo La politica religiosa di Giolitti.

            L’attività qualificata del Circolo diede luogo a numerosi apprezzamenti anche in campo nazionale ed estero. Vale la pena di ricordare un lungo articolo dedicato al C.C.A. apparso nel marzo del 1950 su “La fiera letteraria”[11], mentre il governo francese, tramite il suo rappresentante, il ministro Jean Baudier, donò alla biblioteca del sodalizio un cospicuo quantitativo di libri di letteratura e di scienza, scelti fra la migliore produzione editoriale francese.

            Tra gli avvenimenti che andarono ad ampliare le attività del sodalizio e a stringere sempre più il suo rapporto con la città, si pose, senza dubbio, l’inaugurazione, all’interno della sede sociale, della Galleria d’Arte “Permanente”. Si trattava di una piccola galleria espositiva posta nella Sala Maggiore e realizzata tramite un dispositivo mobile costituito da tendaggi. Il suo facile e rapido montaggio la rendeva utilizzabile in qualsiasi momento della stagione, così come adatta a ospitare le esposizioni più diverse. L’inaugurazione, avvenuta l’8 marzo 1950 con una mostra dedicata al pittore goriziano Giuseppe Tominz, andò a concretizzare una necessità da lungo tempo sentita in ambito cittadino, vale a dire l’istituzione di un nuovo spazio espositivo aperto ai numerosi artisti attivi in città. La Galleria “Permanente” - che in seguito venne detta più semplicemente Galleria del C.C.A. - offrì sin dall’inizio un vasto programma di esposizioni personali e collettive, aprendosi sia alle manifestazioni artistiche contemporanee che a quelle del passato, così come all’arte italiana e a quella straniera. Dopo la mostra dedicata al Tominz, deve essere ricordata, senza dubbio, l’impostante esposizione di venti acqueforti di Francisco Goya, che ebbe luogo nel maggio dello stesso anno.

            Il triennio che va dal 1949 al 1952 fu anche segnato da una grande crescita della Sezione Spettacolo, retta da Callisto Cosulich e animata da collaboratori quali Tullio Kezich. L’istituzione, sin dal 1947, di una Sezione espressamente dedicata al cinema, andò a costituire non solo uno dei vanti del C.C.A., ma anche uno dei motivi di distinzione, per Trieste, in campo nazionale. L’attività della Sezione Spettacolo, infatti, diede vita a un vero e proprio circolo cinematografico impegnato nella proiezione di film in anteprima o in prima visione assoluta, nella proposta di retrospettive dedicate ai grandi capolavori del passato o film classici, serate antologiche riservate a celebri registi o attori, nonché proiezione di documentari di vario genere. Insomma, la Sezione Spettacolo divenne uno dei primi e più attivi club cinematografici italiani e, rispetto ad essi, fu provvista di una marcia in più. L’essere parte integrante di un sodalizio culturale, consentiva infatti a questo particolare club cinematografico di integrare la propria attività con quella delle altre sezioni, ponendo così l’arte cinematografica sul medesimo piano di tutte le altre manifestazioni artistiche. E in questo senso il C.C.A. si è sempre dimostrato lungimirante, facendo uscire il cinema da quella condizione di “Cenerentola” delle arti ad esso spesso attribuita. L’organizzazione di numerose manifestazioni in collaborazione tra le Sezioni, l’utilizzazione di proiezioni anche per le serate letterarie o scientifiche, sono la più chiara dimostrazione di questo orientamento culturale.

            L’avvio di questa Sezione, a opera di Callisto Cosulich e di Tullio Kezich, non fu semplice, dal momento che il consiglio direttivo del Circolo, tradizionalista e cauto nelle scelte, vide con sospetto l’istituzione di un ramo d’attività così particolare e sino ad allora non istituzionalizzato. Tuttavia il vivo sostegno dato all’iniziativa da Marcello Mascherini, contribuì a smuovere i dubbi e l’attività potè fare il suo ingresso ufficiale nella Sala Maggiore. L’acquisto di un proiettore, l’adesione alla Federazione Italiana dei Circoli del Cinema, la possibilità di godere di particolari facilitazioni, contribuirono a incrementare rapidamente l’attività della Sezione. La posizione geografica di Trieste e la sua particolare situazione politica, permisero inoltre di offrire alla platea locale film che altrove venivano proiettati di rado o che nel resto d’Italia erano stati vietati dalla censura. Del tutto singolare, poi, l’attenzione riservata alla produzione cinematografica sovietica, che diede vita a un fenomeno pressoché unico in Italia.

            Innumerevoli le serate memorabili, come la proiezione della versione originale integrale de La terra trema di Luchino Visconti o l’incontro con Michelangelo Antonioni.

            L’attività della Sezione Spettacolo - che fu diretta da Cosulich sino al 1955 - contribuì moltissimo, in quegli anni, a formare il gusto del pubblico triestino. La presenza di una platea molto eterogenea composta anche da parecchi giovani, l’apertura nel 1951 di una Sottosezione per studenti medi e di una Sottosezione popolare, i regolari dibattiti che facevano seguito alle proiezioni, gli incontri con critici e registi, permisero senza dubbio di far conoscere alla platea molti aspetti inediti della cinematografia italiana ed estera. E, d’altra parte, non va dimenticato che proprio grazie all’attività della Sezione Spettacolo, il Circolo della Cultura e delle Arti vide aumentare il numero dei propri iscritti, accogliendo al proprio interno anche fasce di popolazione che, altrimenti, mai si sarebbero avvicinate all’attività di un circolo culturale.

 

 

5. La presidenza di Raffaele De Courten e la pubblicazione dell’antologia Poeti e narratori triestini.

 

            Dopo la scomparsa di Francesco Vercelli, a ricoprire la carica di presidente del Circolo venne chiamato, il 2 luglio 1953, l’ammiraglio Raffaele De Courten. La sua presidenza, che segnò uno dei periodi di attività fra i più vivaci della storia del sodalizio, si protrasse sino al giugno del 1959, epoca in cui De Courten decise di ritirarsi dall’incarico a seguito di un trasferimento a Roma. Capo di stato maggiore della Marina e al tempo stesso ministro della Marina nel primo governo Badoglio, De Courten venne confermato nell’incarico anche nel secondo governo Badoglio, nei due governi Bonomi, nel governo Carli e nel primo governo De Gasperi. Negli anni in cui resse il C.C.A., De Courten fu anche presidente del LLoyd Triestino, distinguendosi in questo secondo incarico per una singolare capacità diplomatica e per l’impegno profuso nella ricostruzione della flotta lloydiana dopo la fine della guerra. I sette anni in cui presiedette il Circolo della Cultura e delle Arti, furono caratterizzati dall’avvio delle attività editoriali, con la stampa dei primi volumetti monografici dedicati ai triestini illustri. Un’attività che trovò una delle espressioni più valide alla fine degli anni Cinquanta, con la stampa dell’antologia dedicata ai poeti e ai narratori triestini del Novecento.

            Il periodo di De Courten fu anche caratterizzato dalla vivace presenza di un altro dei personaggi “storici” che operarono all’interno del sodalizio, Oliviero Honoré Bianchi. Posto alla carica di segretario del Circolo[12] sin dal dicembre del 1951, Bianchi deve essere considerato una delle anime vitali del C.C.A. La segreteria, da lui curata ininterrottamente per diciotto anni, fino al novembre del 1969, divenne un vero e proprio punto d’incontro per tutti i soci. Dalla sua presenza e dalla sua infaticabile opera quotidiana, il Circolo ne trasse grande giovamento. A lui si deve la pubblicazione dei numerosi volumetti monografici dedicati agli autori triestini, frutto di conferenze a tema tenute al C.C.A. da vari relatori. Fu inoltre fra i compilatori dell’Antologia sui poeti e narratori triestini, edita dal Circolo nel 1958 e nel 1968, uno dei fiori all’occhiello della pluridecennale attività del sodalizio. Oliviero Honoré Bianchi - nato ad Abbazia nel 1908 e morto a Trieste nel 1983 - fu letterato e collaboratore a svariate riviste. Autore di numerosi saggi su autori contemporanei - da ricordare un lungo scritto su Virgilio Giotti del 1944 - scrisse anche un romanzo, Notte del diavolo, pubblicato nel 1957 e tradotto in inglese nel 1961.

            Durante gli anni che vanno dal 1952 al 1958, il Circolo conobbe un notevole incremento della propria attività, dovuto anche alla realizzazione di alcune manifestazioni particolarmente articolate, che destarono vasto interesse. Mantenendo fede al principio morale di agire in difesa dei valori nazionali e culturali di Trieste, il C.C.A. ottenne un sempre maggiore credito presso la popolazione, così come la stampa non esitò a dedicargli spazi sempre più ampi. E ciò soprattutto grazie alla volontà di aprire le manifestazioni non solo ai soci ma anche a tutti i cittadini e in modo assolutamente gratuito. Che il C.C.A. fosse divenuto in quegli anni il maggiore circolo culturale operante a Trieste, lo dimostrano i dati di affluenza alle manifestazioni organizzate, laddove la pur capiente sala del Ridotto non sempre era in grado di accogliere tutti gli intervenuti. Allo stesso modo la Galleria d’Arte Permanente, grazie l’organizzazione di alcune mostre quali le incisioni di Picasso o le acqueforti di Chagall, divenne meta di numerosi visitatori, registrando così un notevole afflusso. Accanto a ciò devono essere ricordate alcune iniziative che, a seguito del grande successo riscosso, finirono con l’essere istituzionalizzate. Fra queste basti citare i cicli di prolusioni alle opere liriche in cartellone al Teatro Verdi, tenute da Bruno Bidussi e realizzate in collaborazione con l’Università Popolare. L’iniziativa, che proseguì per numerosi anni ospitando in seguito svariati musicologi, ha visto anche il coinvolgimento di altri enti o associazioni, come gli “Amici della Lirica” e lo stesso Teatro Verdi.

            Fra le manifestazioni che segnarono il corso della presidenza di De Courten, è da segnalare sicuramente, nel gennaio del 1953, la grande mostra dei modelli delle macchine di Leonardo da Vinci. Realizzata presso la Sala Maggiore, sotto i comuni auspici del C.C.A., dell'Università di Trieste, dell’Associazione della Stampa e sotto il patrocinio del Comune di Trieste, l’esposizione ottenne un successo clamoroso e si calcolò che venne visitata da alcune migliaia di persone.

            Ma anche gli appuntamenti più “classici”, quali le conferenze o i dibattiti, non mancarono di attirare l’attenzione di nuove fette di pubblico. Soprattutto la Sezione Scienze Naturali, che sempre affrontò le tematiche più all’avanguardia, riuscì a contare tra i suoi spettatori parecchi giovani e studenti. Pubblico questo che peraltro seguiva già da tempo le iniziative della Sezione Spettacolo che continuava a proporre manifestazioni di vasto richiamo, quali la proiezione di capolavori del passato (come Cabiria di Passatore), di celebri film del presente (come Umberto D. di De Sica), di importanti anteprime (come Senso di Visconti), o cicli dedicati al cinema comico italiano ed estero.

            Una innovazione particolarmente felice proposta in quegli anni fu l’organizzazione di “settimane” dal carattere monografico. Si trattava di cicli, brevi ma molto densi, di manifestazioni che intendevano proporre al pubblico delle occasioni di approfondimento culturale. Il primo positivo esempio fu offerto dalla “Settimana Siciliana” organizzata dal 24 al 29 maggio 1954 in collaborazione tra più sezioni e dedicata alle manifestazioni artistiche e musicali di quella regione. Un concerto, una serie di rappresentazioni, una mostra di materiali musicali e alcune conferenze, offrirono un panorama sufficientemente esaustivo della musica e del teatro siciliani.

            Grande risonanza ebbero, l’anno successivo, la “Settimana Letteraria”, organizzata in apertura di stagione dalla Sezione Lettere, e la “Settimana dell’Architettura” proposta a conclusione dell’anno sociale dalla Sezione Arti Figurative. In entrambi i casi si trattò di avvenimenti unici nel loro genere e coronati da un grande successo di pubblico. La “Settimana Letteraria”, organizzata dal 6 all’11 dicembre 1954 in collaborazione con la Casa Editrice Mondadori di Milano, offrì al pubblico triestino una serie di conferenze, letture e lezioni tenute dalle migliori firme che allora facevano capo al celebre editore milanese, da Guido Piovene a Elio Vittorini, da Ignazio Silone ad Alfonso Gatto. La “Settimana dell’Architettura” tenutasi dall’8 al 20 giugno 1955, affrontò l’interessante tematica dell’architettura contemporanea e dei problemi collegati all’urbanistica. Una mostra e una serie di qualificati interventi di architetti e storici dell’arte come Ernesto Nathan Rogers, Gillo Dorfles, Giuseppe Samona o Giulio Carlo Argan, resero particolarmente stimolante la proposta.

            La felice esperienza ebbe seguito anche l’anno successivo, quando dal 3 al 7 aprile 1956 venne proposta una nuova “Settimana Letteraria”, questa volta in collaborazione con la Casa Editrice Bompiani di Milano. A presenziare la manifestazione fu lo stesso Valentino Bompiani, mentre alcuni degli interventi ebbero per protagonisti Piero Gadda Conti, Flora Volpini e Cesare Zavattini. Prima nel suo genere in Italia e in Europa, fu invece la “Settimana dell’Architettura e dell’Arte nell’arredamento navale”, dal 18 al 28 aprile 1956. Una mostra e alcune conferenze tenute, fra gli altri, da Ernesto Nathan Rogers, Umberto Nordio e Agnoldomenico Pica, documentarono i livelli di gusto e l’abilità raggiunti nel campo delle decorazioni degli interni dall’industria navale italiana.

            Fra le altre iniziative di questi anni deve essere rammentata anche la serie di manifestazioni volte a celebrare i grandi protagonisti della cultura triestina. Fra queste, una delle più suggestive fu senza dubbio la serata in onore di Umberto Saba, il 19 ottobre 1953, nel corso della quale Guido Piovene, alla presenza del poeta, pronunciò un memorabile discorso. E lo stesso Saba, in quell’occasione, fece un commosso intervento che è stato posto in seguito nelle Prose[13]. Sempre il C.C.A., all’indomani della scomparsa di Saba, organizzò, nel dicembre del 1957, una serie di manifestazioni volte a onorare la memoria dell’artista, che culminarono con una serata, tenutasi il 5 marzo 1958, in cui l’attore Giorgio Albertazzi recitò alcune liriche del poeta triestino.

            Dal 1955 alcune novità interessarono anche la Sezione Spettacolo la quale, guidata da Giuseppe Antonicelli, perse quella connotazione essenzialmente cinematografica che l’aveva caratterizzata sino a quel momento. Accanto al cinema si parlò anche di teatro, concedendo spazio a conferenze di vario genere, a letture sceniche e a qualche piccola rappresentazione.

            Gli anni di De Courten segnano anche il periodo in cui il Circolo diede vita ad alcune iniziative volte a consolidare la propria immagine all’esterno, così come a rendere più funzionale e completo il servizio offerto ai soci. In questo senso venne risistemata, nel 1955, la sala di lettura con la realizzazione di una moderna “biblioteca circolante”, su progetto dell’architetto Aldo Cervi. Dal punto di vista esterno, l’immagine del circolo venne rafforzata dall’istituzione di un “Premio Vercelli”, in memoria del secondo presidente e assegnato dietro indicazione dell’Accademia dei Lincei. Venne inoltre coniata, su bozzetto di Marcello Mascherini, una medaglia da conferirsi agli ospiti più illustri del sodalizio. I primi a ricevere il riconoscimento nella versione più pregiata[14], furono Giani Stuparich, Virgilio Giotti e Francesco Severi.

            La fine degli anni Cinquanta segna anche un periodo particolarmente fertile dal punto di vista editoriale. Vengono infatti realizzati numerosi volumetti monografici - che vanno a comporre una collana dedicata ai più illustri artisti triestini - sintesi di altrettante conferenze tenute da svariati oratori. Curati da Oliviero Honoré Bianchi, i volumetti ottennero l’unanime consenso dei lettori e della critica e “Il Piccolo”, dandone notizia, affermava che «per la profondità e per la compiutezza dell’analisi, per lo stile dell’esposizione, sono un gioiello di sintesi critica»[15].

            Ma l’iniziativa editoriale di maggiore prestigio, quella destinata a rimanere uno dei vanti dell’attività svolta dal Circolo, fu senz’altro la realizzazione dell’antologia Poeti e narratori triestini. Nata, come racconta Biagio Marin in un suo intervento su “Il Gazzettino”[16], da un’idea dell’avvocato Manlio Cecovini, l’antologia venne curata da un comitato di scrittori e critici composto da Oliviero Honoré Bianchi, Manlio Cecovini, Bruno Maier e lo stesso Biagio Marin, mentre Marcello Fraulini e Fabio Todeschini curarono i profili biografici che chiudono il volume. Preceduto da un ampio saggio in quattro capitoli di Bruno Maier intitolato Invito alla letteratura triestina del Novecento, il corposo volume costituiva il primo grande sforzo per presentare i migliori prodotti della cultura triestina[17]. In esso vennero inclusi sedici autori - Giulio Caprin, Umberto Saba, Virgilio Giotti, Bruno Forti, Giani Stuparich, Biagio Marin, Alberto Spaini, Mariano Rugo, Lina Galli, Anita Pittoni, Aurelia Gruber Benco, Dino Dardi, Oliviero Honoré Bianchi, Pier Antonio Quarantotti Gambini, Manlio Cecovini e Luciano Budigna - scelti secondo un criterio rigoroso che teneva in considerazione la pubblicazione di opere letterarie presso un editore accreditato, la collaborazione a giornali e riviste di provata autorevolezza, l’inclusione in precedenti antologie nazionali, l’assegnazione di premi a concorsi letterari di sicura validità e il significato artistico dei testi prodotti. Un’opera imponente, ma di non facile realizzazione, dal momento che il problema della scelta pose gravi dubbi. «Tolta una mezza dozzina di persone già affermatesi nel campo nazionale - scriveva Biagio Marin nel citato articolo - , attorno a questo nucleo si muoveva un alone di scrittori e poeti certamente non indegni di considerazione che, sebbene costituisca quella che dirò la civiltà letteraria della città, non presenta sempre valori ben definiti. D’altro canto un’antologia troppo numerosa avrebbe perduto la sua efficacia rappresentativa e sarebbe stata esposta al pericolo di non venir presa in considerazione»[18]. L’intento era dunque quello di riuscire a esprimere, attraverso una scelta ben ponderata di autori e di brani, la complessa anima di Trieste e il contributo che la città aveva portato alla letteratura nazionale. Insomma, un’antologia che potesse divenire, come disse Marin, “Una lettera di presentazione della cultura triestina”[19].

            Offerta in dono al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi da una delegazione del C.C.A. ricevuta al Palazzo del Quirinale il 28 marzo 1958, l’antologia venne ufficialmente presentata da Carlo Bo al Ridotto del Teatro Verdi il 29 marzo.

            La storia del Circolo della Cultura e delle Arti, nonostante le numerose lodevoli iniziative che lo condussero spesso alla ribalta dell’attenzione nazionale, fu in quegli anni costellata da seri problemi finanziari. L’esiguità dei contributi pubblici, la mancanza di sensibilità da parte delle istituzioni che avrebbero potuto compiere atti di mecenatismo, provocarono, nel 1957, un inevitabile aumento del canone sociale. La conseguenza fu disastrosa, poiché vi fu una grave emorragia fra gli iscritti, in particolar modo fra i più giovani. La stessa assemblea dei soci dovette prendere atto che una politica di questo genere rischiava di condurre il Circolo a un vero e proprio processo di invecchiamento. La necessità di rinnovare l’impostazione dell’attività sociale, l’esigenza di rendere nota in città la difficile situazione del sodalizio, condussero a una serie di importanti decisioni. In seguito a una concorde delibera dell’assemblea, nell’ottobre del 1958 si rinnovò il consiglio direttivo. Parimenti, l’attività delle sezioni venne impostata in modo tale da riservare una maggiore attenzione ai problemi di più immediata attualità, capaci di coinvolgere un pubblico più vasto. Una campagna di sensibilizzazione, infine, diede alcuni buoni risultati. Primo fra tutti, il Principe Raimondo di Torre e Tasso inviò al Circolo una lettera di solidale augurio, con allegato un assegno di cento mila lire.

            I buoni risultati di un rinnovamento interno si videro nel giro di breve tempo. I programmi, puntati verso l’attualità, coinvolsero ampie fette di pubblico: i dibattiti culturali su temi di vasta risonanza come, per esempio, quello su Il Gattopardo o quello su Il dottor Zivago, dimostrarono il cambiamento del Circolo, ma soprattutto la sua volontà di ascoltare la voce di Trieste, città al servizio della quale esso si è sempre voluto porre.

 

 

6. La presidenza di Antonio Fonda Savio.

 

            All’ammiraglio De Courten, ritiratosi al termine dell’anno sociale 1958-1959, successe nella presidenza del Circolo della Cultura e delle Arti il colonnello Antonio Fonda Savio, medaglia d’oro della Resistenza. Nato a Trieste nel 1895, partecipò alla Grande Guerra combattendo in artiglieria. Nel 1919 sposò la figlia di Italo Svevo, Letizia, entrando in seguito nella ditta Veneziani, per la quale ricoprì a lungo il ruolo di dirigente e amministratore. Nel 1939 fu richiamato in guerra con il grado di tenente colonnello, al comando del 24° corpo d’armata. Entrò in seguito nella Resistenza e, al termine della guerra, fu presidente del C.L.N. giuliano. Ha in seguito ricoperto numerosi incarichi di prestigio a livello cittadino: fu dal 1945 al 1956 presidente della Società Ginnastica Triestina, poi vicepresidente della Società telefonica Telve e vicepresidente del Lloyd Triestino. E’ scomparso a Trieste nel 1973. Nominato alla guida del sodalizio l’11 giugno 1959, Fonda Savio resse la presidenza per cinque anni consecutivi, sino al 1964. La sua non lunghissima direzione fu caratterizzata, dal punto di vista produttivo, da un periodo particolarmente felice per il Circolo: l’attività sociale da un lato, la qualità delle manifestazioni proposte dall’altro, conobbero infatti un notevole incremento. Non altrettanto felice la situazione sul fronte economico, poiché il sodalizio, nell’aumentare e migliorare la qualità delle proposte, dovette fare fronte a una serie di spese crescenti. L’ammontare non eccessivamente generoso dei contributi ministeriali, la più volte lamentata insensibilità delle istituzioni cittadine restie a compiere atti di mecenatismo, condussero il Circolo, nel 1962, a chiudere il bilancio, per la prima volta nella sua storia, con un leggero passivo. A queste non confortanti notizie, fece tuttavia riscontro una sempre più viva partecipazione da parte della cittadinanza, la quale non esitava ad affollare in modo massiccio le manifestazioni. Nel corso di quegli anni più volte venne registrato il “tutto esaurito” e non mancarono i casi in cui la sala del Ridotto risultò insufficiente a soddisfare l’afflusso. In tale contesto si deve registrare l’accresciuto interesse anche per l’attività della Sezione Scienze Morali la quale, tradizionalmente seguita da un pubblico élitario, riuscì più volte a richiamare quantità notevoli di spettatori. Basti pensare che nel marzo del 1962, in occasione del ciclo di conferenze dedicato ai “Trent’anni di storia italiana”, si dovette ricorrere alla sala del Teatro Nuovo, dal momento che il Ridotto del Verdi risultò del tutto insufficiente per ospitare una così grande folla. Altrettanto positivi i riscontri a livello nazionale, laddove il Circolo più volte rimbalzò alla ribalta delle cronache grazie all’eccezionalità di alcune serate. E anche la Rai, in taluni casi, non esitò a riprendere le manifestazioni per trasmetterle sia attraverso la radio, sia per televisione.

            La presidenza di Antonio Fonda Savio fu caratterizzata dal contributo di alcuni collaboratori di qualità come Aurelia Gruber Benco o Giulio Viozzi, responsabili dal 1958 rispettivamente della Sezione Spettacolo e della Sezione Musica. Nel corso di questa presidenza, il ruolo di consigliere segretario venne assunto da Antonio Di Giacomo, mentre Oliviero Honoré Bianchi continuò a mantenere l’incarico di segretario del Circolo.

            Numerosissime furono dal 1959 al 1964 le manifestazioni di spicco, molte di queste caratterizzate da una notevole articolazione e arricchite dal contributo di voci illustri. L’inaugurazione dell’Anno Sociale 1959-1960, che segnò l’esordio della presidenza di Fonda Savio, fu particolarmente felice: ospiti della Sezione Lettere furono, il 2 ottobre, gli scrittori de “L’approdo” - seguita trasmissione della Rai - che discussero sul tema Letteratura triestina. Fra gli interventi si deve ricordare quello significativo di Giuseppe Ungaretti che rievocò la figura di Umberto Saba. La serata fu ripresa dalla televisione e trasmessa nel dicembre successivo, mentre un dettagliato resoconto degli interventi fu pubblicato sul numero di gennaio-marzo 1960 del periodico “L’approdo letterario”.

            Sotto la direzione di Giulio Viozzi e di Aurelia Gruber Benco, acquistarono un nuovo impulso le Sezioni Musica e Spettacolo. La prima, diretta da Viozzi, divenne, nel breve volgere di qualche anno, la più attiva del sodalizio, potendo contare tra le sue manifestazioni numerosi concerti, conferenze e dibattiti. Sulla linea particolarmente gradita del pubblico dibattito, venne viceversa impostata l’attività della Sezione Spettacolo, laddove Aurelia Gruber Benco non perdeva occasione di proporre alla platea vivaci discussioni su temi di attualità, in corrispondenza degli spettacoli organizzati dal Teatro Stabile, o in concomitanza della proiezione, nelle sale cittadine, di interessati film. Ma le serate di maggiore successo furono sicuramente quelle che ebbero per protagonisti alcuni celebri attori della scena italiana, come Gino Cervi o Arnoldo Foà. In questi anni prese piede anche una nuova abitudine, particolarmente valida soprattutto per la Sezione Musica, che vide l’apertura del Circolo verso altre realtà culturali cittadine. La realizzazione di numerose manifestazioni in collaborazione con altri istituti, sottolineò infatti la volontà del Circolo di evitare inutili dispersioni nel campo della divulgazione culturale, favorendo viceversa la cooperazione, anche in vista della realizzazione di impegni di più vasto respiro. La politica della collaborazione venne in seguito sempre perseguita dal Circolo, spesso ospitando nella propria sede l’attività di altre associazioni, oppure coinvolgendo altri sodalizi in comuni progetti culturali.

            Mantenendo sempre viva la tradizione di concedere spazio ai rappresentanti della cultura triestina, il C.C.A. non mancò, anche in questi anni, di organizzare alcune serate celebrative. Fra queste, la commemorazione del filosofo Carlo Antoni, a cura della Sezione Scienze Morali, con un discorso di Guido Calogero; la celebrazione di Italo Svevo, nel centenario della nascita, a opera di un oratore d’eccezione, il poeta Eugenio Montale; l’omaggio a Biagio Marin, in occasione del cinquantennale della sua attività poetica, con un discorso di Carlo Bo e il conferimento all’artista del premio “Italo Svevo”. Fra tutte queste serate, particolare significato per il Circolo assunse la commemorazione di Giani Stuparich, scomparso a Roma nell’aprile del 1961. A ricordare il promotore e fondatore del C.C.A. fu, il 26 aprile, Bruno Maier che tenne la conferenza celebrativa Giani Stuparich e la “restaurazione dell’uomo”, mentre il giorno successivo ebbe luogo una serata di testimonianze con l’apporto di alcuni esponenti della cultura triestina, Manlio Cecovini, Guido Devescovi, Biagio Marin, Guido Salvi, Carlo Schiffrer e Fabio Todeschini.

            Attiva come sempre anche la Sezione Arti Figurative, che non mancò di organizzare alcune originali esposizioni, come quella dedicata alla pittura brasiliana. E lo stesso si deve dire per la Sezione Scienze Morali, che raggiunse uno dei momenti più alti della sua attività con il già ricordato ciclo di conferenze “Trent’anni di storia italiana”. Alla Sezione Scienze Naturali si dovettero parecchie conferenze di aggiornamento sulle più recenti scoperte effettuate nei vari campi della scienza - compreso quello medico - spesso realizzate con l’aiuto di proiezioni.

            E infine, accanto a ospiti d’eccezione quali il regista Sandro Bolchi, l’editore Arnoldo Mondadori o il poeta Salvatore Quasimodo che diede lettura di alcune sue liriche, si deve sottolineare l’apertura, per la prima volta dopo parecchi anni di attività, anche alla cultura jugoslava. Toccò ad Aurelia Gruber Benco, nel marzo del 1961, presentare e commentare l’opera di due romanzieri d’oltre confine, Ivo Andric e Miodrag Bularovic. E sul medesimo tema si tornò due anni più tardi, con una conferenza di Giuseppe Tavcar sulla letteratura slovena contemporanea.

            Tra gli altri avvenimenti che segnarono la presidenza di Fonda Savio, deve essere ricordato il rinnovo della Sala Maggiore a opera del Comune di Trieste, che nell’autunno del 1962 restaurò l’ormai cadente Ridotto del Teatro Verdi. In tale occasione vennero assegnate al Circolo alcune nuove sale site ai piani superiori, spazi che il sodalizio pensò di destinare ai soci più giovani. A tale proposito, si fece nuovamente sentire, in quegli anni, il problema dello svecchiamento dell’associazione, che poteva contare fra gli iscritti numerosi anziani, ma pochissimi giovani. La necessità di attirare i giovani - anche per garantire un rinnovamento interno - fu chiaramente sentita dal consiglio direttivo e dallo stesso presidente il quale, in un intervento radiofonico, non esitò a formulare pubblicamente un invito ai giovani della città. Degli spazi appositamente loro dedicati, un’attività sociale che tenesse in considerazione anche le esigenze di un pubblico più giovane, furono dunque alcune delle risoluzioni più immediate che la direzione del Circolo cercò di attuare.

 

 

7. La presidenza di Pietro Ferraro e la crisi del 1967.

 

            Pietro Ferraro, sesto presidente del C.C.A., fu eletto nel corso della seduta del 19 novembre 1964. Originario del Veneto, fu un vivace esponente del mondo economico divenendo, sin dal dopoguerra, un convinto sostenitore del progresso tecnico in favore del benessere della società. Dapprima fondò un’industria per ricavare il magnesio dalle rocce dolomitiche e in seguito, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, fondò e potenziò nella Venezia Giulia il cotonificio San Giusto. Fu poi presidente delle Cartiere del Timavo, divenendo un importante esponente della vita economica triestina. È scomparso nel 1974. La sua breve presidenza al Circolo, durata poco più di due anni, fu caratterizzata da un momento di crescente crisi per il sodalizio. Le sempre maggiori difficoltà finanziarie, l’accrescersi del passivo in bilancio, la mancanza di una risposta da parte delle istituzioni, decretarono in breve tempo un allarmante declino dell’attività culturale e sociale del sodalizio. Nonostante tutto, non mancarono alcuni avvenimenti di primaria importanza, come la Tavola rotonda internazionale sul tema Scienza e problemi mondiali, che vide l’intervento di scienziati provenienti da svariati paesi, oppure il ciclo di vasto respiro dedicato al tema Resistenza e cultura, organizzato in collaborazione tra più Sezioni.

            Frattanto gli avviati lavori di restauro della sede sociale a opera del Comune di Trieste, anziché concludersi in tempi brevi, continuarono a prolungarsi oltremodo, andando a costituire un grave intralcio per l’attività del sodalizio. Se è vero che la Sala Maggiore era stata ripristinata nei tempi prescritti, la ristrutturazione e la consegna delle nuove sale al piano superiore tardava a giungere a compimento. Tutto ciò finì per causare rallentamenti all’attività del Circolo il quale, in vista delle celebrazioni per il proprio ventennale, vedeva di fatto preclusa la possibilità di utilizzare nel migliore dei modi gli spazi a sua disposizione. A tali problemi si aggiunsero quelli di natura più strettamente economica che causarono un ridimensionamento delle attività, abbassando il numero delle manifestazioni ma soprattutto costringendo la direzione a rinunciare alla presenza di ospiti provenienti da fuori città. L’anno del ventennale (1965-1966), che avrebbe dovuto offrire a Trieste un programma d’eccezione, fu viceversa alquanto modesto, soprattutto se confrontato con quello delle annate precedenti. E se già alla conclusione dell’anno sociale 1964-1965 la direzione aveva dovuto constatare un passivo di circa quattro milioni, allo scadere del ventennale, il bilancio era in perdita di oltre sette milioni. L’assemblea generale dei soci, convocata il 31 gennaio 1967, dovette prendere atto della situazione di grave emergenza. Il difficile avvio della nuova stagione, i lavori di ripristino della sede protrattisi all’infinito e non ancora conclusi, ma soprattutto il grave deficit economico nel quale versava il Circolo, spinsero l’assemblea a prendere delle drastiche decisioni. Il presidente e il consiglio direttivo, giunti al termine del loro mandato, rifiutarono una nuova candidatura e suggerirono piuttosto la nomina di un’amministrazione a ranghi ridotti. L’assemblea decise quindi di eleggere un comitato d’emergenza composto da quattro membri: i due ex-vice presidenti Gianni Bartoli e Carlo Schiffrer, l’ex-tesoriere Gracco Alessio e l’ex-consigliere segretario Willy Cavalieri. Alla commissione vennero conferiti pieni poteri e la facoltà di prendere qualsiasi iniziativa volta a salvare le sorti del Circolo. In particolare, compiti della commissione erano:

 

«a) sospendere qualsiasi attività culturale che comporti una retribuzione a carico del sodalizio. Se per esso gratuita, venga curata dalle persone sinora preposte alle singole Sezioni, nell’ambito delle rispettive competenze;

b) di esperire ad altissimo livello l’azione per il reperimento di fondi indispensabili per un’attività culturale adeguata alle necessità di Trieste e degna del passato del C.C.A., prospettando ancora una volta, e possibilmente anche a voce, le considerazioni espresse ai fini di un sovvenzionamento proporzionato, tempestivamente stabilito, ricorrente e sicuro;

c) di riferire appena possibile (e comunque entro la fine dell’anno sociale in corso) l’esito definitivo dell’azione svolta, ad una nuova assemblea, sicché essa possa deliberare sull’avvenire del C.C.A.;

d) di studiare e sottoporre alla stessa anche eventuali proposte di ristrutturazione del sodalizio».[20]

 

            Nel corso dell’assemblea venne anche ricordato come «un sodalizio con le specialissime caratteristiche del nostro, che apre gratuitamente le sue manifestazioni a tutta la cittadinanza, con ciò assolvendo un generoso e insostituibile compito per la vita intellettuale di Trieste ed ora della Regione[21], non può fare assegnamento solo sui suoi mezzi, sul gettito dei canoni, tenuto in misura estremamente modesta e da anni invariato, insufficiente già alle sole spese (anch’esse ridotte all’osso) della più ordinaria amministrazione, anzi della pura e semplice apertura della sede. Esso deve poter attingere, in misura proporzionata all’entità ed all’importanza della sua azione, a quei fondi che dal Governo e dalla Regione vengono stanziati per la cultura e l’arte. Deve poter fare assegnamento su di un contributo congruo e ricorrente, non sottoposto a lungaggini e difficoltà burocratiche, a tagli inaspettati rispetto ad importi che si assicuravano già accordati e sui quali era pur lecito far conto».[22]

            Con tali parole veniva chiaramente indicata la direttiva principale lungo la quale il comitato d’emergenza si sarebbe mosso: la ricerca di congrui finanziamenti da parte dello Stato e della Regione, oltre che da parte di tutti coloro che avessero voluto aderire alla causa del Circolo, pur sempre mantenendo saldo il principio secondo quale il sodalizio non poteva giungere a compromessi che ne limitassero l’autonomia e la libertà d’azione.

            La notizia delle gravi situazioni nelle quali versava il C.C.A. destò grande impressione fra la cittadinanza. Per primo il quotidiano locale “Il Piccolo”, nel dare notizia delle decisioni prese dall’assemblea generale dei Circolo, commentava che si trattava di un «problema cittadino di primaria importanza»[23] e paventava la possibilità che, di fronte un atteggiamento di indifferenza da parte delle istituzioni o dei più abbienti, il sodalizio potesse venire strumentalizzato dalla politica.

            Nel volgere di breve tempo numerose voci si alzarono in difesa del Circolo della Cultura e delle Arti, a partire dal Sindacato regionale autori e scrittori che diffuse un appello in favore del sodalizio. E lo stesso fecero il Sindacato pittori, scultori e incisori, nonché l’Ordine degli architetti di Trieste. Ma, senza dubbio, la voce più autorevole che si alzò in difesa del C.C.A. fu quella di Eugenio Montale, Guido Piovene e Carlo Bo i quali, il 7 maggio 1967, inviarono da Milano un messaggio augurale:

 

            «Abbiamo appreso dai giornali, con allarmato stupore, della grave crisi economica che attualmente minaccia la stessa sopravvivenza del Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste.

            Ben conoscendo quale è stata, per qualità e quantità, l’opera di divulgazione culturale che il Circolo svolge da oltre vent’anni, ci addolora ch’esso debba oggi lamentare una situazione così incresciosa.

            Memori dell’ospitalità sempre offertaci dal C.C.A, e della cordiale accoglienza del pubblico triestino, nell’esprimere al benemerito Sodalizio tutta la nostra solidarietà, porgiamo fervidi voti per l’avvenire di un’associazione che tanti benefici e tanto prestigio ha saputo recare alla vita artistica e culturale di Trieste.

            Eugenio Montale - Guido Piovene - Carlo Bo».

 

            Frattanto il comitato d’emergenza mise in atto tutte le proprie risorse e capacità per cercare di salvare il Circolo. Lettere, incontri e colloqui con le più alte autorità cittadine riuscirono in breve a sortire l’effetto desiderato. Già verso la metà di marzo si ebbero le prime notizie di un concreto interessamento da parte della Regione, mentre il 30 giugno successivo il comitato fu in grado di convocare un’assemblea straordinaria dei soci. In tale occasione venne ufficialmente comunicato che il C.C.A. era fuori pericolo e che il periodo di emergenza poteva considerarsi concluso. La crisi del sodalizio venne superata grazie a un contributo da parte della Regione e del Commissariato del Governo di circa quindici milioni, che permise di riappianare i disavanzi delle passate gestioni e di volgersi con una certa tranquillità alla programmazione futura. Il Comune, da parte sua, si impegnò nella rapida ultimazione dei lavori di ristrutturazione della sede, in vista dell’imminente ripresa delle attività.

            Assolto con pieno successo al proprio compito, i quattro membri del comitato d’emergenza si dimisero, rendendo noto che eventuali ristrutturazioni del sodalizio erano superflue poiché lo statuto risultava ancora valido e appropriato alle finalità del Circolo. L’assemblea procedette quindi all’elezione del nuovo consiglio direttivo. Il Circolo della Cultura e delle Arti poteva così tornare alla normalità e aprire un nuovo capitolo nella sua lunga storia, capitolo che prendeva avvio in concomitanza con un importante appuntamento per Trieste: le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della Redenzione.

 

 

8. La presidenza di Marcello Spaccini e la crisi del 1977.

 

            La rinascita del Circolo della Cultura e delle Arti avvenne con l’elezione, da parte dell’assemblea dei soci, del nuovo consiglio direttivo e con la conseguente nomina delle cariche sociali. Fra le persone che vennero chiamate a far parte della nuova direzione, furono scelti gli uomini che meglio avevano rappresentato la forza morale del sodalizio, ma anche coloro che potevano essere considerati gli esponenti più in vista della vita cittadina. Il direttivo divenne quindi espressione della volontà di rilanciare, ai massimi livelli, un sodalizio che sin dalla sua nascita si era fatto forte dei più bei nomi della cultura triestina. Il 6 luglio 1967 il consiglio nominò il nuovo presidente e con esso i direttori di Sezione. A reggere le sorti del C.C.A. venne chiamato l’ingegnere Marcello Spaccini, uomo di cultura ma soprattutto sindaco di Trieste: la sua presenza avrebbe quindi assunto un particolare significato nel rilancio del sodalizio all’interno della vita cittadina. Direttore della Sezione Lettere fu nominato Bruno Maier, della Sezione Arti Figurative Marcello Mascherini, della Sezione Musica Giulio Viozzi, della Sezione Scienze Morali Arduino Agnelli, della Sezione Scienze Naturali Paolo Budini e della Sezione Spettacolo Aurelia Gruber Benco. Consigliere segretario fu confermato Willy Cavalieri, così come Oliviero Honoré Bianchi continuò a ricoprire il ruolo di segretario del Circolo.

            Marcello Spaccini resse le sorti del C.C.A. per dieci anni, sino al 1977, e la sua presidenza fu segnata da avvenimenti alterni. Se è vero che in quegli anni il sodalizio visse alcuni dei momenti più esaltanti della sua storia, non si deve tuttavia dimenticare che alla metà degli anni Settanta esso conobbe un periodo di grave crisi, uno dei più oscuri, che lo condusse a un passo dalla chiusura definitiva.

            Il rilancio del Circolo, dopo la crisi del 1967, avvenne attraverso l’organizzazione di una serie di manifestazioni che coinvolsero esponenti molto in vista sia della vita culturale cittadina, sia italiana. Basti citare, a questo proposito, la presenza di Carlo Bo in apertura di stagione per le celebrazioni di Pier Antonio Quarantotti Gambini. Oppure le conferenze di Alberto Moravia, Indro Montanelli, Guido Piovene, Natalino Sapegno, Italo Calvino, Massimo Mila, Riccardo Malipiero, Giuseppe Pugliese, Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Petronio. Ma la rinascita fu anche dovuta alla presenza di un cospicuo numero di soci - circa cinquecento - che facevano parte delle più diverse categorie sociali, e che comprendevano professori così come studenti, professionisti così come impiegati, artisti così come pensionati.

            Ma la definitiva rinascita del C.C.A. sul piano cittadino e nazionale avvenne con la stagione 1968-1969, anno in cui fu celebrato il cinquantennale della Redenzione di Trieste con un ciclo di vasto respiro che coinvolse tutte le Sezioni del Circolo. Avvenimento più significativo fu senz’altro la pubblicazione di una nuova antologia dedicata ai letterati triestini e intitolata Scrittori triestini del Novecento. Curata dal medesimo comitato scientifico che aveva realizzato la precedente versione - Manlio Cecovini, Marcello Fraulini, Oliviero Honoré Bianchi, Bruno Maier, Biagio Marin e Fabio Todeschini - l’antologia era preceduta da una presentazione di Carlo Bo e da un saggio di ampio respiro a cura di Bruno Maier, il quale riproponeva, ampliato da una nutrita serie di profili critici, il contributo già offerto nella prima edizione. In circa milleseicento pagine, il volume presentava un’antologia delle opere di cinquantatrè autori triestini, andando così ad integrare ampiamente la precedente versione che ne comprendeva solamente sedici. Ancora una volta si trattava di un lavoro di vaste proporzioni, che trovò l’apprezzamento da parte dei critici più qualificati, riuscendo così a entrare nel gruppo delle dieci opere più meritorie pubblicate in Italia nel 1969. Presentata ufficialmente al pubblico triestino il 26 novembre 1968 da Giancarlo Vigorelli, l’antologia fu elogiata soprattutto per il suo equilibrio e per la capacità di rappresentare nel modo migliore l’apporto di Trieste alla letteratura italiana del Novecento. Scrisse a questo proposito lo stesso Vigorelli su “Il Tempo”: «C’è forse voluta l’occasione dei cinquant’anni della liberazione di Trieste per allestire questa esemplare antologia, che tuttavia non è per niente celebrativa; voglio dire cioè che non si appoggia per niente sull’italianità patriottarda, né si sporge con assurdi eccessi sulla triestinità nazionaloide. Triestina ed italiana autenticamente, nel suo documentato apporto, questa antologia è impostata e condotta, con critica indagine e scelta, su un piano di cultura europea, che come ho detto è la misura elettiva della letteratura triestina».[24]

            Ma un altro avvenimento di particolare importanza andò a coronare, in modo definitivo, la rinascita del sodalizio. Il 1° marzo 1968 una rappresentanza del Circolo della Cultura e delle Arti venne ricevuta al Palazzo del Quirinale dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. L’invito fece seguito a una lettera che il comitato d’emergenza, composto da Gianni Bartoli, Willy Cavalieri, Carlo Schiffrer e Gracco Alessio, aveva inviato a Saragat durante il grave periodo di crisi del ’67. «Consapevoli della solidale comprensione che Ella Signor Presidente ha sempre dimostrato nei confronti di Trieste - si legge nella lettera inviata al Quirinale il 27 aprile 1967 - , osiamo chiederLe l’alto onore di esser la Lei ricevuti, per poterle prospettare una questione che viene definita dalla stampa “problema cittadino di primaria importanza”, e tale da tutti considerato, quello di garantire a Trieste l’opera culturale del C.C.A.». «Signor Presidente - concludeva la lettera - alla vigilia di relazionare l’assemblea sull’esito dei nostri interventi, ch’è stato proficuo, vorremmo - e ciò anche per esplicito mandato avuto - esprimere a Lei l’illimitata devozione dei soci tutti. Le saremmo infinitamente grati di un incontro che sarebbe un riconoscimento dell’opera del C.C.A. e varrebbe a disperdere l’amarezza e la trepidazione degli ambienti culturali ed artistici di Trieste sul destino di un sodalizio della cui attività la cittadinanza tutta beneficia da vent’anni in misura ineguagliabile».

            Nel corso dell’incontro al Quirinale, il Capo dello Stato volle manifestare alla delegazione - composta da Gianni Bartoli, Carlo Schiffrer, Willy Cavalieri e Gracco Alessio - il suo vivo apprezzamento per l’attività svolta dal sodalizio, sottolineandone l’insostituibile importanza nel mantenere sempre vivi i legami culturali tra una terra di confine e il resto dell’Italia e allo stesso modo la valida opera nel trasmettere la civiltà italiana ai popoli vicini.

            La positiva rinascita del C.C.A. fu tuttavia segnata da un momento di amarezza. Oliviero Honoré Bianchi, l’apprezzato segretario del Circolo, decise di dimettersi dall’incarico dopo quasi vent’anni di ininterrotta e appassionata attività. Le sue dimissioni, accolte dal consiglio direttivo con non poco rimpianto, aprirono un vuoto all’interno del sodalizio, non solo dal punto di vista strettamente amministrativo, ma anche e soprattutto da quello umano. Commossa e sinceramente sentita la lettera di saluto e ringraziamento che il presidente del Circolo Spaccini inviò a Bianchi il 22 novembre 1969:

 

            «Caro Signor Bianchi,

a nome del Consiglio Direttivo, dei Consigli di Sezione e dei soci tutti del nostro Sodalizio, e mio personale, desidero esprimerLe la più viva e cordiale gratitudine per l’opera altamente qualificata e meritoria da Lei svolta per lunghi anni con competenza ed intelligenza nella Sua qualità di Segretario del nostro Circolo.

            In tutti questi anni abbiamo avuto modo di apprezzare le Sue doti di uomo, di letterato, di scrittore, di animatore della vita del nostro Sodalizio e di collaboratore solerte e prezioso di tutte le iniziative prese dal Circolo, nelle quali Lei ha sempre avuto, come del resto era giusto, una parte rilevante.

            Mi permetterò soltanto di ricordare quanto Lei ha fatto per la buona riuscita dell’Antologia degli “Scrittori triestini” nelle due edizioni del 1958 e 1969, e per tutta le bella serie di pubblicazioni monografiche su autori triestini di cui il Circolo si è fatto editore.

            Noi sappiamo che il posto da Lei lasciato, assai difficilmente potrà esser tenuto da altra persona, quale essa sia, con la competenza, il fervore, il prestigio personale con cui Lei ha saputo tenerlo per tanti anni. Ed è proprio perciò che La prego caldamente, certo di interpretare il desiderio di tutti i soci, di voler continuare ad appoggiare l’attività del nostro Sodalizio, sia in qualità di consigliere della Sezione Lettere, sia con tutti quei consigli, suggerimenti, propositi che, dettati dalla Sua lunga esperienza, potranno essere utili per la prosecuzione del nostro lavoro.

            Voglia gradire, caro Signor Bianchi, i più cordiali saluti e auguri di bene e i più affettuosi ringraziamenti - ing. Marcello Spaccini».

 

            Al saluto del presidente e ai commossi festeggiamenti dei soci, Bianchi rispose con una lettera del 27 novembre 1969:

 

            «Illustre Signor Presidente,

con animo commosso e fervidamente grato ringrazio Lei e l’intero Consiglio Direttivo del Circolo per le molteplici attestazioni di stima rivoltemi nei giorni scorsi e culminate nella Sua ambita lettera, nell’affettuosa riunione conviviale e nello splendido dono che l’accompagnò.

            Ritengo che in ciascuna di quelle tanto cordiali manifestazioni di omaggio che mi sono state dedicate, si possa agevolmente rilevare una certa larghezza, anzi un sovrappiù, che io devo attribuire alla Vostra generosità e alla Vostra bontà e gentilezza d’animo.

            Per quanto concerne il lavoro da me svolto, quale segretario, nei circa vent’anni del mio servizio al C.C.A., penso che la sua eventuale entità positiva sia interamente da accreditare a quel senso del dovere e a quell’esigenza di accuratezza che sono caratteristiche della mia indole nativa. Tutto qui, e nient’altro in più.

            Sicuramente continuerò a collaborare con gli amici della Sezione Lettere; inoltre, per quanto mi riuscirà possibile, non mancherò di appoggiare l’attività del Sodalizio, in generale, valendomi appunto di un’esperienza pratica esercitata da un così esteso tirocinio.

            Mi è molto gradita l’occasione di formulare gli auguri più calorosi e convinti per l’attività e prosperità del Circolo, nel suo immediato presente e negli anni che seguiranno.

            A Lei, illustre Presidente, e a tutti i Signori Consiglieri, rinnovo l’espressione viva della mia riconoscenza e porgo i migliori saluti - Oliviero Honoré Bianchi».

 

            Frattanto le attività culturali del Circolo proseguivano con rinnovato fervore, mantenendo sempre elevato il livello qualitativo delle manifestazioni proposte, così come il numero medio degli appuntamenti annuali, che ormai toccavano il centinaio. Accanto alle serate che videro, in quegli anni, alcuni ospiti d’eccezione, come Eugène Ionesco, Giorgio Voghera, Nanni Loy, Teddy Reno e Rita Pavone, non si deve dimenticare la pubblicazione dei numerosi volumetti monografici dedicati ai triestini illustri, che andavano di anno in anno ad arricchire la prestigiosa raccolta.

            Un programma particolarmente nutrito fu quello organizzato per l’anno sociale 1970-1971, che segnò il venticinquesimo dalla fondazione. Accanto agli ospiti provenienti da fuori città, si cercò di porre l’accento soprattutto sugli esponenti della cultura locale, sia celebrandone l’operato, sia invitandoli a parlare nella sede del Circolo. Nella relazione morale presentata all’assemblea dei soci nel novembre del 1971, Willy Cavalieri ricordava che «Nei cinque lustri trascorsi il C.C.A. ha mirato ad illustrare la cultura italiana, anche nei confronti di quelle vicine; e lo ha fatto con un numero imponente di manifestazioni di livello assai spesso altissimo, badando nel contempo ad attuare le condizioni della massima comunicazione con l’aprirle sempre e gratuitamente a tutti. La validità di quest’opera generosa, resa più difficile dalla posizione geografica periferica rispetto al resto d’Italia, ha avuto il più ambito riconoscimento da parte del Presidente della Repubblica e poi dal Governo, dalla Regione, dal Comune, dalla stampa, dalla radio. […] Ma coscienti di un passato egregio, cospicuo, guardiamo fiduciosi all’avvenire, con immutata fermezza di propositi e attenta sensibilità per realizzarli nella piena libertà di espressione della cultura».

            L’apertura che il C.C.A. ha sempre dimostrato verso le altre associazioni culturali, continuò a manifestarsi per tutto il corso di quegli anni. La concessione della Sala Maggiore oppure la realizzazione di manifestazioni assieme ad altri sodalizi ne sono la più viva testimonianza. In tale contesto, deve essere ricordata la nascita, il 2 febbraio 1972 dell’Associazione “Amici della Lirica”, sodalizio che per lunghi anni ha operato all’interno del Ridotto del Teatro Verdi, organizzando decine di serate in collaborazione con il C.C.A. Tale proficua intesa fu spesso favorita dal contributo di persone come Giulio Viozzi o Fabio Vidali che sempre favorirono un reciproco collegamento tra le due realtà culturali.

            Frattanto il  Circolo della Cultura e delle Arti era in procinto di ricevere uno dei più alti riconoscimenti per il suo instancabile operato. Il 2 giugno 1972, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, su proposta del Ministro dell’Istruzione Oscar Luigi Scalfaro, conferiva con apposito decreto il “Diploma di Prima Classe (Medaglia d’Oro) per i benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte”. Ne dava comunicazione lo stesso Ministro Scalfaro con telegramma inviato al Soprintendente dell’Ufficio scolastico Regionale per il Friuli-Venezia Giulia Giuliano Angioletti, il quale, in data 23 ottobre 1972, inviava una lettera al presidente del Circolo:

 

            «Sono lieto comunicarLe che il Signor Presidente della Repubblica, su proposta dell’on. Ministro della Pubblica Istruzione, con Decreto 2 giugno 1972 si è compiaciuto di conferire a codesto Circolo della Cultura e delle Arti il Diploma di I Classe (Medaglia d’Oro) per i benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte ed allego copia fotostatica del telegramma di comunicazione.

            Mi è gradito con l’occasione esprimere a codesto Circolo ed ai suoi dirigenti le mie più vive felicitazioni per l’opera svolta in questo dopoguerra nel campo della cultura e dell’arte, con l’augurio di proseguire in questa attività che onora la tradizione culturale nella nostra città.

            Con i migliori saluti - Giuliano Angioletti».

 

            La cerimonia di consegna dell’ambito riconoscimento ebbe luogo pochi giorni più tardi presso il Ministero della Pubblica Istruzione. A ricevere il Diploma fu una delegazione guidata da Willy Cavalieri.

            Ma un nuovo, importante riconoscimento doveva in breve giungere al C.C.A.: a conclusione dell’anno sociale 1972-1973, il Consiglio dei Ministri, con procedura d’urgenza, decise di attribuire al sodalizio triestino un premio della cultura, ennesima testimonianza della stima e del consenso che ormai accompagnavano, anche sul piano nazionale, le attività culturali del Circolo.

            Gli anni Settanta segnarono per il sodalizio anche una serie di dolorose perdite, come quella di Carlo Schiffrer, avvenuta nel 1970, quelle di Antonio Fonda Savio e Fernando Gandusio, avvenute nel 1973 e quella di Pietro Ferraro, avvenuta nel 1974.

            Ma tempi difficili si stavano avvicinando per il Circolo della Cultura e delle Arti. Dopo la crisi del ’67 il sodalizio era riuscito a ottenere una serie di contributi da parte delle pubbliche amministrazioni che ne avevano permesso il decoroso prosieguo delle attività culturali. Con il passare degli anni, tuttavia, tali contributi non avevano subito alcun ritocco, rimanendo di conseguenza fermi a cifre divenute insufficienti per garantire una dignitosa attività sociale. Inoltre la loro tardiva erogazione spesso costringeva il Circolo a formulare con ritardo gli inviti agli oratori, con conseguente danno per tutta l’attività. Che un crescente malessere stesse affliggendo il C.C.A. appare ben chiaro anche dalle relazioni morali che Willy Cavalieri proponeva ogni anno all’assemblea dei soci. A partire dal 1974, come venne rilevato anche dalla stampa, le manifestazioni iniziarono a ridursi sensibilmente di numero, i personaggi illustri provenienti da fuori Trieste divennero sempre più rari e l’attività ripiegò forzatamente su un corpo di oratori in gran parte cittadino. Inoltre la presenza sempre più massiccia di serate organizzate in collaborazione con altre associazioni, era un tangibile segno della limitata disponibilità finanziaria del Circolo.

            Una serena valutazione dei fatti, a vent’anni di distanza, permette di rilevare che i problemi economici che afflissero il Circolo della Cultura e delle Arti, non furono gli unici che ne decretarono la rapida paralisi. O, forse, furono la conseguenza di una serie di avvenimenti ben più gravi, che trovarono concretizzazione attraverso il mezzo della crisi finanziaria. Rileggendo le relazioni morali presentate allora da Willy Cavalieri, ricorrono sempre più insistenti gli accenni al bisogno di difendere la libertà del Circolo. Nell’ottobre del 1975, egli sosteneva che «il sodalizio, fedele alla linea che lo ha costantemente ispirato, ritiene ben a ragione di avere anche, e forse soprattutto, nella presente realtà cittadina, una sua valida parola da spendere in termini di una cultura aperta ai più diversi contributi, non manovrata, non strumentalizzata, non rinchiusa in ristrette prospettive di gruppi». Evidentemente il Circolo, da sempre ispirato da una volontà apolitica, aveva ricevuto delle pressioni esterne volte a favorirne una chiara presa di posizione. Come ricorda l’attuale presidente del Circolo, l’ingegnere Giorgio Tombesi, «Ciò che più preoccupava i partiti politici triestini era il fatto che il C.C.A., pur essendo del tutto indipendente, godeva di un’ottima reputazione ed era in grado di richiamare i più prestigiosi personaggi della cultura. E ciò con molta più incisività di quanto non sapessero fare i circoli culturali gestiti dalle forze politiche».

            Accanto a questo atteggiamento di insofferenza, trapelato talora anche in modo palese attraverso le pagine dei quotidiani, si inserì un nuovo problema, destinato ad assumere contorni molto pesanti. È noto che il C.C.A., sin dalla fondazione, aveva trovato sede all’interno dell’edificio - di proprietà comunale - che ospita il Teatro Giuseppe Verdi. La complessa e articolata attività di un Ente Lirico e gli spazi insufficienti destinati al Verdi, avevano a più riprese spinto la Sovrintendenza del Teatro a reclamare per sé l’utilizzo della Sala del Ridotto e di alcuni ambienti che facevano parte del Circolo. La situazione precipitò nel 1976 quando il Verdi denunciò pubblicamente che il modesto contributo ricevuto dal Comune per l’allestimento delle Stagioni Liriche - sedici milioni - doveva essere speso interamente per pagare allo stesso Comune le spese di affitto per l’edificio. Inoltre il Ministero, all’esame dei bilanci dell’Ente Lirico, si rifiutava di riconoscere la legittimità di tale spesa, sostenendo che il Comune avrebbe dovuto mettere l’edificio a gratuita disposizione dell’Ente. Oltre a questo il Teatro Verdi lamentava il fatto che la sua sede era occupata da tutta una serie di altre istituzioni - come il C.C.A., l’Istituto di Storia del Movimento di Liberazione del Friuli-Venezia Giulia, la Società Adriatica di Scienze e la Pia Fondazione Burlo Garofolo - che non solo erano totalmente estranee all’attività del Teatro, ma gli toglievano anche dello spazio vitale. Per questo motivo il Verdi si lamentava di essere costretto ad affittare da privati degli spazi al di fuori della sede, appesantendo così il proprio bilancio.

            Di fronte le pressanti richieste dell’Ente Lirico per ottenere l’utilizzo di alcuni locali, il Circolo già in passato aveva dovuto rinunciare a tre sale, compresa quella che si affacciava sul loggiato dell’edificio, che venne in seguito destinata alle prove del coro. Al fine di accontentare le nuove richieste avanzate dal Verdi, nell’autunno del 1977 il Comune intervenne nuovamente nella questione, intimando lo sfratto al C.C.A. dagli ultimi tre locali ad esso concessi. Da qui lo scaturire di una crisi irreversibile per il Circolo il quale, già oberato da una pesante situazione finanziaria, si vedeva ora privato della sua sede storica. La situazione finì con l’assumere dei contorni vagamente grotteschi, dal momento che Marcello Spaccini, presidente del C.C.A., era allo stesso tempo sindaco di Trieste e presidente del Teatro Verdi. Come si legge in un articolo sottilmente ironico pubblicato su “Il Piccolo”, «Il Comune ha intimato lo sfratto al Circolo della Cultura e delle Arti dai locali che esso continua a occupare nella sede del Teatro Verdi. È questa la conclusione di un fitto quanto paradossale carteggio intercorso negli ultimi mesi fra il presidente dell’Ente Teatro Verdi, ing. Spaccini, e il sindaco, cioè lo stesso Spaccini, con il coinvolgimento del presidente del C.C.A., che è ancora l’ing. Spaccini: il primo ha scritto al secondo d’intervenire presso il terzo per ottenere la cessione di quei locali; e n’è seguita addirittura una serie di risposte che il terzo ha dato al secondo e quest’ultimo al primo».[25]

            Comunque stessero le cose, il consiglio direttivo del C.C.A. decise di respingere al mittente la lettera di sfratto. «Risultando evidente la pretestuosità dei motivi addotti - si legge in un comunicato diramato dal sodalizio - sono state respinte al sindaco ing. Spaccini, il quale è al tempo stesso presidente del C.C.A., le lettere in questione con l’invito a pronunciarsi in modo inequivocabile». Sollecitato anche da un telegramma del consiglio direttivo, Spaccini tuttavia non diede alcuna risposta, preferendo il silenzio di fronte a una situazione intricata e imbarazzante, che lo metteva contro se stesso.

            Frattanto la notizia della grave situazione nella quale versava il C.C.A. si era sparsa anche al di fuori di Trieste, ottenendo vasta eco in campo nazionale. In favore del sodalizio triestino si alzarono alcune delle più autorevoli voci della cultura italiana che sottoscrissero un appello. La lettera, pubblicata su parecchi quotidiani nazionali e locali, recava le firme, tra gli altri, di Eugenio Montale, Giulio Carlo Argan, Carlo Bo, Natalia Ginzburg, Renzo De Felice, Libero De Libero, Alessandro Galante Garrone, Carlo Ghisalberti, Franco Giraldi, Paolo Isotta, Tullio Kezich, Claudio Magris, Ettore Paratore, Carlo Sgorlon, Giovanna Stuparich Criscione e molti altri. «Il Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste - si legge nell’appello - , che è stato per trent’anni un centro di promozione e diffusione della cultura italiana, e un punto d’incontro per la cultura europea, rischia di dover cessare la propria attività per mancanza di mezzi finanziari. […] Il Circolo è vissuto sinora del contributo dei soci e delle assegnazioni governative e regionali, il cui modesto ammontare, eroso dalla svalutazione e dai cronici ritardi, consente a malapena di sostenere i pur ridottissimi oneri di gestione. E d’altronde per mantenere la propria autonomia non può appellarsi a forze che ne limiterebbero la libertà d’azione, ancorché volessero offrire un qualche aiuto. Il C.C.A. di Trieste è nato libero e tale deve rimanere se vuole continuare a svolgere la propria feconda ed illuminante attività al servizio della cultura e dell’arte. […] Noi ci appelliamo a tutti i triestini, compresi quelli residenti nelle altre città, e agli amici di Trieste, perché si facciano soci sostenitori del C.C.A., affinché il Circolo non debba cessare la propria attività e un centro europeo di cultura e libertà non sia costretto per sempre al silenzio».

            Alle voci in campo nazionale si aggiunsero ben presto anche quelle locali. In un infuocato intervento su “Il Piccolo”, Aurelia Gruber Benco scrisse che «La partitocrazia, disamministratrice della cosa pubblica, dopo tutte le vessazioni economiche, sociali ed ecologiche imposte a Trieste, si accinge a giugulare definitivamente la cultura, laica in quanto non di dichiarata ispirazione religiosa o irregimentata nel fronte dei partiti cogestori. […] Messo il Circolo della Cultura e delle Arti a terra col taglieggiarne di anno in anno i contributi fino a metterlo alle corde di una ventilata e molto probabile chiusura, ecco che lo spazio stesso della benemerita istituzione, sulle cui sorti si è pronunciata tanta parte della cultura nazionale, dopo lungo assedio, viene decurtato per ospitare le masse corali del Verdi. […] La verità è che il Circolo della Cultura e delle Arti doveva, secondo i diktat partitici operanti, essere reso asfittico e quindi morire».[26]

            Dopo Aurelia Gruber Benco, un’altra voce della Trieste culturale si levò in difesa del C.C.A., quella di Stelio Crise. Pur non avendo mai ricoperto incarichi ufficiali all’interno del Circolo, Crise ne fu uno dei grandi animatori, sempre pronto, con la sua raffinata capacità retorica, a intervenire nelle discussioni e nei dibattiti. «Il cul-de-sac, in cui si trova il Presidente del C.C.A. Spaccini - scriveva Crise in un articolo apparso su “Il Piccolo” - , sfrattato da un provvedimento emesso in nome del sindaco Spaccini, anche grazie a questo storico episodio, pare configurarsi come una di quelle ben architettate trappole che il “potere” inventa quando vuol rovinare un proprio uomo. Assodato così che Marcello Spaccini non ha dato lo sfratto a se stesso, sarà lecito chiedere se codesto sfratto è stato intimato al C.C.A. o agli uomini che lo rappresentano».[27]

            Frattanto l’assemblea dei soci, riunitasi il 28 dicembre 1977, decise di prorogare di un mese il mandato al dimissionario consiglio direttivo. Entro il 31 gennaio 1978, i membri della direzione avrebbero dovuto cercare delle concrete possibilità di sopravvivenza per il sodalizio: in caso contrario, il Circolo della Cultura e delle Arti avrebbe cessato di vivere. Le prospettive di salvataggio del sodalizio erano sostanzialmente legate alla concreta volontà di Trieste di mantenere ancora in vita, nel migliore dei modi, un’istituzione che per trent’anni consecutivi aveva portato alto il nome della cultura. In questo senso il direttivo cercò di contattare alcune delle persone più in vista a livello cittadino o comunque quegli uomini le cui risorse diplomatiche avrebbero potuto giovare al C.C.A. In questo contesto si dovette ad Aurelia Gruber Benco l’idea di contattare l’on. Giorgio Tombesi, all’epoca deputato alla Camera. Ma al suo fianco si mossero anche il rettore dell’Università Giampaolo de Ferra, il direttore del quotidiano “Il Piccolo” Ferruccio Borio e lo stesso sindaco Marcello Spaccini. Assieme ai rappresentanti del C.C.A., venne decisa una linea di salvataggio che trovò soprattutto nell’incondizionato appoggio del “Piccolo” una delle voci più valide. Accanto alle richieste di intervento inviate alle istituzioni, il comitato si rivolse a numerosi imprenditori, mentre il quotidiano locale si impegnò in una sottoscrizione popolare. Immediata fu la risposta da tutte le parti, sia con messaggi di solidarietà sia, soprattutto, con concreti appoggi finanziari. La Regione concesse un contributo di quindici milioni, il Commissario del Governo uno contributo di cinque milioni, mentre sul fronte imprenditoriale giunsero i contributi della Cassa di Risparmio di Trieste (tre milioni) del Lloyd Adriatico (tre milioni), delle Assicurazioni Generali (due milioni), della Stock (un milione), della Veneziani-Zonca (un milione). La sottoscrizione aperta dal “Piccolo” con la cifra di un milione, trovò larga eco popolare, mentre non mancarono gesti liberali da parte di alcuni privati, come quello di Letizia Fonda Savio, che offrì personalmente cinque milioni.

            L’obiettivo che tuttavia il comitato si proponeva di raggiungere, era quello di garantire al Circolo la sicurezza economica non solo per l’immediato avvenire, ma anche per il futuro. In questo senso l’idea era quella di poter disporre di un finanziamento certo, predeterminato e ricorrente, onde poter programmare un piano d’attività per lo meno quinquennale. Alla somma di trentasei milioni, raccolta attraverso fonti differenti, fece in breve seguito l’assicurazione, da parte delle istituzioni pubbliche, di prevedere dei finanziamenti annuali più cospicui da erogare al sodalizio con puntualità. Dal canto suo il Comune non ritornò più sull’argomento dello sfratto, e il Circolo potè rimanere all’interno della sua sede storica.

            Il 30 gennaio 1978 i quasi duecentocinquanta soci del C.C.A. riuniti in assemblea, dopo aver ascoltato la relazione del consiglio direttivo, decisero di accettare le offerte di aiuto giunte da più parti. Il Circolo della Cultura e delle Arti era nuovamente salvo: una successiva assemblea avrebbe proceduto, a breve termine, alla rifondazione del sodalizio, con l’elezione del nuovo direttivo e con una revisione dello statuto, che ne avrebbe assicurato l’imminente rilancio.

 

 

 

9. La rifondazione del Circolo e la presidenza di Giorgio Tombesi.

 

            La rinascita del Circolo della Cultura e delle Arti venne sancita da una serie di iniziative volte a rinnovare l’associazione ma anche destinate a rilanciare ai massimi livelli l’immagine del sodalizio. Una prima assemblea dei soci, tenuta il 14 marzo 1978, oltre a eleggere il nuovo consiglio direttivo deliberò una serie di innovazioni destinate a imprimere nuova vita al Circolo. Tra queste, senza dubbio la più significativa fu il conferimento della presidenza onoraria a Biagio Marin. Deliberata con voto unanime e sottolineata dal caloroso applauso di tutta l’assemblea, la presidenza onoraria di Biagio Marin assumeva un carattere significativo, dal momento che il poeta gradese era non solo uno dei personaggi più vivaci di tutta la storia del Circolo, ma anche uno dei massimi esponenti della cultura letteraria regionale. Per anni direttore della Sezione Lettere, Marin si era sempre contraddistinto per una attiva partecipazione a tutti i problemi del sodalizio, spesso intervenendo con ferree prese di posizione ed esternando le proprie idee attraverso discorsi sentiti e animati. In una intervista rilasciata qualche giorno più tardi, Biagio Marin, parlando dei compiti del C.C.A., sosteneva che «Trieste non può essere che universalista, che non significa non italiana, che non significa antislava, ma che significa semplicemente portatrice, più coerente e chiaramente possibile, dei valori che gli italiani hanno realizzato nei secoli, valori che per essere universali non sono di esclusiva proprietà o neanche possesso nostro, ma sono e devono essere bene comune di tutti i popoli che ci sono vicini, che, in fin dei conti, sono i nostri compagni di strada, nella storia della vita. […] Quindi la funzione nostra sarà quella di farci promotori soprattutto di questo processo di universalizzazione culturale. […] Intendiamo far opera di prolusione ideale e culturale in tutti i sensi. Solo questo può giustificare la presenza del Circolo».[28]

            Accanto all’elezione del presidente onorario, l’assemblea decise di istituire la nuova categoria dei soci benemeriti, comprendente tutti coloro che in vario modo si distinguono operando in favore del C.C.A. Primi a essere inseriti fra i soci benemeriti furono i settanta uomini di cultura italiani che, con il loro appello, avevano portato alla ribalta nazionale il caso del Circolo, denunciandone la grave crisi finanziaria e sostenendo l’assoluta necessità di trovarne una via di salvezza. Nel corso dell’assemblea venne anche eletto il nuovo consiglio direttivo, portandone i membri da diciassette a ventuno. Un’altra importante decisione riguardò infine la riforma delle Sezioni operanti all’interno del sodalizio. La Sezione Arti Figurative e la Sezione Spettacolo, al fine di garantire al Circolo una migliore efficienza, vennero unificate in un’unica Sezione, denominata Arti Visive e comprendente al suo interno pittura, scultura, architettura, teatro, cinema, fotografia e televisione.

            Con l’assemblea del consiglio direttivo tenuta 21 marzo 1978, vennero alfine eletti il presidente e i direttori di Sezione. Alla guida del C.C.A. fu chiamato l’ingegnere Giorgio Tombesi (Udine, 1926): la sua nomina fu senza dubbio sollecitata dal concreto interessamento che egli aveva dimostrato nei confronti del Circolo durante la grave crisi del ’77. Come volle sottolineare Aurelia Gruber Benco, facendosi così interprete dei sentimenti del direttivo, «Giorgio Tombesi è un uomo civile che garantisce quel senso di libertà amichevole che è sempre stato presente nel nostro lavoro. Egli ha saputo sentire il nostro appello nella recente crisi e sarà la voce del C.C.A. in tutti quei rapporti che sono indispensabili con Roma». Ed effettivamente Tombesi, nella sua qualità di deputato alla Camera prima e di presidente della Camera di Commercio di Trieste poi, favorì costanti contatti con gli ambienti romani, mettendo a disposizione del Circolo le sue conoscenze per incrementarne, soprattutto durante gli anni della rinascita, l’attività culturale. Riconfermato più volte alla guida del sodalizio, Tombesì, con i suoi diciotto anni di servizio, è il presidente più longevo tra quelli che ebbe il C.C.A.

            Nuovi direttori di Sezione furono nominati rispettivamente Carlo Ulcigrai (Lettere), Marcello Mascherini (Arti Visive), Arduino Agnelli (Scienze Morali), Giuseppe O. Longo (Scienze Naturali) e Giulio Viozzi (Musica). Consigliere segretario venne ancora una volta riconfermato Willy Cavalieri.

            La rinascita ufficiale del Circolo avvenne il 27 settembre 1978 quando, nella Sala del Ridotto del Teatro Verdi, Biagio Marin tenne una memorabile allocuzione in occasione dell’apertura dell’Anno Sociale 1978-1979. Da quel momento il Circolo riprese con nuovo vigore le proprie attività sociali e culturali, facendosi forte anche di una stretta collaborazione con il quotidiano locale “Il Piccolo”. Assieme al “Piccolo” vennero infatti organizzati cicli di conferenze volti a portare a Trieste alcuni dei più significativi nomi della cultura italiana. Basti citare, tra questi, Carlo Castellaneta, Alberto Bevilacqua, Giorgio Bocca, Carlo Cassola, Ambrogio Fogar, Luca Goldoni, Roberto Gervaso, Enzo Biagi e altri. Ma particolarmente proficue furono, in quegli anni, le collaborazioni con altri istituti di cultura, come la Gioventù Musicale, gli Amici della Lirica, il Centro Studi “Rainer Maria Rilke” (assieme al quale vennero organizzati numerosi convegni di studio), e soprattutto l’Associazione Culturale Italo-Austriaca che partecipò alla comune realizzazione di svariate manifestazioni di diverso genere.

            Una innovazione che segnò il nuovo corso del C.C.A. fu la posticipazione della data di inizio dell’anno sociale. Sin dalla fondazione, infatti, esso principiava il 1° luglio, dando così vita a una stagione culturale che si svolgeva generalmente da ottobre a giugno. Dal 1980, viceversa, gli anni sociali vengono fatti coincidere con quello solare: l’attività del Circolo inizia quindi a gennaio per concludersi a dicembre. Tale innovazione venne deliberata dall’assemblea con il fine di fare coincidere l’anno sociale con l’anno finanziario dello Stato. E questo per un più agevole inserimento del Circolo nel capitolo del bilancio della Regione riguardante i contributi.

            Gli anni Ottanta furono segnati da un’attività culturale particolarmente intensa che poteva vantare oltre cento appuntamenti annuali, ripartiti tra le manifestazioni organizzate dalle Sezioni e quelle proposte in collaborazione con altri istituti. Giunsero così a Trieste, per i vari settori d’attività, personaggi di spicco, come Renato Guttuso, Pasquale Festa Campanile, Sandro Bolchi, Giulio Andreotti, Umberto Veronesi, Carlo Ripa di Meana, Cesare Romiti, Antonino Zichichi, Piero Angela, Mario Lavagetto, Otto d’Asburgo e Giovanni Spadolini, protagonista quest’ultimo di un’affollata conferenza tenuta l’11 novembre 1989 sul tema L’opposizione laica nell’Italia moderna. Vennero inoltre proposti interessanti cicli di conferenze come quello organizzato dalla Sezione Scienze Morali sul tema Verso il duemila, oppure quello realizzato dalla Sezione Arti Visive e dedicato al Linguaggio dell’arte.  Allo stesso modo, il Circolo non dimenticò di offrire ampi spazi anche alle personalità della cultura triestina e regionale, spesso celebrandole con apposite iniziative.

            Anche nel corso di questi anni il Circolo non mancò di ricevere alcuni riconoscimenti ufficiali: nel 1981 il presidente del C.C.A. assieme a una delegazione del direttivo della quale fecero parte Willy Cavalieri, Arduino Agnelli e Marcello Mascherini, venne ricevuto dal Capo dello Stato Sandro Pertini. In tale occasione venne offerta al Presidente della Repubblica la medaglia d’oro del Circolo e gli venne illustrata la lunga e complessa attività svolta dal sodalizio nel corso degli anni.

            Particolare significato ebbe l’udienza che il Presidente Francesco Cossiga concesse il 28 novembre 1986, in occasione del quarantesimo anniversario della fondazione del Circolo. In quell’occasione Giorgio Tombesi, Willy Cavalieri, Licio Zellini e Carlo Ulcigrai illustrarono l’importanza dell’attività svolta dal sodalizio nel corso di quattro decenni, il ragguardevole primato di oltre tremila e cinquecento manifestazioni, l’instancabile azione volta a promuovere la cultura italiana in una terra di confine, anche presso i paesi limitrofi. Nel corso dell’udienza venne offerta al Presidente della Repubblica la medaglia d’oro del Circolo e una copia dell’antologia Scrittori triestini del Novecento.

            Tra i cambiamenti che segnarono la vita interna del Circolo deve essere ricordato che agli inizi del 1984 Willy Cavalieri decise di dimettersi dall’incarico di consigliere segretario, rimanendo però nel sodalizio nella veste di vice-presidente. Nel delicato incarico gli subentrò, nel febbraio dello stesso anno, Licio Zellini, che nel 1946 era stato tra i soci fondatori del C.C.A. Dopo anni di lontananza, egli tornava così a partecipare attivamente alla vita del Circolo, rivestendo in seguito anche il ruolo di vice-presidente. Zellini è tuttora consigliere segretario dell’associazione.

            La vivace rinascita del sodalizio e l’intensa attività culturale che l’aveva caratterizzata, non riuscirono a dissipare del tutto i problemi economici. Già nel 1984 il presidente Tombesi denunciava pubblicamente nuove difficoltà finanziarie, dovute in parte all’esaurirsi di alcune sovvenzioni private e in parte all’aumento dei costi di gestione. Ancora una volta Tombesi non esitò a rivolgere un appello sia all’autorità pubblica sia ai privati, affinché si muovessero in soccorso del Circolo con aiuti più consistenti. La situazione fu comunque tamponata con un aumento dei canoni sociali, ma la posizione finanziaria riuscì a consolidarsi solamente in seguito quando, al fianco dei contributi pubblici, intervennero con maggiore incisività le sponsorizzazioni private.

            Gli anni Ottanta segnano anche una serie di dolorose perdite per il Circolo. Nel 1983 scompare Oliviero Honoré Bianchi, mentre alla fine del 1984 muore uno dei maggiori personaggi della Trieste musicale, Giulio Viozzi. In quella occasione Biagio Marin inviò al fratello di Viozzi, Walter, una commossa lettera, datata 1° dicembre 1984:

 

            «Illustre avvocato,

ho sentito in questo momento che il caro e nobile Giulio è deceduto. È difficile dire che cosa può significare la sparizione dal nostro ambiente, costituito in realtà da così poche persone, di un’anima così candida e così nobile come quella di Suo fratello!

            Verità è che quando si convive in un certo ambiente, raramente ci si rende conto del valore personale degli altri, e in modo particolare di un artista, e in questo caso, di un nobile musicista che era molto più del bravo insegnante che frequentava il Tartini. Nella vita del Circolo della Cultura e delle Arti si hanno importanti momenti di avvicinamento; è strano ma in quell’ambiente può nascere una solidarietà che trascende quella solita sociale di altri ambienti: c’è di mezzo sempre il rapporto personale con l’altro e quindi anche l’avvertimento della sacralità della persona che pur essendo un nostro collaboratore rappresenta tra noi un momento importante della vita dell’arte.

            Questi rapporti in realtà incerti e misteriosi sono però sufficienti a metterci di fronte a un artista in una particolare situazione, in uno stato d’animo che dirò di riverenza.

            Così è stato almeno per me, di fronte a Giulio. Tanto più che tra noi due c’era di mezzo Todeschini che era un grande mediatore tra il mondo musicale e il mondo della letteratura.

            Todeschini sapeva parlare di Giulio con molto affetto e con molta intelligenza; ed è stato lui a rivelarmelo e a mettermi in un contatto affettuoso.

            Io penso che lei debba essere molto addolorato di questa perdita perché Giulio era un grande affettuoso e non mancava certo di far sentire in modo particolare il suo affetto.

            Non le mando condoglianze: le mando l’indicazione della mia stima e del mio affetto per Giulio.

            La saluta di tutto cuore - Biagio Marin».

 

            Solo un anno più tardi moriva anche Biagio Marin. Sino all’ultimo momento, tuttavia, egli non aveva smesso di preoccuparsi e di combattere in nome di una cultura libera e indipendente. Pochi giorni prima della sua scomparsa inviava una vivace lettera a Giorgio Tombesi nella quale, tra l’altro, scriveva «Tu sai quanto me e forse meglio di me quanto i tempi siano tristi e duri e come proprio l’azione culturale può e deve resistere all’anarchia che nega ogni valore alla dignità della nostra cultura. […] L’ente che tu presiedi ha una grande importante funzione; ti raccomando di combattere da uomo».[29]

            Nuove difficoltà stavano frattanto per sconvolgere la vita del Circolo. L’irrigidirsi delle leggi di sicurezza sui locali pubblici avevano condotto, nel maggio del 1986, all’improvvisa chiusura del Teatro Verdi. L’ordine, giunto dal questore solo poche ore prima dell’esecuzione di un concerto sinfonico, paralizzò ben presto ogni attività all’interno dell’edificio, poiché l’ordine di chiusura andò a colpire, nel corso dell’estate, anche la sala del Ridotto. Se una serie di interventi permise all’Ente Lirico di riaprire in breve la propria sede, ciò tuttavia non avvenne per il Ridotto. I pompieri, infatti, per una maggiore sicurezza di tutto l’edificio, avevano ottenuto che la Sala Maggiore fosse gestita direttamente dal Teatro Verdi. L’Ente Lirico, che da tempo desiderava riappropriarsi del Ridotto, colse subito l’occasione per trasformare quello spazio in una sala prove per l’orchestra. Il Ridotto venne quindi interdetto alle manifestazioni pubbliche e a nulla valse l’intervento dell’allora sindaco Arduino Agnelli per stipulare una convenzione tra il C.C.A. e il Teatro. Un nuovo intervento dei pompieri, infatti, aveva rilevato che la riapertura al pubblico della Sala Maggiore era subordinata all’esecuzione di una serie di lavori, volti ad assicurarne la completa sicurezza. A questo punto il Circolo, che aveva già preparato il calendario delle manifestazioni per la nuova stagione, dovette forzatamente ripiegare sulla Sala Minore, uno spazio certamente inadatto e troppo esiguo per ospitare soprattutto gli avvenimenti di più vasto richiamo.

            Nonostante tutto, l’emergenza venne superata, i lavori di adeguamento della Sala Maggiore furono eseguiti, e il Circolo della Cultura e delle Arti potè tornare, ancora una volta, a svolgere le proprie attività all’interno del Ridotto. Il ritorno alla sede fu sottolineato con l’organizzazione di una serie di importanti cicli monografici, che proprio negli ampi spazi della Sala Maggiore trovavano la più degna cornice. Nel 1989 la Sezione Musica - retta da Renato Zanettovich - propose il ciclo completo delle trentadue Sonate per pianoforte di Ludwig van Beethoven. Nel 1990 venne organizzato, in collaborazione tra più Sezioni, un grande ciclo di conferenze dedicate alla figura di Tiziano e all’epoca nella quale egli operò. Nel 1991, ancora, la Sezione Scienze Morali propose un ciclo incentrato sul tema L’idea di Nazione oggi.

            La questione della sede, tuttavia, non doveva trovare ancora una soluzione definitiva. Il 31 maggio 1992 il Teatro Verdi, con un concerto del pianista Kristian Zimerman, salutava la propria sede storica e si trasferiva alla Sala Tripcovich. L’edificio di piazza Verdi veniva quindi chiuso per affrontare una serie di imponenti e lunghi lavori di ristrutturazione. Accanto all’Ente Lirico, dovettero dunque trasferirsi tutte le altre istituzioni che sino a quel momento avevano operato sotto il tetto dello storico edificio. Il C.C.A., già a partire dall’inverno del 1991, collocò la propria sede sociale in via San Nicolò 7, all’interno del palazzo che ospita la Camera di Commercio. Dall’ottobre dello stesso anno, le attività culturali del Circolo si svolgono in gran parte presso la Sala Baroncini delle Assicurazioni Generali, sita al numero 8 di via Trento.

            La chiusura dell’edificio del Teatro Verdi, resa necessaria dagli ormai improcrastinabili lavori di restauro, ha provocato vaste ripercussioni sulla vita culturale cittadina. Se l’Ente Lirico ha potuto trovare spazio in una sala alternativa costruita a tempo di record e sufficiente a consentire un dignitoso prosieguo delle stagioni musicali, la chiusura del Ridotto non ha potuto viceversa essere rimpiazzata da uno spazio sostitutivo altrettanto adeguato. La mancanza a Trieste di una sala di pari prestigio a quella del Ridotto, ha causato la soppressione di numerose attività culturali o comunque un loro drastico ridimensionamento. Lo stesso Circolo della Cultura e delle Arti ha dovuto in questi ultimi anni rinunciare a numerose e proficue collaborazioni che ne avevano caratterizzato parte dell’attività. La dispersione delle associazioni che operavano nella medesima sala del Ridotto, ha inoltre precluso la realizzazione di fruttuosi progetti comuni, conducendo spesso alla frammentazione delle proposte culturali.

            Nonostante ciò, il C.C.A. ha saputo mantenere in vita un’attività di tutto rispetto, sia ospitando nomi di rilievo nel panorama della cultura nazionale, sia organizzando cicli di manifestazioni talora anche molto complessi. Basti citare a questo proposito la rassegna concertistica Giovani eredi di una grande tradizione, in omaggio ai sessant’anni di attività del Trio di Trieste, proposta all’Auditorium del Museo Revoltella nel 1993, o il ciclo Giovani promesse: strumentisti di domani, realizzato nel 1994, sempre al Revoltella. Allo stesso modo, presso la Sala Baroncini, si sono tenuti cicli di conferenze di vasto respiro, come quello dedicato ai pittori e agli scultori triestini, la tavola rotonda sul tema Linguaggio letterario e linguaggio scientifico, oppure il ciclo di dibattiti del 1995 dedicato alle varie tendenze della critica letteraria contemporanea.

            La vitalità e la capacità di rinnovamento del Circolo non è venuta meno neppure nel corso di questi ultimi anni, sebbene costretto a operare al di fuori della propria sede storica. Nel 1991, esaurita la prima edizione, è stata presentata la ristampa dell’imponente antologia Scrittori triestini del Novecento, arricchita da una nuova prefazione a cura di Bruno Maier. Nel corso dello stesso anno è stata fondata la Sezione Medicina, affidata alle cure di Loris Premuda, che ha offerto numerose conferenze sulla storia della medicina e su problematiche di vario genere ricollegate alla vasta tematica della salute. Nel 1992 ha invece visto la luce la Sottosezione Musicologia, guidata da Ivano Cavallini, e preposta ad affrontare tematiche inerenti la storia della musica e dell’interpretazione. Di particolare rilievo il ciclo di conferenze dedicato a Tartini così come quello riguardante la tradizione dell’operetta. E non sono mancati i riconoscimenti ufficiali: il 30 giugno 1994 il presidente del Circolo Giorgio Tombesi, assieme a una delegazione composta da Willy Cavalieri, Licio Zellini, Giorgio Conetti, Itala Ginanneschi e Fabio Ziberna, è stato ricevuto al Quirinale dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. In tale occasione il Circolo ha voluto offrire al Capo dello Stato una copia dell’antologia Scrittori triestini del Novecento e una copia del volume Trieste nella cultura italiana del Novecento, entrambi editi dal C.C.A.

            Il 17 febbraio 1996 il Circolo della Cultura e delle Arti ha festeggiato i cinquant’anni di attività. Un traguardo invidiabile, che conta al suo attivo quasi cinquemila manifestazioni che hanno visto la partecipazione di tutti i maggiori personaggi della cultura italiana attivi in questi ultimi decenni. Nonostante le difficoltà di vario genere che il sodalizio ha dovuto superare nel corso della sua lunga storia, oggi il C.C.A. continua a farsi vivacemente partecipe dei grandi avvenimenti storici e culturali che investono l’Europa Centrale e Orientale. Vicino come sempre alle sorti di Trieste, il Circolo continua a essere l’espressione artistica e culturale di una città che, sotto questo profilo, vanta lunghe e solide tradizioni. E anche il più recente orientamento, che oggi promuove a Trieste un nuovo e complesso dialogo tra mondo umanistico e ricerca scientifica, non manca di vedere partecipe il C.C.A., sempre pronto a testimoniare, attraverso le sue manifestazioni, lo sviluppo e l’evoluzione della cultura italiana ed europea.

            Nato per difendere la cultura italiana in un territorio di confine, il Circolo della Cultura e delle Arti, vuole oggi divenire un veicolo di scambio culturale tra l’Italia e i paesi ad essa confinanti. Ma tutto ciò sempre in armonia con quel principio morale espresso dal suo fondatore Giani Stuparich, al quale il sodalizio mai è venuto meno: «Gli alti fini dell’arte e della cultura sono fini a se stessi. Perciò noi non vogliamo mettere l’arte e la cultura al servizio di niente e di nessuno».[30]



[1] Cfr. La Trieste che noi amiamo, discorso di Giani Stuparich per l’inaugurazione del C.C.A. pronunciato il 17 febbraio 1946. Il discorso è stato pubblicato per la prima volta su «Il Piccolo» di Trieste il 20 novembre 1980.

[2] Cfr. Elvio Guagnini, Giani Stuparich promotore del Circolo della Cultura e delle Arti (1945-46). Alcune carte d’archivio, in Quaderni Giuliani di Storia, n. 2, dicembre 1989.

[3] La sala fa oggi parte dell’Istituto germanico di cultura “Goethe Institut”.

[4] Oggi Corso Italia.

[5] Op. cit., p. 236.

[6] Il secondo discorso, intitolato Funzione della cultura e messaggio dell’arte, fu pronunciato nella Sala del Ridotto del Teatro Verdi, il 17 aprile 1946, in occasione della cerimonia ufficiale di apertura del C.C.A.

[7] Il titolo non è di Giani Stuparich.

[8] I nominativi con i relativi titoli sono riportati nell’esatto ordine con il quale compaiono nel verbale dell’adunanza costitutiva.

[9] Benché Fernando Gandusio tenesse in particolar modo a essere considerato presidente, tuttavia non fu mai eletto in modo ufficiale. Egli pertanto non viene fatto rientrare, solitamente, nel gruppo dei presidenti del C.C.A.

[10] Per una più precisa documentazione sull’attività del Circolo della Cultura e delle Arti, si rinvia alla seconda parte di questo volume.

[11] L’Italia letteraria - Lettera da Trieste , in “La fiera letteraria”, 12 marzo 1950.

[12] E’ opportuno sottolineare la differenza tra il ruolo di “consigliere segretario” e il ruolo di “segretario del circolo”. Il primo fa parte del consiglio direttivo, dal quale viene direttamente nominato, e svolge mansioni interne alla direzione del Circolo. Il secondo, viceversa, fa parte del personale regolarmente stipendiato dal sodalizio e si occupa delle relazioni dirette con i soci e di tutte le faccende burocratiche riguardanti l’attività di segreteria.

[13] Cfr. Umberto Saba, Prose a cura di Linuccia Saba, Milano, Mondadori, 1964. Il brano è intitolato Discorso per il 70° compleanno pronunciato al “Circolo della Cultura e delle Arti” di Trieste.

[14] La medaglia viene coniata in bronzo, in argento oppure in oro.

[15] V. Pagine aperte sulla cultura in un anno di attività al C.C.A. in “Il Piccolo”, 14 luglio 1957.

[16] V. Biagio Marin,Sedici autori in una antologia di poeti e narratori triestini in “Il Gazzettino”, 29 aprile 1958.

[17] Come precisa Bruno Maier nella prefazione alla seconda edizione di Scrittori triestini del Novecento (Trieste, Lint, 1991), non devono essere trascurati alcuni tentativi, più o meno complessi, di antologizzare la produzione letteraria giuliana, che si erano succeduti sin dal 1914.

[18] Biagio Marin, op. cit.

[19] V. Lettera di presentazione della cultura triestina in “Il Piccolo Sera”, 29 marzo 1958.

[20] Passo espunto dalla Relazione morale presentata da Willy Cavalieri durante l’assemblea generale del 31 gennaio 1967.

[21] Si ricorda che la Regione Friuli-Venezia Giulia fu ufficialmente istituita il 31 gennaio 1963

[22] Passo espunto dalla Relazione morale presentata da Willy Cavalieri all’assemblea generale del 31 gennaio 1967.

[23] L’asfissia finanziaria minaccia la vita del C.C.A., in “Il Piccolo”, 1 febbraio 1967.

[24] Cfr. Giancarlo Vigorelli, Viva attualità degli autori triestini, in “Il Tempo”, 30 novembre 1968.

[25] Il sindaco si autosfratta quale presidente del C.C.A., in “Il Piccolo”, 14 ottobre 1977.

[26] Aurelia Gruber Benco, Strozzano la cultura, in “Il Piccolo”, 1 settembre 1977.

[27] Stelio Crise, La cultura, il potere, il compromesso, in “Il Piccolo”, 18 novembre 1977.

[28] Biagio Marin: la cultura ha bisogno di uomini vivi, in “Il Piccolo”, 29 marzo 1978.

[29] La lettera è datata 30 novembre 1985.

[30] Giani Stuparich, La Trieste che noi amiamo, discorso per l’inaugurazione del C.C.A., 17 febbraio 1946.

 
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