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“IO SONO UN DINOSAURO..." PER GIORGIO VOGHERA: MOSTRA DOCUMENTARIA E INCONTRO Stampa E-mail
“IO SONO UN DINOSAURO..."
PER GIORGIO VOGHERA
MOSTRA DOCUMENTARIA E INCONTRO
Lunedì 15 dicembre (ore 18) e martedì 16 dicembre 2008 - ore 15.30
Sala conferenze della Biblioteca Statale, Largo Papa Giovanni XXIII n.6 , 2° piano

Il Circolo della Cultura e delle Arti ha organizzato un doppio evento, a cura di Elvio Guagnini, dedicato a Giorgio Voghera, dal titolo: ”IO SONO UN DINOSAURO…”, presso la Biblioteca Statale, Largo Papa Giovanni XXIII n. 6. Lunedì 15 dicembre si è inaugurata alle ore 18 una mostra documentaria, che è rimasta aperta fino al 15 gennaio 2009. E' seguito martedì 16 dicembre (ore 15.30) un incontro-convegno cui hanno aderito Maria Pia Conedera, Guido Fano dell’Università di Bologna, Renate Lunzer dell’Università di Vienna, Claudio Magris, Giorgio Pressburger, Reinier Speelman dell’Università di Utrecht, Stelio Vinci, con il coordinamento e l’introduzione di Elvio Guagnini.
Nel corso della manifestazione sono stati affrontati e discussi i molteplici versanti in cui si è articolata l’esistenza civile e culturale di un uomo che, come ha sottolineato Claudio Magris, “ha testimoniato, con puntigliosa sincerità, una consapevole inettitudine o estraneità alla lotta per la vita, una quotidiana esperienza di debolezza, nevrosi, solitudine… che gli ha permesso di camminare sull' orlo di abissi senza cadervi, di attraversare difficoltà e momenti storici terribili”, tanto da essere considerato, alla sua scomparsa, l' ultimo classico della letteratura triestina e della Trieste ebraica.
 
Per gentile concessione degli Autori, pubblichiamo i testi delle comunicazioni del prof. Claudio Magirs, della prof.ssa Renate Lunzer e del prof. Reinier Speelman:
 
Prof. Claudio Magris - Cari amici, che io non possa essere con voi a ricordare Giorgio Voghera non solo ovviamente mi dispiace, ma è veramente un non-senso, perché Voghera è una delle persone che hanno contato in modo essenziale nella mia vita, a cui sono stato e sono più legato; senza di lui, senza la nostra amicizia, sarei, penso, certamente abbastanza diverso. Come cominciare? Su Voghera ho anche più volte parlato, anche scritto, ripetutamente, e per dire a fondo di lui dovrei scrivere un libro, e non un breve intervento che sostituisce una mia forzata assenza, dovuta a impedimenti che non posso assolutamente superare.
Cercherò di dire qualcosa facendo un po’ d’ordine, cosa che non riesce facile, fra le mille cose da dire che mi si affollano alla mente e nel cuore. Ho conosciuto personalmente Voghera molti, molti anni fa; è stato lui a cercarmi con una breve lettera, dopo un testo che avevo scritto esprimendo la mia profonda, grandissima e tuttora crescente ammirazione per Il Segreto, libro che considero un vero capolavoro e che tuttora non so bene, se mi interrogo nel profondo del mio animo, a chi attribuire, se a Guido Voghera o a Giorgio o, cosa forse più probabile, a tutti e due. Ma non ha importanza sapere chi l’ha scritto, così come, fatte le debite proporzioni, non ha importanza sapere chi abbia scritto l’Odissea; quel che conta è che esista questo grande libro.
Di Voghera sono diventato subito amico; un amico, all’inizio, insieme fraterno, filiale e paterno. Fraterno per le tante cose che ci univano, filiale per tutto ciò che imparavo dalla sua esperienza, dalla sua umanità, dalla sua conoscenza. Senza di lui, credo non avrei potuto scrivere Lontano da dove, e non sto riferendomi soltanto alle nozioni, ai chiarimenti, alle spiegazioni che lui mi dava, a quel manoscritto di almeno una quarantina di pagine che lui scrisse prima e dopo la pubblicazione del mio libro, per darmi notizie e precisazioni e per commentarlo, con quella sua chiarezza, con quella sua affettuosa ma inesorabile imparzialità che non esitava né dinanzi al consenso più fervido né dinanzi alla critica più ferma. Mi riferisco al suo modo di essere; lui mi ha fatto capire, sentire, esperimentare esistenzialmente questa “lontananza da dove”, questo spirito dell’ebraismo e in particolare dell’ebraismo diasporico in cui ho finito, anche e soprattutto attraverso di lui e grazie a lui, quasi per identificarmi, per trovare uno specchio di me stesso, della mia vita e della ricerca del suo significato. È  soprattutto, anche se non soltanto, grazie a Giorgio Voghera che sono divenuto una sorta di “ebreo onorario”; una volta, discutendo nel Centro di Studi Ebraici ad Eisenstadt con un rabbino viennese, questi ad un certo punto mi chiese: “Ma Lei non è ebreo, vero?” Quando gli risposi che non lo ero, si affrettò ad aggiungere, stendendo in avanti le mani quasi per rassicurarmi: “Era solo una  domanda”.
Sono stato per lui anche un amico paterno, perché, almeno all’inizio, quando ancora non aveva raggiunto la fama che i suoi libri meritavano e meritano – fama che dovrà ancora accrescersi, ma che adesso comunque accompagna la sua figura e la sua opera, cosa che non accadeva decenni fa – mi occupavo un po’ di lui, abbastanza inerme com’era nei suoi rapporti con gli editori, con i giornali; facevo per così dire da mediatore fra lui e alcune riviste per alcuni suoi scritti, o, almeno sino ad un certo punto, con alcuni editori. Proprio per questo, lui, ironicamente, in un bellissimo e ambivalente racconto scritto pubblicato su “Il Piccolo”, Il sogno della gloria letteraria, racconto che contiene tutte le ambivalenze affettive che si hanno verso le persone e dunque in questo caso verso di me, scrisse, rivolgendosi a suo padre, figura centrale – fin troppo centrale – del suo mondo, gli dice, nel sogno, che non deve essere geloso di me, perché aggiunge di avermi scelto in qualche modo quale suo successore per avere, anche dopo la sua morte, qualcuno cui disobbedire. Talora mi metteva in imbarazzo, come quando una rivista, cui avevo inviato un suo testo, tardava a pubblicarlo e gli corrispose un onorario a mio avviso inaccettabilmente modesto; io scrissi una lettera furibonda al direttore della rivista, dicendo che Voghera si era lamentato con me, e lui, ignaro di questo mio intervento, contemporaneamente gli scrisse una lettera in cui lo ringraziava calorosamente…
Dovrei parlare dello scrittore, di quella sua prosa inesorabile, piana e semplice, che talora sembra sfiorare la piattezza per poi rivelarsi immediatamente una spietata, affascinante, umanissima ma inquietante radiografia della realtà spogliata di ogni lente colorata con la quale noi, meno coraggiosi di lui, così spesso cerchiamo di filtrarla, di smussarne l’intollerabile indifferenza o cattiveria, l’angosciosa indifferenza. Questo protocollo del reale, apparentemente piano e lucidamente spietato, gli ha permesso di scrivere dei libri straordinari: ricordo – per citarne solo alcuni – Il direttore generale, testo indimenticabile, oppure un testo ancora più forte come Nostra Signora Morte, un testo in cui forse più che in ogni altro Giorgio Voghera si pone dalla parte dei vinti più vinti, degli oscuri più oscuri o, per citare la Scrittura, della pietra più rifiutata dai costruttori.
A proposito di quel libro, io gli dissi – e anche lo scrissi – che lui era l’unico a essersi posto nemmeno soltanto dalla prospettiva di Giobbe, l’uomo per eccellenza percosso dalla sofferenza e dall’ingiustizia, bensì dalla prospettiva ancora più radicalmente dolorosa e calpestata, quella dei primi figli di Giobbe, che vengono eliminati come le sue greggi e le sue ricchezze e che spariscono perfino dalla memoria, quando Giobbe, alla fine, viene risarcito da altre greggi e da altri figli.
In questo senso Giorgio Voghera è una testimonianza inestimabile, insostituibile della sofferenza più oscura, più dimenticata; delle vittime più vittime, nemmeno ricordate in quanto tali. Ricordo una sua frase, terribile: “C’è nell’universo qualcosa di veramente universale?” Anche chi si sforza di credere nell’universalità, in un qualche senso del vivere, deve fare i conti con questa frase, perché soltanto facendo i  conti con questa frase la sua ricerca del senso e del significato può essere autentica e non retorica e Voghera è un sale insostituibile di questa ricerca. Se fossi presente, parlerei di altri libri, dei quali fra l’altro ho avuto occasione di parlare di recente in Israele (in quell’Israele che Voghera mi ha fatto conoscere e capire, con alcuni suoi libri, non solo prima che io vi mettessi piede, ma mostrandomi la sua realtà prima ancora che diventasse Israele). Mi sarebbe piaciuto soffermarmi su alcune pagine indimenticabili, come quel breve racconto in cui, guardando una gatta in amore, dice malinconicamente che quella bestia gli vuol far capire che quel sentimento e quell’impulso - che, egli scrive, lui si è ostinatamente costretto a negare o di cui per lo meno si è costretto ostinatamente a negare l’importanza - veramente ci sono, nella loro forza e nel loro significato. Era di un’ironia straordinaria, come quando, mi raccontava che, nella casa di riposo Gentilomo, dove ha passato l’ultimo periodo della sua vita, una donna molto anziana e uscita abbastanza di senno, che era anch’essa ospite di quella casa, ogni tanto di notte sbagliava numero della stanza e veniva nella sua, restando magari per un paio d’ore seduta sul suo letto. E lui, ultraottuagenario, aggiungeva: “E io pensavo che, anche se la cosa fosse successa cinquant’anni prima, non ci sarebbe stata nessuna differenza…”
Era un uomo straordinario, di una profonda bontà, nella quale, come in ogni bontà umana autentica e concreta ossia non retorica, c’è ogni tanto un lampo inquietante, il lampo di quella malignità della vita che egli conosceva così bene.
È un notevolissimo scrittore, uno dei nostri grandi, da cui continueremo sempre ad imparare. In questo momento sto pensando non solo ai suoi libri, a quella sua scrittura piana, inesorabile e spietata, ma sto pensando anche a tanti episodi, che testimoniavano una pacata, veramente unica capacità di guardare in faccia il nulla della vita. Ricordo che una volta, durante un convegno organizzato a Trieste da alcuni scrittori tedeschi (si trattava del Petrarca-Preis, un’iniziativa di grande rilievo in Germania) lui era l’ospite d’onore e incantò l’uditorio con alcune sue testimonianze. La sera, finita la cena, lo riaccompagnai a casa, ossia all’Istituto Gentilomo. Dopo la cena, insieme a lui, anche altri scrittori, per lo più tedeschi, avevano letto qualche loro pagina. Infilando la chiave nella serratura del portone della casa di riposo, Voghera, parlando a me ma soprattutto a sé e fra sé, borbottò che, dei testi che erano stati letti, quelli chiari e comprensibili gli erano parsi piuttosto ovvi e banali, mentre gli altri, più legati a tendenze sperimentali o d’avanguardia, non li aveva capiti “sì, capisco, si tratta di queste tendenze nuove, moderne della letteratura…sì, di queste tendenze nuove di adesso…beh…passeranno anche queste”…mormorò, salutandomi e salendo le scale verso la sua stanza.  
 
 
Prof.ssa Renate Lunzer:
 

Per Giorgio Voghera, 16 dicembre 2008 - Un superuomo alla rovescia

Come Claudio Magris, assente e presente, anch’io posso, anzi devo dire che senza la conoscenza e i numerosi incontri con Giorgio Voghera sarei abbastanza diversa. Spiegherò subito perché.            Io non sono “nata” italianista. Dopo aver conseguito un dottorato di ricerca in filologia classica all’Università di Vienna, verso la fine degli anni ’80 presi anche una laurea in italianistica e tentai di farmi un nome come traduttrice dall’italiano. Il caso volle che nell’ 89 mi arrivò dall’allora più rinomata casa editrice austriaca un pacchetto di fotocopie il cui contenuto era una danza macabra, tratteggiata con intrepida, rancorosa e paziente pedanteria: Nostra Signora Morte di Giorgio Voghera, una sequenza di rappresentazioni imperniate sull’agonia e sulla morte di alcuni personaggi a lui cari, che non risparmia al lettore nemmeno un dettaglio, spiacevole o scioccante che sia, del dolore, dell’impotenza e della dissoluzione. La traduttrice, diciamo, ex officio, dell’ editrice Residenz aveva decisamente rifiutato di confrontarsi con un testo così “deprimente”. Io tradussi questa “serrata anagrafe del dolore” (Magris) facendo sì le corna, ma con moltissimo rispetto per la solidarietà con i sofferenti, la provocatoria “teologia”[1] e l’inesorabile coraggio dell’autore, che ricorreva neanche minimamente alle consolazioni che ci offrono la religione o la filosofia a proposito della morte. Il libro ebbe un grande successo di critica e recensioni in quasi tutti i più importanti quotidiani e in altri mass media, anche in Germania.            Così nel settembre del ’90 il responsabile per la pagina culturale della nostra “Arbeiter Zeitung” – organo socialista di rispettabilissima tradizione, sospeso da tempo (come la maggior parte delle iniziative culturali dell’una volta glorioso partito) – mi mandò a Trieste per fare un’intervista all’autore. Era il secondo giorno di Rosh-a-Shana, quindi del Nuovo Anno ebraico, e Voghera, anche se un presunto non credente, aveva fatto il “decimo maschio” nella preghiera alla Pia casa Gentilomo; egli fu gentilissimo con me, facemmo due lunghe conversazioni, cioè lui parlava ed io ascoltavo capendo la metà – se fossi stata più introdotta allora nella materia “Trieste”, avrei potuto imparare da lui molte cose particolari, soprattutto su Saba, che dopo dovetti acquisire più faticosamente. Alla fine dei nostri colloqui mi complimentai con lui per la sovrana amarezza con cui aveva sempre tratto e traeva certe conclusioni sui fallimenti, soprattutto sui fallimenti sentimentali della sua vita e aggiunsi che le cose non raggiunte mi sembravano più preziose delle cose raggiunte e realizzate, perché le prime, cioè le non raggiunte, non possono mai perdere il loro incanto. Un po’ stupito e dopo una breve pausa di riflessione Voghera mi ringraziò dicendo educatamente che probabilmente sopravvalutavo la sua sensibilità e che la mia era senz’altro più grande della sua. Con questo complimento avevo comunque articolato chiaramente quel che più mi legava allo scrittore, quel che avevamo – se posso dirlo - in comune e che mi sembrava e sembra tuttora molto austriaco: l’amore per l’insuccesso e la sconfitta. Ed è proprio per questo che intitolai “Principi nel reame della sconfitta” il lungo capitolo sui due Voghera, su Giorgio e suo padre Guido, nel mio libro sugli intellettuali giuliani.            Avevamo parlato, quella volta, ampiamente anche della cosiddetta redenzione di Trieste e dei miti derivati dal retaggio austriaco – Voghera mi comunicò tutto sommato quelle sue opinioni che si possono leggere con molto profitto nella prima parte del suo libro Anni di Trieste (1989). Nelle lunghe ore del mio ritorno a Vienna rimuginavo poi il nostro dialogo e nacque allora il mio desiderio di approfondire il mio interesse finora generico per Trieste, desiderio che, incentivato anche da altri forti motivi, è poi sfociato in un intenso progetto di ricerca che mi ha portata finalmente a conseguire la libera docenza in Italienischer Literaturwissenschaft all’Università di Vienna con il menzionato lavoro su un gruppo di mediatori giuliani di cultura, definiti  “irredenti redenti”.            Tornando al “reame della sconfitta”, vorrei ricordare che Giorgio Voghera in occasione del suo novantesimo compleanno interrogato da un giornalista sul che cosa rimpiangesse di più nella sua vita, rispose seccamente: “Non vorrei essere nato.” È vero, un simile detto ci è tramandato anche da Umberto Saba, è forse un topos, ma ciò non toglie che con questa sintesi radical-pessimista di una vita ci siamo addentrati nel bel mezzo della filosofia vogheriana che io in parte condivido e che si potrebbe senz’altro distillare dai testi di Giorgio se non fosse già compattamente codificata nel Pamphlet postumo di Guido, un libello di tendenza fortemente anti-idealista che ricorda per certi versi la “dialettica negativa” di Theodor W. Adorno e che fu pubblicato nel 1967 dal figlio insieme a un’estesa biografia del padre.                 Partendo da un rifiuto categorico dell’hegelianismo – bersaglio degli strali vogheriani è però alla fin fine lo storicismo ottimista e giustificazionista dei neohegeliani Croce e Gentile, fiancheggiatore l’uno, l’altro protestatore tardivo contro la classe politica ed economica indegna e corrotta, che ha retto l’Italia fino alla catastrofe del 1945 - egli delinea una diagnostica della gerarchia sociale di un pessimismo davvero abissale: All’interno di un qualsiasi gruppo sociale, spiega l’autore, l’„istinto di affermazione individuale“ costringe gli individui a lottare per il proprio vantaggio. In questa lotta essi si pongono tuttavia dei limiti, di natura in parte razionale, in parte irrazionale. Se queste limitazioni valessero per tutti allo stesso modo, sarebbero evidentemente i più capaci ad affermarsi nella lotta, vale a dire gli individui di maggiore intelligenza, costanza nel lavoro, creatività ecc. Senonché, puntualizza Voghera, taluni avvertono in modo più forte le limitazioni della morale, altri in modo più debole. Costoro sono più liberi nella scelta dei mezzi e, a parità di intelligenza, costanza nel lavoro ecc., raggiungono più facilmente il fine: hanno semplicemente il sopravvento sugli altri. E per quanto si cerchi sempre di occultare il rapporto sussistente tra “capacità” e “mancanza di scrupoli morali” (il che vale soprattutto per coloro che hanno o cercano il successo), la seguente legge empirica è, secondo Voghera, inconfutabile: “quando si tratta di beni e vantaggi che si devono togliere agli altri per poterne godere, moralità e successo individuale sono, a parità di altri elementi, inversamente proporzionali[2].

                   In caso di „grande“ successo individuale, si sarà tentati ad attribuirlo a una particolare capacità piuttosto che ad una radicale spregiudicatezza morale. Ma, osserva Voghera, non senza motivo la storia, che registra le azioni degli uomini che hanno raggiunto posizioni dominanti, è stata chiamata “museo degli orrori”. Le catastrofi si scatenano sempre in un dato momento, perché nelle precedenti lotte sono saliti ai posti di comando gli individui moralmente peggiori e socialmente più pericolosi, appunto per il meccanismo dell’antiselezione etica nel campo politico-economico.

            Tralascio a questo punto tutta una serie di teoremi riguardo alla lotta dei gruppi e passo subito alla terapia. Per Voghera, essa può consistere solamente nel “reinstaurare la coscienza offuscata”, che cioè la morale, bene universale della società umana, è antagonistica non solo alle tendenze di affermazione individuale, ma anche a quelle del gruppo. Se in politica si vuole agire moralmente, bisogna essere disposti, nei confronti del gruppo concorrente, ad accettare per il proprio gruppo le stesse autolimitazioni che l’individuo morale si sente in dovere di accettare di fronte ai propri simili. Voghera è assolutamente consapevole della difficoltà di attuazione di tale assunto, sottolinea nondimeno l’importanza di rendersi senza ritegno conto della tragica antinomia tra morale e successo, senza ricorrere alla disonestà mentale di prospettare „inesistenti ed assurde ‚sintesi’“. La radicalità con cui Voghera mette in questione il successo (specie se considerato nella sua dimensione storica), la risolutezza con cui esorta la rinuncia e l’autolimitazione offrono naturalmente il fianco a svariati sospetti e attacchi. È possibile vedere in Guido Voghera, come fa Cesare Cases[3], uno di quegli inetti triestini non all’altezza della vita, come sono stati rappresentati in modo esemplare nei romanzi di Italo Svevo.

Nel Segreto dell’Anonimo Triestino, tappa singolare nella casistica europea dell’amore -  che secondo me è scritto da Giorgio, ma potrebbe darsi anche da Guido -, questa radicalità morale viene portata alle estreme conseguenze della vita privata, trasformandosi in nevrosi, assoluta inibizione dell’azione o addirittura amore per la rinuncia, giacché per il protagonista perdutamente innamorato gli “istinti vitali” sono in insanabile contrasto con gli “instinti morali”. “Attraverso l’acredine della negazione”, dice Magris, traspare “lo struggimento per la vita assente”[4].

            Da una parte i pensieri di Giorgio e di Guido si sovrappongono e dall’altra si intrecciano anche con una certa tradizione autolesiva e umanissima del “povero suonatore” di memoria austriaca; quel “povero suonatore” che ha raggiunto la sua massima espressione nell’omonimo racconto del viennese Franz Grillparzer, e, ancora più dolorosamente, in uno dei Lieder più sconvolgenti del viennese Franz Schubert: Der Leiermann, Il suonatore d’organino: “…und sein kleiner Teller bleibt ihm immer leer – e il suo piattino rimane sempre vuoto”. In ogni caso il figlio Giorgio continua il pensiero del padre approdando ad un’ontologia della sofferenza, ad un’ “allergia all’universo”[5] che si esprime in alcuni testi – come in Nostra Signora Morte o nel carteggio con Biagio Marin - in maniera particolarmente acuta: allergia a questo nostro universo di ambasce e afflizioni, nel quale il diritto d’esistere di un individuo debba scalzare quello di un altro, proprio nel senso dell’arcaica αdikίa di Anassimandro di Mileto. Se la natura provvede già di per sé a ininterrotte sciagure, con catastrofi, malattia e morte, essa esercita nondimeno come “seconda natura” la sua tirannide sull’uomo, condannato a provocare delle sofferenze sociali, l’uomo che non può nemmeno far valere i propri legittimi desideri ed esigenze senza danneggiare il suo prossimo, per non parlare poi dell’egoismo e della prepotenza dei cosiddetti „spiriti acquisitivi“. Da questa ontologia notturna emerge ciò che Voghera intende quale massima aspirazione etica per l’uomo: porre un argine contro l’inqualificabile crudeltà dell’universo. L’uomo può far ciò innanzi tutto limitando al minimo ogni aggravamento, per colpa sua, delle sofferenze altrui („non nocere“) e, in secondo luogo, cercando di neutralizzare coloro che fanno soffrire gli altri senza risparmio, spinti „da impulsi aggressivi irrazionali, da stolte ambizioni, o sia pure da illusioni pericolose“[6]. Quindi la scrupolosa osservanza dell’ ”ortodossia dei mezzi” che chiedono i Voghera non corrisponde ad un rassegnato martirio, bensì ad un “combattimento disperato in cui ci si pongono però determinate limitazioni nella scelta dei mezzi e si prevede perciò quasi con certezza la sconfitta personale”[7], confidando di servire alla causa ritenuta migliore. Nel novero degli illusionisti pericolosi rientrano in un certo senso anche i “giustificazionisti”, “stirpi” particolari di teologi e filosofi, tutti su per giù rappresentanti della scuola storicista, che assolvono la storia, ovvero danno „un giudizio etico positivo di ogni realtà che presenti notevole persistenza“[8]; in questo modo, il figlio prosegue la polemica del padre contro Hegel, con una particolare direttrice d’attacco contro i neoidealisti italiani, che egli “odia” non da ultimo a causa della loro connivenza con il fascismo. L’arginamento dell’infelicità implica anche la militanza politica a fianco di formazioni che sembrano offrire migliori garanzie per l’eliminazione o la limitazione del dolore umano, una “militanza” che nel vecchio Giorgio Voghera, amareggiato e deluso nelle proprie e generali aspettative di costituire un ordinamento sociale di tipo collettivistico, divenne appoggio a un socialismo democratico e pluralistico.

     Con il loro antistoricismo mitteleuropeo che è naturalmente anche retaggio ebraico di secolare esperienza del dolore e che impediva loro di accettare gli estremi della dialettica del hegeliano Weltgeist, seguiti dalle sintesi assolutorie, i due Voghera sono la tipica incarnazione di quell’umanesimo malinconico e introverso “che era […] forse il risultato più alto della civiltà absburgica e dei suoi contraddittori innesti e incroci”[9]. Esiste uno scetticismo austriaco che rifiuta le grandi “sintesi” e preferisce difendere il dettaglio. Con Franz Grillparzer ho menzionato solo uno degli illustri esempi relativi al difficile rapporto degli intellettuali austriaci con il sistema hegeliano. Il Povero suonatore grillparzeriano, personificazione dello iato tra volere e potere, con quel suo radicalismo morale celato dietro a un maldestro, pedante amore borghese per l’ordine, è un fratello spirituale dei Voghera, quantunque senza la loro limpida intelligenza. Peraltro il conflitto fondamentale di molti eroi di Grillparzer è proprio quello tra interiorità contemplativa e azione colpevole, essi non possono agire perché sono convinti che la decisione sia il più delle volte solo sinonimo di spregiudicatezza. Anche tanti personaggi della narrativa di Adalbert Stifter rappresentano l’ideale non-agire e molte linee di collegamento si possono tracciare tra l’Anonimo triestino e l’uomo dell’ universo kafkiano intento a opporre una tenace resistenza allo struggimento per la vita, alla sua dinamica e alla sua violenza travolgente. Non per niente Magris in una sua silloge colloca le sue riflessioni sul Segreto (“Geometria della rinuncia”) dopo un saggio su Kafka (“Fuori dal territorio d’amore”). Uno degli ultimi racconti di Kafka, L’artista di fame, può essere letto proprio in chiave “vogheriana”, cioè fortemente critico verso l’ideologia della “lotta per l’esistenza”. L’artista di fame kafkiano, capace di digiunare quasi illimitatamente, tenta di sottrarsi in questo modo alle regole del darwinismo sociale. Non mangia, si astiene, proprio come Mino Zevi, il protagonista del Segreto, che non agisce, che tiene segreto il suo amore anche all’amata, giacché ogni azione deve necessariamente condurre a una delusione e giacché “immoralità e successo sono due cose strettamente legate, proprio come vitalità e morale sono in insanabile contrasto”[10]. Simili modelli di volute sconfitte si trovano quasi in tutti i libri di Giorgio Voghera, anche se meno assoluti e rigorosi. Lascio qui sospesa la questione, per quanto la razionalità difensiva, la teoria dell’antiselezione etica, la “calcolata geometria della rinuncia”, sia una sublimazione dell’ “inettitudine” alla vita e per quanto espressione radicale di una specifica humanitas ebraico-centroeuropea e solidarietà con i sofferenti e i vinti. Dico soltanto che mi ci posso identificare, che mi è familiare e fa parte del mio mondo sia l’uno che l’altro.                   „Tutto è mistero, fuorché il dolore“ – comprendiamo bene come mai Voghera ami richiamarsi a questa citazione leopardiana. L’unica realtà di cui non si può dubitare e che veramente conta per lui, l’allergico all’universo, è il dolore umano, di cui è stato, come ho detto all’inizio, un testimone puntuale, pedante e spietato. Magris nella sua commemorazione di Voghera ha parlato del suo porsi dalla prospettiva di Giobbe, anzi, dalla prospettiva dei figli di Giobbe. Ma Giobbe, che Dio, in complicità con Satana, fa incappare in una serie inenarrabile di sofferenze pur di metterlo alla prova, non vuole sostanzialmente smettere di credere che il creatore sia giusto, ed è così che si conclude, se ricordo bene, la diatriba biblica tra Giobbe e Dio, se proprio di diatriba si tratta. Dio non deve rendere conto del suo universo, ma viene alla fine riconosciuto, anche se non conosciuto, nella sua onnipotenza imperscrutabile. Giorgio Voghera, senza aver mai smesso di professarsi ateo o quanto meno agnostico (benché non ne saremmo tanto sicuri), va ben oltre la teodicea del padre Giobbe e degli amici di Giobbe, che in diverse occasioni evidenziano il valore formativo della sofferenza[11]. Questa soluzione del pάJei mάJoV – s’impara soffrendo – che anche a Eschilo e a molti altri pensatori e cercatori di Dio era parsa l’ultima risorsa, Voghera non l’accetta. Forse esiste un tribunale davanti al quale si potrebbe trascinare Dio, il Signore, si chiede lui di fronte alle sofferenze di un malato, in Nostra Signora Morte. Forse questo tribunale è la nostra coscienza e forse l’unica attenuante che il Creatore potrebbe addurre, è di non esistere.[12]

            Ho cominciato con parole personali, vorrei anche chiudere così, vorrei dire che ho stimato e ammirato Giorgio Voghera, ma anche sua cugina Alma Morpurgo e altri anziani triestini che ho conosciuto nella loro cerchia soprattutto per un motivo: che rimanevano sereni e ben disposti verso gli uomini nonostante il male che era stato loro fatto dai rappresentanti di quella selezione eticamente negativa, la quale, secondo Voghera, giunge sempre al potere.

Note:                                                                                              

[1] „[…] da qualche tempo a questa parte, mi vado persuadendo che deve pur esistere un qualche essere superiore, che regola i destini dell’universo […] io vedo questo essere quasi come un Molòch, uno spirito animato da un sadismo senza limiti. […] mi viene il sospetto che il tributo di sofferenza che egli chiede a me e agli altri forse non avrà mai fine, o per lo meno si prolungherà moltissimo al di là di questa mia ormai prossima morte della carne. […] mi chiedo se il dio della sofferenza non voglia che tutti gli uomini si rendano strumenti della sofferenza altrui e premi con una minore sofferenza individuale chi lo serve con particolare zelo. (teoria dell’antiselezione etica?] […] Forse aveva […] torto Giobbe (ed io con lui) quando diceva che non c’era alcun Tribunale che potesse giudicare in una lite fra lui e il Signore? Forse il tribunale c’è, ed è la nostra coscienza: […]  E se trascino il Creatore davanti a questo tribunale, quale può essere la sentenza? L’unica attenuante che Egli potrebbe addurre, è di non esistere.” (Giorgio Voghera, Nostra Signora Morte, Pordenone, Studio Tesi, pp. 15-17).

[2] Guido Voghera, Pamphlet postumo, Trieste, Umana, 1967, p.30.

[3] Citato in Marco Tarantino, Der Mythos Triest, in: Zibaldone 4, Nov. 1987, p. 104.

[4] Magris, Itaca e oltre, Milano, Garzanti, 1982, p. 163.

[5] Citato in Maria Pia Conedera, Gli anni di Voghera. Bibliografia degli scritti 1945-1996, Trieste, Alcione, 1997, p. 75.

[6] Voghera, Nostra Signora Morte, cit., p. 16.

[7] Guido Voghera, Pamphlet..., cit., p. 47.

[8] Marin-Voghera, Un dialogo, Scelta di lettere 1967 - 1981, a cura di E. Guagnini, Provincia di Trieste, 1982, p. 41.

[9] Magris, Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico -orientale, Torino, Einaudi, 1971, p. 150.

[10] Il Segreto cit., p. 397.

[11] Cfr.in particolare i capitoli 33 e 36 del libro di Giobbe.

[12 Nostra Signora Morte cit., p. 17.

 

 

GIORGIO VOGHERA, UN TRIESTINO IN PALESTINA

 

 di Reinier Speelman,

Università di Utrecht

 

 

Può sembrare strano che in una commemorazione di un famoso scrittore triestino non si parli di Trieste. Infatti, avevo pensato inizialmente di parlare di Giorgio Voghera come scrittore ebreo triestino ossia mitteleuropeo, ma ho creduto opportuno lasciare questo soggetto a chi ne sa molto più di me, ai triestini d.o.c., tra cui tanti hanno conosciuto di persona lo scrittore, e all’intervista a Voghera di Renzo Cigoi. In un saggio recentemente apparso Claudio Magris, che è stato legato a Voghera da una lunga amicizia della quale ha dato una testimonianza anche nel presente incontro e che è stato menzionato da lui in una pagina de Gli anni della psicanalisi[1], dice che la letteratura triestina come quella di Praga ha una forte tendenza tautologica, “la letteratura triestina che parla della letteratura triestina”[2] e Voghera sarebbe fra i classici esempi di tale letteratura autoriflessiva.

Io vorrei parlarvi invece di uno degli scarsi episodi della vita di Voghera che si sono svolti fuori Trieste, vale a dire dell’esperienza palestinese dell’autore. Ovviamente, hanno avuto la loro forma definitiva sempre a Trieste. E, non meno ovviamente, anche di questi testi ha scritto Claudio Magris[3].

Giorgio Voghera emigrò in Palestina nel 1938 e vi rimase fin dopo la guerra (fino al 1948). A questo periodo sono dedicati due testi. Quaderno d’Israele fu scritto “in ebraico molto scorretto e per lo più al chiaro di luna, nelle pause del mio servizio di sentinella notturna”[4] e poi tradotto in italiano, per essere pubblicato nel 1967 in una piccola tiratura da Scheiwiller. Una ristampa negli Oscar Mondadori (1980) procurò allo scrittore una certa attenzione da parte del pubblico italiano. Il secondo titolo, Carcere a Giaffa, fu pubblicato dalle Edizioni Studio Tesi nel 1985, casa editrice che aveva pubblicato già due altri libri di Voghera, Gli anni della psicanalisi (1980) e Nostra Signora Morte (1983). Sono libri che non esiterei a definire bellissimi e troppo ignorati dal grande pubblico, anche se in parte tradotti in francese[5] e tedesco[6].

Quaderno d’Israele è in fondo un’opera autobiografica anche se il Magris ha parlato di “romanzo-saggio, in cui l’invenzione fantastica s’affianca al reportage realistico (...) e la divagazione della memoria privata s’allarga nella trasfigurazione lirica.”[7] Voghera chiarisce nella sua introduzione che “se da un lato gli episodi descritti in questo libro sono quasi tutti sostanzialmente veri, dall’altro essi non riguardano, di solito, proprio le persone reali che possono avere (...) qualche cosa in comune coi personaggi che ho messi in scena.” (p. 15).[8]

La traduzione dall’ebraico, compiuta con l’aiuto del padre che conosceva molto bene la lingua, costituisce probabilmente una riscrittura. Innanzitutto, quasi metà del testo originale fu eliminata. Inoltre, lo scrittore ha sostituito molti termini ebraici con equivalenti italiani, cioè, secondo una strategia traduttologica concentrata sull’accettabilità del metatesto, per parlare con Toury[9]. Non si incontreranno dunque parole come kibbutz, da tanto tempo entrati nell’uso comune e usati, con tanti altri prestiti dalla nuova realtà di Erets Yisrael, da quasi tutti gli ebrei italiani immigrati nella “terra dei padri”. Per un lettore abituato ad una traduzione (o anche ad un prototesto) esotizzante, ciò può causare forse qualche sorpresa. Voghera si scusa coll’esempio di una parola ebraica che ha “dieci possibili trascrizioni in lettere latine” e a cui ha preferito la spiegazione di “refettorio”, anche se nelle ‘colonie’ si tratta di qualche cosa di molto diverso da un “refettorio”.[10]  

Ma non è come traduzione che questo libro vada letto o studiato. Quaderno d’Israele è uno dei documenti più ricchi che l’aliyà degli italiani abbia prodotto. Il libro consiste di 21 capitoli, seguiti da un’appendice intitolata Gli anni decisivi per la nascita di Israele, saggio originariamente apparso nel 1973 su “L’osservatore politico-letterario”.             Importa, naturalmente, premettere che la posizione di Voghera è quella moderatamente progressista di un intellettuale laico sionista che era stato nel suo passato italiano quasi completamente assimilato ed era cresciuto in una famiglia socialista. Non troveremo dunque nei suoi libri molti riferimenti alla religione. Siccome Voghera ha vissuto in kibbutz (Voghera, per i motivi già detti, parla di “colonia agricola”), troveremo prevalentemente descrizioni di quel mondo. Inoltre, l’interesse dello scrittore è schiettamente umano, psicologico, e così sono molte le sue osservazioni. Lo stile di Voghera è piuttosto classico e tende all’uso della elencatio e ad una certa abbondanza di aggettivi, nonché a commenti o excursus tra parentesi. Qualche esempio:

“Non è la stanchezza bestiale, il congestionamento, la palpitazione di cuore, l’ansimare, la tensione nervosa di altri giorni” (p. 54); “Ma tutte le sofferenze, tutte le irritazioni, tutti gli attriti e le brutture della vita quotidiana, tutte le lotte e le crudeltà degli uomini, bisogna considerarli come un sogno.” (p. 55); “Studiavo volentieri (anche adesso sarei felice di poter studiare ancora).” (p. 76);  “Ce n’era uno (cristiano, naturalmente) – un bellissimo biondino, intelligente e coraggioso, sempre serio, sempre corrucciato.” (p. 76); “‘Però piaci ai vecchi’. (Io, che avevo passato la trentina ed ero calvo, appartenevo naturalmente ai vecchi).” (p. 76);  “Del resto, i compiti, le fatiche, le sofferenze, la fretta della vita quotidiana mi lasciavano poco tempo (...)” (p. 77);  “poiché avevo riconosciuto il suo compagno (era una persona seria, retta e di poche parole, che certamente le avrebbe voluto bene), ebbi piacere per lei; e mi sentii come se qualcuno mi avesse sollevato da un compito, buono, importante, gradito magari, ma superiore alle mie forze.” (p. 78); “era perennemente in lite con una quantità di persone: col segretario e le commissioni della colonia, coi compagni di stanza e di tenda, cogli istruttori militari e con non so chi altro ancora.” (p. 85);  “che gli ebrei polacchi possono essere alle volte presuntuosi, sprezzanti, puntigliosi e bizantini nelle discussioni, indiscreti, poco puntuali ed esatti nell’adempiere gli impegni presi, irriguardosi ed altro ancora” (p. 138).

Altra caratteristica dello stile del Quaderno è la frequenza con cui ricorre la parola ‘forse’, come se l’autore avesse paura di pronunciarsi con sicurezza e volesse introdurre una riserva ad ogni affermazione. Vediamo anche qui qualche esempio fra i tanti che se ne potessero dare, limitandoci ad un solo capitolo, il settimo: “A Havazzèlet ho voluto forse davvero un po’ di bene” (p. 84);  “Forse il mio parlare lento ed interrotto (...) le dava l’impressione di molta saggezza e ponderazione.” (p. 85);  “Ma che cosa c’era che me lo impediva? Forse semplicemente l’inerzia dovuta alla stanchezza ed alle depressione psichica? Forse, conoscendo il mio carattere, mi rendevo conto nel mio subcosciente che una relazione di quel genere sarebbe diventata inevitabilmente per me un legame assai serio (...). O mi era affiorato alla coscienza il ricordo di che cosa significa voler bene davvero ad una donna (...)?” (pp. 86-87);  “Dopo forse un minuto di immobilità..” (p. 87);  “Ma forse quello che più mi sorprese...” (p. 87);  “La gente la considerava non del tutto normale (forse un po’ tarda di mente)” (p. 88); “pensavo non le sarebbe forse dispiaciuto che le raccontassi qualche cosa” (p. 90);  “Forse qualche psicologo o qualche psicanalista saprebbe trovare la ragione di questa stramberia.” (p. 91).

Vorrei segnalare nelle citazioni or ora date una certa concomitanza della parola ‘forse’ con affermazioni riguardanti la psiche umana e le sue scienze (abbiamo incontrato qui sopra: inerzia, depressione psichica, subcosciente, coscienza, ricordo, voler bene, normale, tarda di mente, psicologo, psicanalista, stramberia). Mi pare indizio di un ritegno innato a giudicare, a fissare il mondo in continua fluttuazione dello spirito e dell’anima (e non per niente, si ritrovano casi simili di ‘forse’ anche in Nostra Sorella Morte e ne Il Segreto[11]).

Una simile osservazione si potrebbe dedicare all’espressione un po’, indicatrice della stessa volontà di mitigare il discorso. Per non esagerare negli esempi, guarderemo alle sole pagine 86-88: “permettevano, oltre a tutto, di risparmiare anche un po’ di fatica”;  “usare un po’ di diplomazia” (p. 86);  provavo soltanto un po’ di simpatia”;  “In una situazione un po’ simile”;  “un po’ attonita, un po’ triste, alle volte quasi implorante. Uno sguardo mite e turbato, uno sguardo un po’ bovino, vorrei dire.” (p. 87);  il già citato “(forse un po’ tarda di mente)”;  “se anche era un po’ lenta”; “alle volte un po’ fisso ed inespressivo” (p. 88)[12].

Anche se l’osservazione psicologica e sociale prevale su quella dell’ambiente fisica o naturale, Voghera certo non tralascia di presentare un’immagine completa del kibbutz. Bellissime sono le descrizioni delle notti di guardia – di cui abbiamo visto che sono state i momenti di creazione dello stesso Quaderno – passate sotto il cielo stellato d’Oriente, finché non spunta l’alba di Venere precedente quella del sole (pp. 120-121). Il lirismo di simili passi viene rinforzato con frequenti citazioni dantesche. Voghera confessa più volte che Dante è il suo scrittore prediletto. Molto divertenti sono i due capitoli dedicati agli animali del kibbutz o quelli contro i quali i pionieri devono lottare (i capitoli tredici e quattordici; forse è una coincidenza che nel primo trovino posto anche delle osservazioni su Mussolini).

Nel capitolo centrale del libro, l’undicesimo, Voghera parla degli ebrei italiani e dei loro credi politici e religiosi. Egli paragona gli ebrei italiani, di cui molti sono stati nazionalisti se non fascisti, con quelli polacchi, che sono sempre stati discriminati e a maggior ragione dimostrano tipi di comportamento elitari o nazionalistici. Poi gli ebrei italiani si sono trovati da un giorno all’altro emarginati: “Non erano italiani: gli italiani non li volevano più fra loro. Erano ebrei. E, vedi caso, convintisi di appartenere al popolo ebraico, furono subito sicurissimi che proprio il popolo ebraico era il più grande, il più glorioso e benemerito di tutti i popoli.” (p. 127). Molto criticamente, Voghera si domanda poi che senso abbiano i discorsi che fanno gli ebrei italiani sulla tradizione ebraica. Alla loro ignoranza in materia di ebraismo va certo rimediato. Ma egli dubita del nuovo orientamento di molti verso l’ortodossia.

L’autore spiega la propria riluttanza ad accettare usanze e riti tradizionali col fatto di aver visto l’abuso del folkore e della storia patria a scopi propagandistici. Per questi motivi si dichiara cosmopolita, anche se questa parola ormai ha una connotazione negativa in Palestina come in Russia, Germania o in Italia (p. 130).

Voghera non ha niente contro gli arabi e non li descrive come relitti strani e un tantino pericolosi di una società arcaica. Anzi, con ovvio divertimento descrive una conversazione con un giovane arabo. Questi si mostra meravigliato dei rapporti tra uomo e donna nella colonia. E dà il seguente consiglio:

Cercate di fare in modo che le vostre donne non vengano con le braccia nude e i calzoncini corti dove ci sono arabi. A noi pare ci provochiate. Davanti a simili spettacoli, ogni uomo che sia uomo dovrebbe allungare le mani; e sembrerebbe quasi voi vogliate dimostrare che non abbiamo il coraggio di farlo e che quindi non siamo uomini. Questo non è bello. A me piace stare in pace con tutti, anche coi miei vicini ebrei che sono bravi e buoni. Ma così è difficile.[13]

Un’analisi esemplare e, direi, imparziale dei rapporti tra ebrei, arabi e inglesi viene data da Voghera nella sua appendice, Gli anni decisivi per la nascita di Israele. Il motivo per scrivere questo saggio di quasi 13000 parole, a distanza di 25 anni dalla fondazione dello stato ebraico e del proprio ritorno in Italia, erano le critiche mosse allo scrittore per la sua posizione troppo autobiografica nello scrivere il Quaderno. Non avrebbe prestato abbastanza attenzione alla realtà politica, economica e sociale in cui si era trovato immerso.

Voghera cerca di demolire alcuni miti nati intorno agli arabi. Ad esempio, quello che gli arabi avrebbero rovinato un paese una volta così fertile. Dimostrando notevoli conoscenze geologiche, Voghera spiega che è stato un processo corrosivo plurisecolare a rovinare il paese oramai quasi completamente deboscato, e loda le soluzioni prese dagli arabi, che erano riusciti a coltivare le olive e arance più adatte al clima caratterizzato da molti mesi senza pioggia. Anche “la leggenda del contadino arabo pigro ed ottuso è assolutamente falsa” (p. 246), mentre gli artigiani arabi hanno sempre dimostrato una notevole abilità. Meraviglia però destano nell’autore la coesistenza di diritto islamico e ottomano accanto a quello inglese, la posizione della donna e altre cose che

feriscono i nostri tabù sessuali: le donne che partoriscono all’aperto nel cortile della loro casa legate ad un palo; i parenti e gli amici stretti che assistono alla prima notte di matrimonio (che poi non è una notte); le coppie dei ragazzi omosessuali (..) che vanno a passeggio tenendosi per mano, mentre non lo fanno naturalmente né i fidanzati né i giovani sposi.[14]

Inoltre, analizza la posizione degli arabi, fra cui solo i possidenti fomentavano l’odio contro gli ebrei, mentre la classe contadina approfittava più che altro dei nuovi vicini. Suggerisce Voghera che il mutato stato dei contadini arabi fosse un fattore importante per predisporre negativamente nei confronti degli ebrei quei possidenti che ne avevano prima approfittato in misura ancora maggiore, vendendo loro a caro prezzo le loro povere terre.

Il piccolo commerciante arricchitosi, che si era costruito delle case di affitto o aveva comperato dei terreni e li faceva coltivare intensivamente da braccianti, dopo aver fatto trivellare pozzi dagli ebrei ed aver noleggiato i loro trattori per lo scasso profondo, aveva, verso i notabili, un atteggiamento assai meno rispettoso e sottomesso di un tempo. E si diffondevano fra gli arabi tante idee nuove, in infiniti campi.[15]

È un fatto poco conosciuto che nel periodo del mandato britannico, il reddito degli arabi palestinesi aumentò dal 150 al 200%, e l’afflusso di immigrati arabi superò addirittura quello degli ebrei. Abbiamo visto che, se anche l’orientamento di Voghera è autobiografico, con neutralizzazione di nomi e dati (mai viene nominato il kibbutz ove si svolge la sua vita) e con la trasformazione di alcuni personaggi, il couleur locale esotico non suscita praticamente il suo interesse. Unica eccezione è forse l’episodio del diciottesimo capitolo in cui descrive una famiglia di ebrei yemeniti. L’episodio non è solo bello per i dettagli descrittivi, ma anche per lo squarcio aperto su un mondo poco conosciuto.

Abitava in una piccola casetta cubica che avevo notata altre volte e dove c’era stato un tempo, credo, il bar della stazione ora abbandonata. Fui introdotto da Elia nell’unico ambiente che occupava tutta la casetta: una stanza abbastanza spaziosa, nuda e pulitisssima. Alla parete sinistra c’erano alcuni scaffali lunghi e bassi con grossi libri ebraici; a quella destra, due cassapanche coperte da semplici tappeti, nelle quali dovevano essere contenute le stuoie per dormirci sopra, qualche coperta e qualche indumento. Ai quattro angoli, sedute su bassi sgabelli davanti a minuscoli tavolini, quattro vecchine striminzite – le quattro moglie del rabbino – cucinavano ognuna per conto proprio il pranzo su dei fornelli a petrolio. Il pranzo consisteva (come seppi più tardi) di un’unica pietanza di legumi e verdure; ma la pietanza era diversa su ciascun fornello. Nel mezzo, dietro a un grande scrittoio di foggia europea, c’era il rabbino, seduto su di una poltroncina di legno. (..) Il rabbino era un uomo minuto, con una bella barba bianca, lineamenti nobili ed occhi intelligenti. Da dietro il grande scrittoio ed i libri che c’erano sopra sporgeva quasi soltanto la sua testa.

Elia parlò per me al nonno in arabo ed io mi limitai a fare dei piccoli inchini e dei sorrisi. Egli ci rispose in un ebraico fluente, di cui compresi però assai poco, perché pronunciava alcune consonanti in modo diverso da quello a cui ero abituato e perché infiorava il discorso di parole difficili ed antiquate e di citazioni bibliche e talmudiche. (...)

Il nonno non usciva mai di casa e non aveva altri proventi che gli oboli dei visitatori. Tuttavia respingeva gli oboli di tutti coloro che non erano ebrei osservanti (per tema che si trattasse di denaro guadagnato con lavoro fatto di sabato) e restituiva in tutto o in parte quelli della gente più povera. (...) Alle mogli non rivolgeva quasi mai la parola, né esse osavano naturalmente rivolgerla a lui. All’ora dei pasti egli faceva il giro dei quattro angoli della stanza, assaggiava le quatro pietanze e si fermava a mangiare quella che gli piaceva di più. In verità (...) già da molti anni non gli interessava affatto di mangiare una cosa piuttosto di un’altra. Ma voleva dare questa soddisfazione alle sue donne ed anzi, pur evitando dei turni regolari, faceva in modo di distribuire equamente le sue visite fra tutte e quattro. Ognuna cucinava però così poco cibo che quella che era onorata della presenza del marito rimaneva senza mangiare.[16]

 

Vivo il ritratto della famiglia, nella quale abitudini come la poligamia sono, ovviamente, condizionate dall’ambiente araba di origine. Ultima domanda da porsi qui è chi si nasconde dietro il personaggio di Samuele descritto nel sedicesimo capitolo. Questi, il solo uomo politicamente attivo e influente che Voghera abbia incontrato, uomo energico e instancabile, non viene descritto quanto alla provenienza. Si sa però che muore a seguito di un’impresa militare ad alto rischio “sul fronte italiano” (p. 173). Viene da pensare subito ad Enzo Sereni, che aveva assunto per molti immigrati italiani il ruolo di consigliere e confidente[17]. A rinforzo di tale ipotesi va menzionato che Enzo, figlio del medico personale del Re d’Italia Samuele Sereni, scelse di svolgere la sua pericolosa missione in territorio nemico sotto il nome di Samuel Barda. Il Quaderno non è l’unica testimonianza della vita in kibbutz. Anche nell’intervista di Renzo Cigoi, dove il kibbutz Ghivat Brenner viene esplicitamente menzionato un paio di volte. Voghera ne parla, soprattutto sullo scarso ruolo della religione nei kibbutzim laici[18] e dei witz e dell’assenza di comunisti.[19]

Veniamo ora al secondo libro, Il carcere di Giaffa. Il titolo si riferisce al carcere ove furono internati i cittadini italiani dopo la dichiarazione di guerra al Regno Unito da parte del governo fascista, nel giugno 1940, fra i quali lo stesso Voghera. Vi si trova insieme con una trentina di persone in una sporca cella inglese. Ci sono, oltre a ebrei italiani fuggiti alle leggi razziali per trovarsi qui in prigione, anche un paio di italiani “ariani”, alcuni stranieri che erano stati protetti da capitolati italiani e ora dovettero condividere la loro sorte, come dei turchi, e due guardie campestri della Libia. Per uccidere il tempo, l’io narrante propone di raccontarsi “dei casi in cui ci è andata bene per miracolo: in cui abbiamo superato per un colpo di fortuna, quasi senza accorgercene, delle difficoltà che parevano insuperabili” (p. 19). Ovvio, qui, il riferimento al Boccaccio, specialmente alle giornate 2 e 3 del Decameron. E i presenti cominciano a raccontare delle storie che pur essendo brevissime all’inizio, presto diventano più lunghe e trattano soprattutto esperienze d’amore, come se l’esempio dei primi narratori avesse incoraggiato gli altri. Non tutte le storie hanno qualche rapporto visibile con la Palestina. La sesta, ad esempio, si svolge in una valle friulana di lingua slovena, la nona a Torino. L’ottava novella viene raccontata da un compagno di kibbutz dell’autore, un certo Gad. Questi, che si dice anziano, un giorno riceve una visita di Sara, una compagna preoccupata per una delle ragazze più giovani del suo gruppo. Costei, che si chiama Lea, ha paura dei ragazzi maschi e non riesce a vincerla. “Se le fanno una carezza un po’... decisa, si mette a urlare” (p. 59). Pare che l’unico di cui Lea non avrebbe forse paura sia proprio Gad. Cosí, quando si trova una sera a letto sul punto di assopirs, Lea entra nella sua stanza e si infila nel suo letto, addormentandosi per la stanchezza e lasciando Gad in preda a un misto di tenerezza e desiderio fisico.

Si svegliò appena all’alba. Si guardò intorno stupita, mi sorrise e mi disse: ‘Amore mio. – usando un’espressione ebraica affettuosa che di solito si adopera solo coi bambini - Ti ho fatto il supplizio di Dandàlo.’ (Per caso, non molto tempo prima, avevo menzionato a lei ed ad alcuni suoi compagni il mito di Tantalo, di cui non avevano mai sentito parlare.) ‘E adesso ti vendicherai. Ma non ho neanche un poco di paura.’[20]

Non è necessario aggiungere che la ragazza, che il giorno dopo viene allontanata dal kibbutz per evitare che nasca una relazione difficilmente trattabile, risulta guarita.

In questo racconto la vena boccaccesca è forse più fortemente visibile, e si accoppia a perfezione all’atmosfera di libertà e spregiudicatezza del kibbutz. Al pari di quelle del Quaderno, la descrizione si serve di un minimo di couleur locale. A Voghera interessa, come abbiamo già visto, soprattutto l’interazione umana e quel che distingue la personalità individuale. D’altronde, il personaggio di Sara pare rappresentare un legame con il Quaderno. Infatti troviamo in quest’ultimo libro (alle pp. 95-98) un episodio di cui ella è protagonista. La sua posizione come capo di un gruppo che sta per partire per fondare una nuova colonia corrisponde a quanto si legge in Carcere. Questa corrispondenza permette di individuare “Gad” come ‘alter ego’ di Voghera.

Una particolare attenzione viene prestata all’aberrazione psichico-nevrotica. Come sostiene il decimo narratore, “Ghershòn, il cui nome, in Italia, corrispondeva al mio: Giorgio” (p. 81) e chi è forse anche lui un ‘alter ego’ del narratore-moderatore del novellare:

A quel tempo, in Palestina, ci si incontrava assai spesso con persone, il cui sistema nervoso era stato distrutto dalle passate sofferenze. E può darsi che in genere nel popolo ebraico le malattie nervose siano più diffuse che negli altri popoli; ciò può avere molteplici cause, ma comunque non può stupire chi conosce la storia degli ebrei nel corso degli ultimi due milenni. Certi traumi psichici lasciano tracce così profonde, che il padre li trasmette per così dire ai figli già col proprio atteggiamento verso la vita, anche quando non ci sono nuove tragedie capaci di rinfocolare questi traumi.[21]

Quest’orientamento non sorprende chi conosce Voghera come autore de Gli anni della psicanalisi (Pordenone, Studio Tesi 1980) ed altri scritti che testimoniano il suo interesse per la psichiatria soprattutto freudiana. Nel penultimo testo del Carcere, Voghera riprende i propri ricordi con una descrizione del corteo del Primo Maggio cui aveva assistito nel 1939. Anche se afferma di non amare i cortei, “dopo più di sedici anni passati sotto il fascismo, quel giorno mi sentivo commosso a marciare dietro le bandiere rosse e a cantare l’Internazionale.” (p. 102). Il fatto che si trovavano nella folla diversi arabi, gli ispira la seguente digressione:

Si era allora nel pieno del terrore arabo, voluto da un gruppo ristrettissimo di maggiorenti e di loro accoliti, ed esercitato dalle bande prezzolate, che solo occasionalmente trovavano qualche appoggio nella popolazione. Le rappresaglie contro gli arabi che fraternizzavano con gli ebrei potevano essere pesanti e quegli arabi che marciavano allora con noi rischiavano la loro vita e quella dei loro cari. Ma essi volevano affermare apertamente la loro fede nell’internazionalismo, nella fratellanza fra i popoli. (...) La storia, e i grandi capi politici delle due parti, vollero altrimenti. Dal sogno della pacifica convivenza ci si svegliò nel pieno dell’infuriare di una lotta senza quartiere, di cui non si intravvedono molte possibilità di composizione.[22]

Non molto tempo dopo, Ben Gurion cerca di raggiungere un accordo tra la Haganà (l’esercito clandestino ebraico, di orientamento sionista) e i vari gruppi di destra (come l’Irgun). Nella zona dove abita Voghera, il nuovo comandante di tutti i gruppi è di destra. Egli fa un lungo discorso, in cui si riferisce agli arabi come ‘il nemico’. Invitati a cantare l’inno sionista Ha-Tiqvà (oggi l’inno nazionale israeliano), gli uomini rifiutano di cantarlo come protesta contro questa posizione. La stessa sera, uno di loro esprime il sentimento di tutti dicendo che il nemico era uno, Hitler, e che gli arabi erano fratelli. Il nuovo comandante non si fa più vedere, e l’accordo voluto da Ben Gurion ha breve durata.

L’ultimo intervento è quello di David, ebreo ungherese naturalizzato, che legge alcune pagine scritte da ragazzi imbarcati a Trieste per la Palestina. Queste impressioni riguardano Trieste e l’Adriatico, non il nuovo Paese.

Dopo tre settimane di carcere, gli ebrei e i musulmani sono liberati, gli italiani ‘ariani’ trasferiti invece ad un campo di prigionieri. Così si conclude il testo, che strutturalmente è diviso in cinque capitoli dove si individuano, come abbiamo visto, dodici narratori. Due sezioni narrative (Gershòn, David) sono composte di più aneddoti. Al testo fa seguito un lungo racconto a ispirazione autobiografica, Il Direttore Generale, che raccoglie ricordi degli anni in cui Voghera lavorava per una compagnia di assicurazione (la Riunione Adriatica di Sicurtà), ma che non riguarda la Palestina, finché non vengano promulgate le leggi razziali e Voghera chiede di essere trasferito in Palestina, mentre il Direttore resta in carica in quanto ebreo ‘discriminato’.

Si potrebbe proporre un’altra chiave di lettura del libro. Il racconto collettivo di prigionia ha un certo ruolo nella letteratura concentrazionaria. Infatti, per i prigionieri, raccontare non serve solo ad uccidere il tempo ma anche a mantenere la propria dignità umana. Anche se il paragone con il lager va fatto con tanta cautela, in primo luogo perché manca la minaccia dello sterminio e altresì la disumanizzazione caratteristica dei campi di concentramento nazisti, sono presenti alcuni fattori su cui basare, a titolo di semplice suggerimento, un parallelo. Da un lato, l’innocenza penale dei prigionieri, finiti in galera unicamente per l’appartenenza ad un certo gruppo (cioè, coloro che erano agli occhi degli inglesi, degli italiani), pur non sapendo sempre loro stessi di appartenere a tale gruppo. Sono quindi, al pari dei deportati dei lager, vittime di un’identità imposta da altri. Dall’altro, l’origine storica del campo di concentramento, invenzione non tedesca bensì inglese che aveva una chiara funzione nel sistema coloniale britannico e costituiva un rimedio scelto più volte per problemi con grande gruppi etnici da controllare in tempo di guerra.

Non mancano nella letteratura concentrazionaria italiana del dopoguerra libri in cui l’esperienza collettiva assume la forma di racconto a più voci. Il reduce di Mauthausen Aldo Bizzarri aveva pubblicato un romanzo, Proibito vivere (Milano, Mondadori 1947), in cui i membri di un gruppo di internati cominciano a narrarsi delle storie per resistere all’abbrutimento. In un libro di Gaetano De Martino, Dal carcere di San Vittore ai ‘Lager’ tedeschi, (Milano, La Prora 1945, seconda ed. 1954) i futuri deportati si scambiano le loro storie resistenziali[23]. Anche il libro di Bizzarri è ispirato al Decameron, pur non condividendone il lieto fine.[24]

È più che ovvia la grande differenza tra libri che hanno il carattere di una testimonianza e libri di narrativa. Abbiamo già visto che dietro almeno un compagno narratore di Voghera si nasconde lo stesso autore e quindi tradisce la scelta per una grande misura di fiction. Però il testo assume nei confronti della Lagerliteratur che descrive invariabilmente l’inferno dei campi nazisti, il valore di una specie di purgatorio. Attesa sì, ma nella certezza di un futuro rilascio. Come il purgatorio dantesco condivide la sua propria struttura, almeno in parte, con l’inferno, così quello di Voghera ha tratti in comune con l’inferno nazista.

Questo nasconde forse uno statement politico. Se nella lotta contro il Dritte Reich la Gran Bretagna rappresentava le forze del bene, avevano nondimeno modi di comportamento nei confronti di altri (italiani, ebrei) che qualcosa in comune con quelli dei loro nemici ce l’avevano. Nessun ebreo testimone degli eventi degli ultimi anni del mandato britannico avrà dimenticato il modo in cui gli inglesi trattarono i reduci dei campi di concentramento, rinchiusi di nuovo in campi di struttura diversa (“purgatoriali” anziché “infernali” nella nostra metafora, ma sempre luoghi di pena), se non in alcuni casi estremi, negli stessi lager tedeschi di provenienza.

Se anche l’autore dedica più spazio all’analisi psicologica che al couleur locale, le due opere di Voghera prese in esame costituiscono un’interessante testimonianza della Palestina sotto il mandato britannico.

 

 

Note:

[1] Giorgio Voghera, “Letteratura a Trieste”, ne Gli anni della psicanalisi, Pordenone, Studio Tesi 1980, p. 111.

[2] Claudio Magris, “Praga al quadrato” , in Alfabeti, Milano, Garzanti 2008, p. 183.

[3] Claudio Magris, Introduzione all’edizione di Quaderni d’Israele negli Oscar Mondadori, 1980. Per il testo e il motivo per cui non è compreso nell’edizione di Studio Tesi, cfr. Renzo Cigoi, Quattrocento domande a un vecchio ebreo triestino. Colloqui con Giorgio Voghera, Roma, Semar 1996, pp. 96-97. Parte del saggio di Magris viene citata in un’edizione più recente del testo nella bella collana “La biblioteca del Piccolo” (Trieste 2003, pp. 9-11). Citazioni e riferimenti riguarderanno l’edizione Studio Tesi.

[4] Renzo Cigoi, cit.  p. 57, che ripete le parole dell’introduzione del libro, in cui l’ autore parla di “un ebraico molto rudimentale e difettoso” (p. 15).

[5]Pubblicati a Parigi da Editions de la difference nel 2003 e 2005; http://www.ladifference.fr/catalogue/cat_v.html, 30.11.2008.

[6] Carcere a Giaffa uscì in traduzione tedesca a Vienna presso il Residenzverlag nel 1993, a c. di Renata Lunzer.

[7] In Quaderno d’Israele, Trieste, La Biblioteca del Piccolo 2003, p. 10.

[8] V. a proposito del carattere autobiografico del Quaderno il passo dedicato all’esperienza in Palestina nel libro cit. di Cigoi, pp. 58-61 e 102, per la fortuna del libro, le pp. 92-99.

[9] Per questa teoria, v. G. Toury, In Search of a Theory of Translation, Tel Aviv, The Porter Insistute for Poetics and Semiotics, 1980 e cfr. pure Bruno Osimo. Corso di traduzione, Modena, Giraldi 2000, o la versione digitale su www.logos.net, parte prima, cap. 20.

[10] Quaderno d’Israele cit., p. 15.

[11] Non è questo il posto per entrare nei meriti dell’attribuzione, ormai saldamente provata, del romanzo a Giorgio piuttosto che a Guido Voghera. Cfr. anche la più recente edizione del romanzo, a c. di Elvio Guagnini nella “Biblioteca del Piccolo”, Trieste 2004, in particolare le pp. 5-8 e il risvolto di copertina.  Illustrazioni dell’uso particolarmente frequente di ‘forse’ si possono riscontrare dovunque nel libro, ad es. alle pp.  47, 223 e 231 dell’edizione einaudiana.

[12] Per l’uso di un po’ ne Il Segreto si puó fare un’osservazione analoga a quanto detto di forse. Qualche esempio si trova alle pp. 197, 214, 216-17 e 229-31.

[13] Ibidem, p. 42.

[14] Ibidem, pp. 252-253.

[15] Ibidem, p. 260

[16] Ibidem, pp. 201-202.

[17] Voghera menziona Sereni nell’intervista data a Renzo Cigoi cit., p. 107.

[18] Ibidem, pp. 193-195.

[19] Ibidem, pp. 198-199.

[20] Giorgio Voghera, Carcere a Giaffa, Pordenone, Studio Tesi 1985, p. 63.

[21] Ibidem, pp. 92-93

[22] Ibidem, pp. 103-104.

[23] Devo queste indicazioni ad un articolo di Peter Kuon, “Alcune riflessioni sull’ibridità della Lagerliteratur”, in Raccontare il lager, a c. di Monica Bandella, Frankfurt, Peter Lang 2005, pp. 156-161.

[24] Ibidem, pp. 170-171.

 

 

     

 

 



 
In allegato, infine, il testo di "I Quaderni dell'Archivio", n.15, realizzato a cura dell'Archivio di Documentazione della Cultura Regionale e del Dipartimento di Italianistica Linguistica Comunicazione Spettacolo dell'Università di Trieste, con la partecipazione del Circolo della Cultura e delle Arti, della Biblioteca Statale di Trieste, del Museo della Comunità Ebraica di Trieste "Carlo e Vera Wagner".
 
 
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