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LE CANTATE DI JOHANN SEBASTIAN BACH - II incontro Stampa E-mail
LE CANTATE DI JOHANN SEBASTIAN BACH


Conferenza di Bruno Bianco


II INCONTRO:
Cantata BWV 21 “Ich hatte viel Bekümmernis”
(Avevo molta afflizione)





Trieste, 18 gennaio 2005
Sala Baroncini delle Assicurazioni Generali
 






Ringrazio l’amico prof. Fabio Venturin per le sue gentili parole di presentazione e anche per le sue fini osservazioni – che mi trovano consenziente – sulla peculiarità della musica dell’età barocca, esemplificata nel confronto tra la “staticità” dell’opera di questo periodo e il dinamismo che caratterizza invece la posteriore produzione dell’opera classica a noi più familiare. In questo secondo appuntamento, dedicato interamente alla cantata BWV 21 “Ich hatte viel Bekümmernis” (Io avevo molta afflizione) dovrò presupporre quanto già illustrato nel primo incontro sul significato della musica vocale sacra di Bach e sulla struttura della forma-cantata. Prima però di passare all’analisi guidata della cantata desidero soddisfare la richiesta di un ascoltatore circa la bibliografia relativa alle opere sacre di Bach, pensando di far cosa grata anche al pubblico qui presente. Diciamo subito che in Italia non c’è molto. Ma come? qualcuno potrebbe obbiettare; abbiamo due ponderose monografie su Bach, edite negli ultimi anni e disponibili sul mercato librario: 1) ALBERTO BASSO, Frau Musika, 2 voll., EDT, Torino 1979-1983 e successive ristampe; 2) PIERO BUSCAROLI, Bach, Mondadori 1997. Sono certo due testi fondamentali e complementari fra loro (nel senso che Buscaroli, in polemica con Basso e con una lunga tradizione di studi bachiani, cerca di demolire l’immagine tradizionale di Bach come compositore essenzialmente religioso, come “Quinto Evangelista”). Tuttavia se queste monografie sono insostituibili per l’aspetto documentario, lasciano un po’ a bocca asciutta il lettore e soprattutto l’ascoltatore che voglia essere guidato non solo nella biografia, ma nel mondo musicale di Bach (ch’è poi la cosa più importante). Ho cercato dunque di spulciare nella non molto vasta bibliografia italiana sulla musica sacra di Bach che contenga anche un’analisi delle forme e una valutazione estetica e mi sento di proporre questi titoli: 1) CESARE VALABREGA, La musica sacra di Bach, Guanda Parma 19652 (1950); 2) GIANNI LONG, Johann Sebastian Bach. Con una guida all’ascolto delle composizioni sacre, Claudiana, Torino 19972 (1965); 3) Il mondo delle cantate di Bach. Le cantate sacre di J. S. Bach (“ I Concerti del Quartetto”), EDT, Torino 2001.
Ed ora è tempo di prepararci all’ascolto della Cantata BWV 21, che occuperà interamente il pomeriggio anche per la sua ampiezza: si tratta di 11 numeri distribuiti in due parti, per quasi 40 minuti di ascolto. Ma, anzitutto, qualche notizia sulla datazione e sulla destinazione della composizione, che presenta diversi problemi, essendo andata perduta la partitura originale e rimaste soltanto le parti separate, sulle quali compare la scritta a grandi lettere “per ogni tempo” (in italiano), vale a dire per ogni tempo dell’anno liturgico. Tuttavia una nota autografa di Bach precisa che questa musica è stata eseguita la terza domenica dopo la festa della Trinità, e dunque il 17 giugno 1714. Siamo perciò in una fase ulteriore della creatività bachiana rispetto a quella della cantata BWV 106 Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit (Il tempo di Dio è il tempo migliore) che abbiamo ascoltato in dicembre. Da Mühlhausen Bach si è trasferito ormai da qualche anno (dal 1708) alla corte di Weimar, dove appunto dal 1714 egli riceve l’incarico, in aggiunta a quello di organista di corte, di Konzertmeister o direttore d’orchestra (un incarico inferiore solo a quello di Kapellmeister o maestro generale di musica) con il compito di presentare ogni mese “nuovi pezzi” (vale a dire nuove cantate) per il servizio liturgico di corte. È probabile comunque, data l’indicazione “per ogni tempo”, che la cantata sia stata composta in precedenza (alcuni vogliono per la sua candidatura al posto di organista presso la Liebfrauenkirche di Halle, nel dicembre 1713): in ogni caso è certo che la cantata fu ripresa più volte in seguito da Bach, anzitutto nel periodo di Köthen (1717-1723), con un’esecuzione ad Amburgo nel 1720 (quando Bach andò a far visita a Johann Adam Reincken, il grande organista ormai quasi centenario: fu in quell’occasione che Johann Mattheson, il critico amburghese, ascoltò la composizione ed espresse, come vedremo, le proprie riserve). Ci fu poi un’esecuzione a Lipsia il 13 giugno 1723 (fu la terza cantata che Bach presentò a partire dal suo insediamento come Kantor, avvenuto formalmente il 15 maggio, ma di fatto col 1° giugno): in quell’occasione l’organico fu rafforzato con l’inserimento di 4 tromboni nel brano n. 9, che viene comunemente mantenuto nelle moderne esecuzioni.
Dalle circostanze esterne passiamo ora alla struttura della cantata. Il testo costituisce una meditazione sul tema dell’abbandono fiducioso a Dio nelle nostre avversità quotidiane (secondo la lettura dell’Epistola, tratta dalla I Petr. 5, 6-12, che invita a “gettare su Dio ogni [n]ostra preoccupazione, in quanto Egli si prende cura di noi”] ed è articolato – unica fra le cantate di Weimar – in una forma bipartita, essendo la prima parte eseguita avanti la predica, la seconda dopo. Entrambe le parti sono costruite, a parte la sinfonia strumentale introduttiva, secondo la moderna alternanza di recitativi e di arie, ma con la frequente inserzione di cori: ben quattro ( e cioè non solo il coro d’apertura e quello di chiusura, ma anche un coro alla fine della prima parte e uno nella sezione centrale della seconda parte). Il testo poi, nonostante la presenza di recitativi e di arie (secondo il modello di Erdmann Neumeister ispirantesi alla cantata italiana), ha un aspetto alquanto arcaico: è intessuto infatti di citazioni bibliche, come vedremo, che ricordano una fase anteriore alla riforma intrapresa da Neumeister, quella appunto della biblische Kantate. Per quanto riguarda l’aspetto musicale vi sono ugualmente momenti di sapore arcaico: la citazione dei passi biblici è affidata non a recitativi od ariosi (come avveniva, ad esempio, nella cantata Gottes Zeit), ma addirittura a cori sviluppati secondo la polifonia del mottetto. Una struttura complessa, in definitiva, in cui le vicende dell’anima che geme, prega, lotta e spera nell’alternarsi quotidiano di gioia e dolore vengono rappresentate secondo un doppio processo ascendente: al culmine provvisorio rappresentato dal coro che conclude la prima parte risponde nella seconda, dopo il centrale dialogo dell’anima con Gesù, la trionfale visione dell’Agnello che introduce il cristiano nel gaudio della Gerusalemme celeste.
Iniziamo dunque l’ascolto con la sinfonia introduttiva, un brano orchestrale che ha l’andamento del tempo lento di un concerto per oboe: qui lo strumento, con la sua voce malinconica accentuata dalla tonalità di do minore, dialogando col primo violino in ampie volute melodiche ci ricorda la fatica, la pena del vivere quotidiano che tocca tutti noi.

[v. appendice: brano n. 1]

Ed ecco irrompere il coro, che nella forma polifonica del mottetto esplicita quello ch’è il tema di fondo di tutta la cantata: all’affanno dell’uomo corrisponde l’amorosa sollecitudine di Dio, incarnatosi in Gesù Cristo per assumere su di sé tutti i nostri dolori. Come viene resa musicalmente questa dialettica tra esistenza umana e progetto divino? All’apertura sta, come un portale, la triplice proclamazione dell’ Ich, che aveva scandalizzato Mattheson: in realtà Bach, con il mezzo dell’iterazione musicale, vuole rappresentarci la chiusura ossessiva dell’uomo nel proprio io, ch’è l’origine della sua inquietudine e della sua sofferenza. Dopo questa triplice affermazione si dipana un fugato che commenta la prima parte del versetto 19 del Salmo 94 (93) Ich hatte viel Bekümmernis (Io avevo molta afflizione) con un tema puntato e martellato in dissonanze che vogliono rendere l’asprezza dell’umano dibattersi nelle preoccupazioni; ed ecco un’improvvisa fermata in questa vertigine senza fine; un aber scandito lentamente, il “ma” dell’intervento divino, rappresentato poi da un’altro fugato, di carattere questa volta gioioso, sottolineato da interventi strumentali che si alternano alle voci del coro per commentare “le consolazioni divine che ristorano l’anima”.

[v. appendice: brano 2]

Ma il raggio del conforto divino è , appunto, un raggio per il momento fugace, nella vicenda di luci e di ombre che caratterizza l’esistenza umana. Nell’aria che segue, in forma di sonata in trio per soprano solo accompagnato dall’oboe, sullo sfondo del basso continuo, l’anima canta la sua pena quotidiana su una melodia ostinata che, con ritmo lento, dipinge i “sospiri” (Seufzer) che costellano la sua vita, la vita di tutti i noi. Questa cantilena greve conosce due impennate proprio sulla parola “dolore “ (Schmerz): nella prima parte dell’aria si tratta di un’aspra dissonanza discendente, nella ripetizione invece la voce esplode in un salto di settima (sol-fa) ch’è un grido lacerante.

[v. appendice: brano 3]

Il successivo recitativo, accompagnato dagli archi, è affidato ad un tenore (l’odierno baritono) che esprime tutta l’amarezza dell’uomo che si sente abbandonato da Dio: per l’intensità dolorosa di questo sentimento viene in mente il parallelo recitativo della Passione secondo Matteo che descrive la solitudine di Gesù nel Gethsemani (cfr. Mt 26, 38): Meine Seele ist betrübt bis an den Tod (La mia anima è triste fino alla morte).

[v. appendice: brano 4]

L’aria del tenore si dipana su un incessante movimento di sedicesimi affidato agli archi, che dipingono lo scorrere delle lacrime. In questo mare di amarezza, in questa vera “valle di lacrime”, il tempo subisce una brusca accelerazione quando Bach evoca le “onde in tempesta” (Sturm und Wellen) che feriscono con i loro assalti l’anima, mentre la voce compie poi una discesa sotterranea sulla parola Grund (abisso) che si spalanca ad inghiottire il naufrago della vita.

[v. appendice: brano 5]

Il coro che conclude la prima parte commenta il versetto 12 del Salmo 42 (nella Vulgata latina: Quare tristis es, anima mea, et quare conturbas me? Spera in Deo, quoniam adhuc confitebor illi, salutare vultus mei et Deus meus) ed è articolato in due sezioni, corrispondenti ai due emistichi del versetto. A loro volta le due sezioni sono articolate, al loro interno, in un tempo lento ed uno più veloce, fugato. La prima sezione attacca col colore fosco del fa minore, dipingendo in lunghe note l’afflizione dell’anima (Warum betrübst du, meine Seele), per poi passare ad un fugato concitato (indicato da Bach come “Spirituoso”) che illustra l’interna agitazione (unruhig) e si distende alla fine in un desolato in mir (in me) sostenuto da due accordi. La risposta viene dal secondo emistichio, che invita alla fiducia in Dio: Harre auf Gott (confida in Dio). Qui l’entrata solenne delle voci in imitazione, con interludi strumentali in cui l’oboe si afferma nel suo timbro squillante, significa l’elevazione dell’anima alla sfera della speranza in Dio; la seconda parte conclude il coro a mottetto con una poderosa Permutationsfuge (una fuga cioè in cui i vari incisi melodici ricompaiono scambiandosi di posto nelle varie voci, dando vita ad una combinazione complessa, il contrappunto multiplo), in cui il giubilo dell’anima confidente trova alla fine espressione in una chiusura trionfale in do maggiore sulle parole mein Gott ist (è il mio Dio).

[v. appendice: brano 6]

La seconda parte della cantata si apre in maniera in apparenza inaspettata con un dialogo tra l’anima e Gesù che rappresenta la vera e propria ‘chiave di volta’ della composizione, sottolineata anche sul piano musicale dalla comparsa del luminoso mi bemolle maggiore. Questo dialogo è proposto anzitutto dal recitativo affidato al soprano (anima) e basso (Gesù). Qui è notevole l’opposizione tra la “luce” di Gesù, che l’anima cerca, e la “notte” dell’angoscia in cui essa si dibatte. Bach, sempre attento alla ‘pittura musicale’ del testo, rende questa opposizione con una serie di accordi ascendenti negli archi a cui fa riscontro, per il tema della “notte”, una vera e propria caduta, un ‘salto di dodicesima’ discendente dal si al mi, che si riflette anche nella voce del soprano con una discesa dal si bemolle al do.

[v. appendice: brano 7]

Anche l’aria seguente è un duetto tra l’anima e Gesù (soprano e basso), dove la risposta di Gesù è come un’eco delle parole dell’anima, spesso rovesciandole in segno positivo, per indicare la premurosa vicinanza di Gesù a chi lo invoca. Si tratta di una ripresa della mistica erotica comune non solo alla tradizione medievale (specialmente S. Bernardo), ma anche alla spiritualità luterana del Seicento, che Bach rende con un linguaggio che si avvicina a quello profano dell’opera per gli accenti di vera passione. Del resto quest’intreccio di amore terreno e di spiritualità religiosa appartiene già al linguaggio biblico, è la mistica nuziale del Canto dei cantici, che inizia con un’ardente invocazione della sposa: “Mi baci coi baci della sua bocca!”.

[v. appendice: brano 8]

Dopo questo culmine spirituale e musicale interviene ancora una volta, a commento, il coro che, in forma di mottetto, presenta nelle voci superiori il versetto 6 del Salmo 116 (114): Sei nun wieder zufrieden, meine Seele (Sii dunque di nuovo contenta, anima mia), mentre la funzione del cantus firmus, del sostegno armonico e melodico in note lunghe, è svolto dal canto sul registro più grave di due strofe (la seconda e la quinta) del Lied Wer nun den lieben Gott läßt walten (Chi dunque lascia che Dio regni) di Georg Neumark, composto nel 1641. Ancora una volta, l’effetto di questo mottetto politestuale è meraviglioso: mentre le voci superiori inneggiano alla pace ritrovata dell’anima in un intreccio aereo di danza, a mo’ di giga, al di sotto le voci gravi rammentano ancora la pena della condizione umana, che dev’essere di continuo esorcizzata dalla fiducia cristiana in Dio. Di più, Bach introduce una variazione nella condotta delle voci con un effetto d’intensificazione progressiva: mentre la prima parte (corrispondente alla strofa 2 del corale) è cantata dai tenori e la tessitura superiore del versetto biblico è affidata unicamente ai solisti e al basso continuo, la seconda parte vede l’entrata del coro per il versetto biblico, mentre la strofa del Lied sale ora alla voce di soprano e si aggiunge, a dare spessore gioioso all’insieme, il suono di quattro tromboni.

[v. appendice: brano 9]

In un gioioso ritmo danzante di ⅜ e nella chiara tonalità di fa maggiore l’anima dà ora pieno sfogo alla sua gioia, attraverso la voce del tenore ch’è accompagnata dalle sole rapide note del basso continuo.

[v. appendice: brano 10]

La cantata si chiude in maniera trionfale nella festosa e regale tonalità di do maggiore con l’ultimo coro che utilizza trombe e timpani (senza tromboni) ed è costruito in due sezioni: la prima, omofona, in tempo lento (“Grave”) con lunghe note tenute, suggerisce con la sua solennità lo scenario grandioso della Gerusalemme celeste in cui l’Agnello di Dio viene glorificato dalle schiere dei beati; la seconda, su un tema ascendente che imita lo squillo delle fanfare, è una nuova Permutationsfuge che esprime col giubilo delle voci e dei suoni incalzanti il superamento definitivo della tristezza umana alla fine dei tempi.

[v. appendice: brano 11]
 

 
APPENDICE


Le cantate di Johann Sebastian Bach
(II incontro)

Cantata BWV 21 “Ich hatte viel Bekümmernis”
(Avevo molta afflizione)


PRIMA PARTE

1. Sinfonia

2. Chorus:
Ich hatte viel Bekümmernis in meinem Herze; aber deine Tröstungen erquicken meine Seele.  

3. Aria (Soprano):
Seufzer, Tränen, Kummer, Not,
Ängstlich Sehnen, Furcht und Tod
Nagen mein beklemmtes Herz,
Ich empfinde Jammer, Schmerz.

4. Recitativo (Tenore):
Wie hast du dich, mein Gott,
in meiner Not, in meiner Furcht und Zagen
denn ganz von mir gewandt?
Ach! Kennst du nicht dein Kind?
Ach! Hörst du nicht das Klagen
Von denen, die dir sind
Mit Bund und Treu verwandt?
Du warest meine Lust
Und bist mir grausam worden;
Ich suche dich an allen Orten,
Ich ruf und schrei dir nach –
Allein mein Weh und Ach!
Scheint jetzt, als sei es dir ganz unbewußt.

5. Aria (Tenore):
Bäche vom gesalznen Zähren,
Fluten rauschen stets einher.
Sturm und Wellen mich versehren,
Und dies trübsalvolle Meer
Will mir Geist und Leben schwächen,
Mast und Anker wollen brechen,
Hier versink ich in den Grund,
Dort seh in der Hölle Schlund.

6. Chorus:
Was betrübst du dich, meine Seele,
Und bist so unruhig in mir?
Harre auf Gott; denn ich werde ihm noch danken,
Daß er meines Angesichtes Hilfe und mein Gott ist.

    

PRIMA PARTE (traduzione)

2. Sinfonia

2. Coro:
Io avevo molta afflizione nel mio cuore, ma le tue consolazioni ristorano l’anima mia. 1

3. Aria (Soprano):
Sospiri, lacrime, cruccio, difficoltà,
brama angosciosa, paura e morte
rodono il mio cuore oppresso,
io provo strazio, dolore.

4. Recitativo (Tenore):
Perché mai, mio Dio,
nella mia difficoltà, nella mia paura e titubanza
mi hai completamente abbandonato?
Ah! Non riconosci tuo figlio?
Ah! Non odi il lamento
di coloro che sono a te legati
da un patto di fedeltà?
Tu eri la mia gioia
ed ora mi sei divenuto crudele;
ti cerco in ogni luogo,
io chiamo e grido a te –
Ma il mio grido di dolore
sembra ora che ti sia affatto sconosciuto.

5. Aria (Tenore):
Fiumi di lacrime salate,
flutti sempre mi assalgono mugghiando.
Onde in tempesta mi feriscono,
e questo mare pieno di affanni
vuole fiaccarmi lo spirito e la vita.
L’albero e l’ancora vogliono spezzarsi,
ecco, sprofondo nell’abisso,
laggiù vedo nella gola dell’inferno.

6. Coro:
Perchè ti rattristi, anima mia,
e sei così inquieta dentro di me?
Confida in Dio; poiché ancora lo ringrazierò,
lui ch’è l’aiuto del mio volto e il mio Dio.


 


SECONDA PARTE

7. Recitativo (Soprano, Basso):
Die Seele:
Ach Jesu, meine Ruh,
Mein Licht, wo bleibest du?
Jesus:
O Seele sieh! Ich bin bei dir.
Die Seele:
Bei mir? Hier ist ja lauter Nacht.
Jesus:
Ich bin dein treuer Freund,
Der auch im Dunkel wacht,
Wo lauter Schalken seind.
Die Seele:
Brich doch mit deinem Glanz
Und Licht des Trostes ein.
Jesus:
Die Stunde kommet schon,
Da deines Kampfes Kron
Dir wird ein süßes Labsal sein.

8. Aria (Duetto: Soprano, Basso):
Die Seele:                                                          Jesus:
Komm, mein Jesu, und erquicke
                                                                        Ja, ich komme und erquicke
Und erfreu mit deinem Blicke
                                                                       Dich mit meinem Gnadenblicke
Diese Seele
                                                                       Deine Seele
Die soll sterben
                                                                       Die soll leben
Und nicht leben
                                                                      Und nicht sterben
Und in ihrer Unglückshöhle
                                                                      Hier aus dieser Wundenhöhle  
Ganz verderben.
                                                                       Sollst du erben
Ich muß stets in Kummer schweben,
                                                                       Heil durch diesen Saft der Reben
Ja, ach ja, ich bin verloren!
                                                                       Nein, ach nein, du bist erkoren!
Nein, ach nein, du hassest mich!
                                                                       Ja, ach ja, ich liebe dich!
Ach Jesu, durchsüße mir Seele und Herze! 

Entweichet, ihr Sorgen, verschwinde, du Schmerze!
Komm, mein Jesu, und erquicke
                                       Ja, ich komme und erquicke
Mich mit deinem Gnadenblicke!
                                Dich mit meinem Gnadenblicke.

9. Chorus und Choral:
Sei nun wieder zufrieden meine Seele,
Denn der Herr tut dir Guts.

Was helfen uns die schweren Sorgen,
Was hilft uns unser Weh und Ach?
Was hilft es, daß wir alle Morgen
Beseufzen unser Ungemach?
Wir machen unser Kreuz und Leid
Nur größer durch die Traurigkeit.  

Denk nicht in deiner Drangsalhitze,
Daß du von Gott verlassen seist,
Und daß Gott der im Schoße sitze,
Der sich mit stetem Glücke speist.
Die folgend Zeit verändert viel
Und setzet jeglichem sein Ziel.  

10. Aria (Tenore):
Erfreue dich Seele, erfreue dich, Herze,
Entweiche nun, Kummer, verschwinde, du
                                                                  Schmerze.
Verwandle dich, Weinen, in lauteren Wein,
Es wird nun mein Ächzen ein Jauchzen mir sein!
Es brennet und flammet die reineste Kerze
Der Liebe, des Trostes in Seele und Brust,
Weil Jesus mich tröstet mit himmlischer Lust.

11. Chorus:
Das Lamm, das erwürget ist, ist würdig zu nehmen Kraft und Reichtum und Weisheit und Stärke und Ehre und Preis und Lob.
Lob und Ehre und Preis und Gewalt sei unserm Gott von Ewigkeit zu Ewigkeit. Amen, Alleluja!     


SECONDA PARTE

7. Recitativo (Soprano, Basso):
L’anima:
Oh, Gesù, mia pace,
mia luce, dove sei?
Gesù:
O anima, guarda! Io sono vicino a te.
L’anima:
Vicino a me? Qui c’è soltanto notte.
Gesù:
Io sono il tuo fedele amico,
che veglia anche nell’oscurità,
dove non ci sono che esseri maligni.
L’anima:
Vieni dunque con lo splendore
e la luce della tua consolazione.
Gesù:
Già è vicina l’ora
in cui la corona della tua lotta
sarà per te un dolce conforto.

8. Aria (Duetto: Soprano, Basso):
L’anima:                                                             Gesù:
Vieni, Gesù mio, e ristora
                                                                          Sì, io vengo e ristoro
e rallegra col tuo sguardo
                                                                          te col mio sguardo di grazia
quest’anima
                                                                          la tua anima
che deve morire
                                                                         che deve vivere
e non vivere
                                                                          e non morire,
e nel cavo della sua infelicità
                                                                          qui da questo cavo di ferite

andare completamente in rovina.
                                                                          tu erediterai
Io son costretta a vivere sempre nel dolore
                                                                          salvezza grazie a questo succo della vite.
Sì, oh sì, io sono perduta!
                                                                          No, oh no, tu sei eletta!
No, oh no, tu mi odi!
                                                                           Si, oh sì, io ti amo!
Ah, Gesù, riempimi di dolcezza l’anima e il cuore!
                              Dileguatevi, pene, sparisci, dolore!
Vieni, mio Gesù, e conforta
                                              Sì, io vengo e conforto
me col tuo sguardo di grazia!
                                     te col mio sguardo di grazia.

9. Coro e corale:
Sii dunque di nuovo contenta, anima mia,
poiché il Signore ti fa del bene.
A che ci servono le gravi preoccupazioni,
a che ci serve il nostro lamentarci?
A che ci serve che ogni mattino
sospiriamo sulle nostre avversità?
La nostra croce e la nostra pena
non facciamo che ingrandirla con la tristezza.
Non pensare nell’ardore del tuo tormento
d’essere abbandonato da Dio
e che Dio sia uno che se ne sta beato da solo
godendosi la sua perenne felicità.
Il futuro cambia molte cose
e pone a ciascuno la sua meta.

10. Aria (Tenore):
Rallegrati, anima, rallegrati, cuore,
dileguati, cruccio, sparisci, dolore,

tramutati, pianto, in puro vino,
il mio gemito diverrà ora giubilo!
Arde e fiammeggia la purissima candela
dell’amore, del conforto, nell’anima e nel petto,
poiché il mio Gesù mi consola con gioia celeste.

11. Coro:
L’Agnello ch’è stato immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza e sapienza e forza e onore e gloria e lode.
Lode e onore e gloria e potenza sia al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen, alleluia!

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