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I BENANDANTI A MONFALCONE Stampa E-mail
I BENANDANTI A MONFALCONE


Con il prof. Andrea Del Col
docente di Storia della Riforma e della Controriforma
alla Facoltà di Lettere dell’Università di Trieste



Conferenza per il ciclo
“Monfalcone e la sua storia”
promosso da:
Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste
Assessorato alla Cultura del Comune di Monfalcone
Dipartimento di storia e storia dell’arte dell’Università degli studi di Trieste



Monfalcone, 8 aprile 2005
Sala Consiliare del Comune di Monfalcone



I benandanti di Monfalcone processati dall’Inquisizione di Aquileia e Concordia durante i due secoli e mezzo della sua attività furono tre: Toffolo di Buri, pastore a Pieris, nel 1583 e 1586; Caterina Domenatta, levatrice, nel dicembre 1587 e gennaio 1588; Giovanna Summagotta, contadina, nel 1648. Dalla lettura della documentazione conservata si ha un’idea di quello che essi credevano e facevano. Molto interessante risulta la denuncia anonima presentata contro Toffolo poco prima del 18 marzo 1583 perché riferisce una serie di affermazioni sui benandanti e le loro battaglie notturne contro le streghe e gli stregoni per ottenere la fertilità dei campi, fatte da Toffolo e sentite dal denunciante nella vita quotidiana, fuori da un’aula di tribunale. La trascrizione di questo processo formale inedito si trova in appendice.
Nella causa di Caterina, vedova di Domenico Furlan, detto Domenatto, si può leggere invece la descrizione di come questa levatrice abbia tentato di impedire con un’operazione magica che il figlio appena partorito da Pasqua, moglie di Battista Furlanetto, non corresse il rischio di diventare benandante, essendo nato podalico. Il padre della levatrice e il nonno materno del bambino infatti erano stati entrambi benandanti. In questo caso fu il parroco di Monfalcone, don Vincenzo Amorosi, a fare la denuncia con una lettera del 1° dicembre 1587 all’inquisitore, nella quale così raccontava il fatto:

questa rea femina fatochiera persuase la sua madre che, se ella non voleva che questo tal fanciullo fosse benandante o strigone, lo volesse inspedarlo in uno spiedo da fuogo et aggirarlo non so quante volte intorno al fuogo, così la madre acconsentì al volere di questa trista, lo ispedorno et l’aggirono tante volte che le parve, avante che fosse batezado.

Il racconto per sentito dire non è così ricco come le deposizioni al riguardo fatte dalla madre del bambino e dalla levatrice, interrogate dall’inquisitore fra Giovanni Battista Angelucci da Perugia il 13 dicembre tra altri testimoni a Monfalcone, nel convento francescano di Santa Maria delle Grazie:

Già dui mesi incirca io partorii un putto quasi morto, il qual fu da Catherina Domenatta allevatrice levato et governato secondo il solito, la qual poi, perché dicto putto era nato con li piedi avanti, disse: «Se havessimo uno spedo, saria ben fatto a metterlo sopra et voltarlo attorno, accioché non andasse fuora la notte benandante». Et così pigliato un spedo, lo pose sopra ligato con duoi ligami et lo voltò tre volte attorno, discosto alquanto dal foco, come mi dissero et poi me lo dette nel letto appresso me, non sapendo io che ciò facessero, né mi addimandoro di farlo, se non doppoi me lo dissero, né so che detta Catherina habbia fatto simil cose altre volte.
Io sonno allevatrice de figliuoli, et essendo nato un putto li giorni passati con li piedi avanti, il qual da me levato, io dissi al padre et alla madre: «Le comadre vecchie hanno sempre havuto per costume di inspedare le creature che nascono con li piedi avanti et girarle tre volte al foco, accioché non vadino in strighezzo», et così d’authorità del padre et della madre io lo voltai con le mani attorno il spedo che dal proprio padre era tenuto alquanto discosto dal foco.


Il processo contro Giovanna Summagotta è molto più lungo, non l’ho letto e rimando per le poche notizie note alla pagina che scrive al riguardo Carlo Ginzburg nel suo libro I benandanti. Mentre i primi due monfalconesi fanno parte dei processi iniziali contro i benandanti, questa contadina rientra nell’attività di fra Giulio Missini da Orvieto, che alla metà del Seicento fu l’inquisitore molto deciso che convinse i benandanti di essere stregoni che andavano al sabba. L’operato suo e degli altri giudici di fede che collaboravano con lui è in corso di studio da parte di Dario Visintin, che pubblicherà un libro presso le Edizioni Università di Trieste.

1.    L’attività complessiva dell’Inquisizione in Friuli
Dai documenti sui benandanti monfalconesi non si riescono a cogliere delle caratteristiche particolari rispetto al mito complessivo dei benandanti, diffuso soprattutto nel Friuli centro-orientale e meridionale. Questo mito è stato di recente sottoposto ad una nuova analisi, dopo lo studio pionieristico di Carlo Ginzburg, e per meglio intendere il suo sviluppo cronologico dal 1575 ai primi decenni del Settecento è utile metterlo in rapporto con il complesso dell’azione svolta dall’Inquisizione di Aquileia e Concordia nel corso dell’età moderna. I benandanti processati in vario modo o semplicemente denunciati furono una settantina in varie località del Friuli centro-meridionale su circa 2.700 imputati, denunciati o processati per una decina di categorie di eresia formale o di sospetto di eresia. Le cause per magia e stregoneria sono le più numerose e coprono circa il 40% del totale. Le condanne a morte comminate furono 15, di cui 5 eseguite, tutte durante il Cinquecento, la maggior parte per adesione alle idee della Riforma. Il Sant’Ufficio aveva due sedi principali, a Udine e a Portogruaro, e nel primo Seicento vennero costituiti dei vicariati foranei dell’Inquisizione in alcune cittadine friulane, ma non a Monfalcone. Questa cittadina dunque, pur essendo importante perché dotata di un provveditore veneziano, dipendeva direttamente dall’inquisitore risiedente ad Udine. I processi contro i benandanti non vanno infine considerati a sé, ma devono essere messi in rapporto con la campagna di controllo delle culture popolari condotta dai tribunali del Sant’Ufficio non solo in Friuli, ma in generale in Italia.

2.    Il controllo delle culture popolari nell’età moderna in Italia
Il mito dei benandanti fa parte più in generale delle credenze e pratiche magiche e stregonesche, che avevano un basso grado di “pericolosità” dottrinale e che furono perseguite dal Sant’Ufficio come “superstizioni”, comportamenti sospetti di eresia, per omologarle alla religione cattolica. Lo sforzo attuato fu molto ampio, dato che i procedimenti di tal genere rappresentarono una parte cospicua, poco meno della metà dell’attività giudiziaria complessiva dell’Inquisizione romana tra Sei e Settecento in Italia. La Chiesa cercò cioè di trasformare forzosamente attraverso l’Inquisizione queste credenze più o meno devianti, riportandole alla retta dottrina e a comportamenti consoni con la religione prescritta, con l’aiuto anche dei confessori e dei predicatori, in un periodo in cui una crescente confessionalizzazione della vita religiosa investì il mondo occidentale.
Il problema generale del controllo ecclesiastico sulle credenze e pratiche magiche è stato posto in altri termini per le Chiese e i paesi protestanti. La Riforma si diffuse tardi e superficialmente nelle zone rurali, a differenza di quelle urbane, per il sistema di credenze magico-rituali e il senso del sacro maggiormente radicato nella cultura contadina. Il processo di desacralizzazione e di razionalizzazione della vita religiosa venne tuttavia realizzato in forme più moderate nei paesi luterani, dove la cultura magico-religiosa rurale fu riorientata e si adattò gradualmente, mentre nei paesi riformati svizzeri e anche inglesi venne adottata una linea più drastica, che contrastò e sradicò la visione “magica” della realtà e della religione per arrivare presto ad una religiosità profondamente intesa e ad una concezione razionale, ottenendo così il «disincanto del mondo», come lo chiamò Max Weber. La storiografia recente ha tuttavia messo in luce che questa interpretazione di Weber (e quella dell’etica protestante come spirito del capitalismo) dipendeva da una concezione illuminista e positivista della Riforma come processo di razionalizzazione e secolarizzazione del cristianesimo medievale, approdato infine al liberalismo ottocentesco. Di questa visione si vedono oggi i forti limiti: recenti ricerche stanno infatti mostrando che le trasformazioni religiose e culturali prodotte dal protestantesimo nelle culture popolari non furono così profonde e complete come si pensava e che ci furono permanenze mascherate delle credenze magiche attraverso vari, complicati e interessanti processi di sincretismo.
L’analisi del controllo della magia e stregoneria nell’Italia medievale e moderna si è svolta dalla fine dell’Ottocento agli anni ’70 del Novecento nell’ambito degli studi sulla persecuzione e repressione di queste credenze popolari, considerate irrazionali dagli storici e quindi non meritevoli di studio, senza mai applicare tuttavia il paradigma weberiano. In questo panorama ripetitivo l’unica eccezione è rappresentata dall’innovativa ricerca di Carlo Ginzburg sui benandanti friulani, che ha mostrato come un mito simbolico (e positivo) per la propiziazione della fertilità agraria e per la mediazione tra il mondo dei vivi e quello contiguo dei morti sia stato trasformato nel mito cristiano (e negativo) della stregoneria diabolica che si era strutturata attorno al sabba, con complessi passaggi attraverso processi sincretici. I benandanti maschi e femmine che in origine identificavano le streghe e ne neutralizzavano i malefici, diventarono essi stessi stregoni e streghe non soltanto per gli inquisitori, ma anche nella coscienza di sé e nell’immaginario popolare. In questo lavoro altamente originale Ginzburg privilegiò le rappresentazioni culturali, le concezioni e le percezioni di sé dei benandanti, mostrandone il senso che avevano per loro, ma tenne contemporaneamente presente sia il processo di deculturazione delle concezioni e pratiche magico-religiose popolari intrapreso dagli inquisitori (e da vescovi, teologi, predicatori, parroci) sia quello di acculturazione nelle nuove dottrine teologiche e pratiche devozionali.

3.    Caratteristiche interne e parabola storica del mito dei benandanti
Ginzburg è stato il primo studioso a tornare agli archivi dopo le ricerche degli inizi Novecento e a cercare e sfruttare nuova documentazione. L’importantissima scoperta effettuata negli archivi della repressione allora normalmente chiusi fu utilizzata dal grande ricercatore soprattutto per mettere in luce la presenza in Europa di varie e diverse culture popolari accanto e sotto all’unica cultura cristiana. Infatti mentre gli studi antropologici sulla magia e stregoneria dei popoli cosiddetti primitivi, che vivono o vivevano in società semplici, con culture non complesse, hanno rilevato che le credenze e le pratiche magiche e religiose di questi popoli sono le più varie, molto diverse tra loro, anche se hanno ovviamente alcune strutture di fondo in comune e sono quindi comparabili, invece nelle società europee del medioevo e dell’età moderna, molto più complesse in tutti i campi, la religione era unica, il cristianesimo, anche se permanevano notevoli minoranze ebree e musulmane, che vennero alla fine espulse, oppure ghettizzate, convertite e omologate. Nell’età moderna il cristianesimo si è diversificato in tre versioni istituzionalizzate: la cattolica, la luterana e la riformata, più le frange radicali, ma la storiografia odierna le considera varianti di una stessa religione, piuttosto che religioni diverse. Anche nella magia e soprattutto nella stregoneria diabolica si riscontra una sorprendente uniformità nella storia europea, sia pure con sviluppi nel tempo e molte varianti locali.
I benandanti scoperti da Ginzburg sono uno dei casi meglio documentati in Europa di una credenza magico-religiosa fondamentalmente autonoma dal cristianesimo, anche se con alcuni elementi cristiani, non si sa quando sviluppatasi, ma storicamente attestata alla metà del Cinquecento. Il loro mito dimostra che in occidente non ci fu solo la cultura cristiana, e contemporaneamente le loro vicende processuali fanno vedere come mai il cristianesimo è diventato l’unica forma religiosa: vincendo e cancellando le culture popolari con la forza della cultura dotta e con il potere dei ceti dominanti. I benandanti erano maghi e maghe (buoni) che difendevano dalla parte di Dio e a favore della comunità i raccolti in battaglie notturne contro stregoni e streghe (cattivi), parlavano con i morti per ricavarne insegnamenti e consigli per i vivi, curavano le fatture delle streghe: erano a tutti gli effetti dei controstregoni. Il primo processo dell’Inquisizione iniziò nel 1575 e tra allora e la metà del Seicento, nel corso di settanta-ottant’anni, essi cambiarono per le pressioni degli inquisitori e per la debolezza interna del mito e si trasformarono in stregoni che andavano al sabba.
Le loro credenze comprendevano dunque tre filoni, interconnessi tra loro: uno agrario, uno funebre e uno terapeutico. I benandanti agrari erano prevalentemente uomini, mentre quelli che parlavano con i morti erano di solito donne. Entrambi avevano dei metodi particolari per identificare streghe e stregoni e neutralizzare i loro sortilegi e malefici. Ginzburg mise in luce soprattutto i primi due filoni, in quanto tipici ed esclusivi dei benandanti, mentre quello terapeutico fu lasciato ai margini, in quanto condiviso con altri guaritori, poco connesso con il problema della deculturazione o dei rapporti tra cultura dominante e cultura popolare e non ancora preso in considerazione allora dagli storici.
Dopo la pubblicazione dello studio nel 1966, il quadro complessivo dei benandanti non è stato modificato. Soltanto Ginzburg lo ha meglio inserito nei miti e riti a sfondo sciamanico che ha analizzato nella sua proposta di decifrazione del sabba: Storia notturna (1989). Miti simili a quelli agrari dei benandanti si ritrovano nell’area europea orientale (kresniki in Slovenia, Istria, Dalmazia, Bosnia, Erzegovina, Montenegro; mazzeri in Corsica; táltos in Ungheria; lupi mannari in Livonia; sciamani in Lapponia; burkudzäutä in Ossetia), mentre ci sono analogie tra il filone funebre dei benandanti e i viaggi estatici al seguito di divinità prevalentemente femminili in Scozia, Francia, Renania, Italia centrosettentrionale, Sicilia. Il Friuli infatti è praticamente l’unico posto in Europa dove ci fu un incrocio tra le prime tradizioni, slave, e le seconde, germaniche (o celtiche).

4.    Scomparsa dei benandanti?
Quando uscì la ricerca sui benandanti le conoscenze riguardanti l’Inquisizione romana, la sua attività e le sue procedure erano molto meno sviluppate e si prestava minor attenzione ai giudici e al loro operato. Nel frattempo sono avanzati anche gli studi di storia antropologica e su queste basi le vicende processuali di questi controstregoni sono state spiegate in altro modo, in riferimento cioè sia al mutare degli inquisitori che alle permanenze di elementi del mito nelle fonti folkloriche del tardo Novecento. I giudici di fede non furono un corpo monolitico di funzionari ossequenti alle direttive della Congregazione romana, ma avevano le proprie personali convinzioni, non sempre evolute come quelle dei moderati e scettici cardinali inquisitori, e talvolta anche in disaccordo con essi. La scomparsa del filone agrario, quello più caratteristico e più acristiano, sembra essere avvenuta per un cambiamento intercorso nelle scelte dei giudici, che non approfondirono più l’argomento, piuttosto che per una disgregazione delle credenze popolari, che invece si adattarono alle nuove condizioni culturali con processi sincretici, in parte attestati dalle fonti inquisitoriali.
Le idee e le scelte dei singoli giudici, la rosa dei delitti perseguiti, le procedure adottate sono elementi conoscitivi determinanti per una corretta interpretazione di quanto dissero i benandanti o i testimoni in risposta alle domande dei giudici. Infatti l’unico processo in cui appare per esteso e in dettaglio la descrizione delle battaglie notturne è il primo, in cui l’inquisitore che nel 1580 interrogò gli imputati, fra Felice da Montefalco, era deciso a dimostrare la loro eresia per superare un contrasto giurisdizionale con l’altro giudice, il vicario patriarcale, e quindi era interessato alla descrizione delle battaglie notturne per individuarvi elementi dell’apostasia al demonio, e poco gli importava delle pratiche terapeutiche. I due rei vennero alla fine condannati all’abiura e ad una serie di penitenze spirituali non perché sospetti di eresia, come sarebbe dovuto avvenire, ma addirittura in quanto eretici formali.
Nella prima metà del Seicento lo scopo precipuo del tribunale divenne il controllo della magia, stregoneria, malefici: ai giudici interessarono più le pratiche curative dei benandanti e meno gli strani miti agrari e le processioni dei morti, e perciò fecero poche domande su questi ultimi temi. Ma c’era giudice e giudice: c’erano quelli che non credevano alla realtà effettiva del sabba, e davanti a loro gli imputati rivelarono le credenze tipiche dei benandanti (i giudici di fede veneziani nel processo contro Maria Panzona), c’erano quelli che ci credevano, e davanti a loro i benandanti le trasformarono nel sabba diabolico (il parroco di Latisana che interrogò per primo Maria Panzona, fra Ludovico Sillani da Gualdo, soprattutto fra Giulio Missini da Orvieto, ma questo non avvenne in tutti i processi). Gli sparuti cenni spontanei fatti dai benandanti ad alcuni elementi tipici del mito agrario vennero lasciati cadere da quest’ultimi giudici perché ritenuti irrilevanti. I benandanti processati non vennero sottoposti a tortura né condannati duramente, anzi parecchi procedimenti non furono conclusi.
Il caso che più colpisce è quello di Maria Panzona, abitante a Latisana: interrogata nel 1619 dal parroco del paese con autorità di vicario dell’Inquisizione di Venezia e a distanza di un mese dai giudici veneziani, diede due versioni così contrastanti che hanno fatto pensare ad una falsificazione dei verbali. La donna cioè si confessò strega diabolica che con altre andava al sabba a Latisana, mentre di fronte a patriarca, nunzio apostolico e inquisitore di Venezia ritornò benandante. Non ci fu nessuna falsificazione, soltanto la forza suggestionante del processo e i contrastanti atteggiamenti dei giudici, che sollecitarono e provocarono confessioni differenti a seconda dei propri differenti presupposti.
Alla metà del Seicento il mito dei benandanti fuori dalle aule dei tribunali era ancora vivo, tant’è vero che dal Friuli orientale e dal monfalconese si diffuse a Frisanco e Fanna, nella pedemontana e montagna del Friuli occidentale, come si può notare nel caso di Matteo, un bambino benandante iniziato ai misteri del mito agrario dalla nonna, accusato dal parroco e accompagnato dal padre davanti all’inquisitore.
Nella seconda metà del Seicento e nel Settecento l’attenzione del Sant’Ufficio si incentrò ulteriormente sul controllo delle pratiche curative e magiche, e i benandanti non furono quasi più interrogati di persona, per cui da denunce e informazioni risultano solo l’attività terapeutica e l’identificazione delle streghe (come d’altronde nelle prime testimonianze del 1575, lasciate cadere dal vicario patriarcale Giacomo Maracco). Con il maggior utilizzo della procedura sommaria invece del processo formale l’Inquisizione si rivolse sempre più ai crimini individuali (operazioni magiche, malefici, abuso di sacramenti, patto individuale con il diavolo) piuttosto che a fenomeni collettivi, quali erano le battaglie mitiche dei benandanti ma anche il sabba, che quindi scomparvero anche per questo motivo dai verbali. L’assimilazione delle battaglie notturne dei benandanti per la fertilità dei raccolti al sabba diabolico fra Cinque e Seicento avvenne sicuramente nei giudici e nei benandanti durante gli interrogatori, fu indotta cioè da alcuni inquisitori in alcuni benandanti processati, ma è molto meno sicuro che avvenisse nelle credenze effettive dei benandanti vive nella comunità.
Tali credenze infine sono ben documentate ancora per alcuni decenni del Settecento, anche se riguardavano soltanto le capacità dei benandanti di individuare le streghe e liberare dai malefici. I benandanti restarono un’alternativa alle cure mediche, alle pratiche esorcistiche e alle invocazioni dei santi guaritori in un periodo in cui la medicina ufficiale era poco diffusa, stentava ad ottenere risultati e aveva ancora una forte concorrenza da parte di praticoni e curatrici. La loro cultura assimilò alcuni aspetti della demonologia dominante, creò dei sincretismi, si adattò a forme rinnovate. Questi benandanti tardi non erano le figure eroiche del Cinquecento, ma erano ancora generosi, impastati di furbizia e di varia umanità, capaci di infilarsi nei piccoli o grandi drammi prodotti dalle disgrazie altrui e approfittarne talvolta per piccoli interessi egoistici. Le loro credenze permasero anche nei secoli seguenti. Nell’Ottocento tuttavia si perse il significato del termine e l’idea del mito complessivo, ma alcuni elementi tipici dei benandanti si ritrovano in modo parziale e frammentario nelle fonti folkloriche raccolte nell’ultimo decennio del Novecento, anzi forse continuano fino a oggi, se si dà credito alle esperienze riferite da qualche friulano.
 
Appendice

Processo formale contro Toffolo di Buri, «armentaro» a Pieris*

1.    Denuncia anonima contro Toffolo di Buri
[ante 18 marzo 1583]

In Pieris, villa del territorio di Monfalcone, si ritrova uno chiamato per nome Tofulo di Buri, armentaro di essa villa, il quale afferma di essere ben’andante et che per ispatio d’anni 28 incirca è necessitato di andare ogni quattro tempora in compagnia di altri ben’andanti a combattere contra li strigoni et streghe (lasciando il corpo sul letto) in ispirito, ma vestito di quelli istessi habiti che portar suole il giorno;
che quando è astretto d’andare a combattere, gli viene un sonno profondissimo e dormendo con la pancia in su, si sente ne l’uscir del spirito mandar fuori tre gemiti, come sogliono spesse fiate fare quelli che moiono;
che circa la mezza notte gli esce lo spirito et sta fuori del corpo tre hore tra l’andare, tra il combattere et il ritornare a casa;
che se non va a l’hora, egli viene aspramente bastonato;
che detti ben’andanti, streghe et strigoni sono al numero di tremila et più, i quali vengono da Capo d’Istria, Muggia, Trieste et territorio di Monfalcone, et altri luoghi del Carso;
che quando vanno a combattere li ben’andanti portano per sue arme virgulti di fenocchi, alcuni a piè et alcuni a cavallo; li strigoni portano seco per combattere quei legni, coi quali si suole nettare //1v/ i forni quando si vole cocere il pane; le streghe poi combattono con la canne gargane, alcune delle quali cavalcano galli, alcune gatte et alcune cani et becchi, se ben mi ricordo che dicesse;
che una donna di Ronchis del detto territorio cavalca un gallo;
che le streghe combattendo danno di grande bastonate alli ben’andanti con esse canne;
che esso Toffolo è l’alfiero di detti ben’andanti et cavalca un roncino (?) d’uno di Ronchis, quando va in battaglia;
che pare di vedere un esercito, essendo e tamburino e trombetta et capitanii;
che ’l trombetta è (se ben mi ricordo) di Trieste et lo tamburino di Capo d’Istria, il capitano non vuole dire di che luogo egli vien, perché ha paura di non essere battuto;
che se si palesasse i nomi di questa gente, vengono severamente bastonati coloro che ciò facessero;
che i ben’andanti erano restati vittoriosi tre quattro tempora et che se vincessero anco le quattro tempora di quadragesima, bisognarebbe che li strigoni et le streghe gli facessero (come egli dice) di beretta;
che quando i ben’andanti sono vittoriosi, in quell’anno è abondanza et quando gli avversari vincono, regnano tempeste et perciò si cagiona la carestia in quell’anno;
che in Pieris si ritrova essere tredeci persone de l’una et l’altra setta et in Ronchis circa 40 in 50, se ben mi ricordo; //2r/
che una donna strega non troppo lontana da Monfalcone molge il latte delle vacche con una corda, se ben le vacche sono da lei lontane et d’altri, purché ella possa havere del latte delle vacche prima che ’l vitello incominci a lattare, affermando costui che se ’l latte cade in terra prima che la detta donna lo tiolga, essa non ha virtù alcuna di poter succhiare detto latte per la corda;
che è una donna in Ronchis che, volendo ella, ogni donzella alla quale donerà qualche cosa, arderà de l’amore di chi essa donna vorrà et è astretta a compiacer l’amante;
che anco i turchi, gli hebrei et gli heretici in numero infinito fanno passaggio et combattono, come si fa negli eserciti, ma separatamente dalle sette di sopra nominate;
che i ben’andanti, li strigoni et le streghe vanno a combattere a Santa Croce nel Carso su una pianura non troppo longi d’una chiesa;
ch’egli desidera infinitamente di potersi liberare da questo carico d’andare alfiero come di sopra è detto, et dice che si riputarebbe felice se tal liberatione posse ottenere;
che egli si confessa et si communica et crede ciò che crede la Chiesa romana, ma non può far di manco che non vada come di sopra, et parmi che dicesse non so che di camisciola nella quale nascono alcuni; //2v/
che i ben’andanti incominciano andare a combattere all’hora che hanno 25 anni et egli d’indi in poi sempre è andato come di sopra insin al presente;
che sono alcune streghe che con l’arte del Diavolo mangiano le carni dei fanciulli piccoli, ma non si vede alcun segno che siino state mangiate, ma quelle creature vanno a poco a poco mancando, che se ne moiono remanendogli solamente la pelle et gli ossi;
che una volta viste una donna, la quale haveva apparecchiato il foco per abbrucciare una creaturina poco avanti nata, et esso riprendendola disse: «Ah, che voitu fare?», et essa all’hora lasciata la creatura si convertì in una gatta et scampò via.
Racconta ancora altre cose che da lui si potranno intendere.

Die veneris 18 martii 1583.
 etc. //Congregatis in castro Utini reverendissimo domino Paulo Bizantio, episcopo Catharensi, suffraganeo et vicario Aquileiensi generali, nec non reverendo patre magistro Bonaventura Vivaruccio, guardiano conventus Sancti Francisci de Cividato, commissario Sanctae Inquisitionis, assistente clarissimo domino locumtenenti et excellentissimo domino Manphredo Caprileo, doctore, et lectis praedictis, fuit deliberatum pro nunc detinendum esse Thopholum praedictum et ipsum constituendum super praemissis3r/


2.    Antonio Zorzi ad Antonio Cavalli
Monfalcone, 20 marzo 1583

Clarissimo come padre honorando,
questa matina da Zuanne, official di monsignor vicario patriarchale, me furono consignate lettere di vostra magnificentia clarissima de dì 18 del presente, per le quali le me scrive che la manda de qui alcuni ministri della corte sua per far la retentione di Toffolo da Pieris armentaro, ricerchandomi però a prestar ogni mio suffragio et aiuto ad essi ministri, perché possano sicuramente et con prestezza far tal retentione, et sicome in dette sue lettere se contiene, onde io per far il servitio compito alla magnificentia vostra clarissima diedi ordine al mio cavalier che dovesse mandar in essecutione cotal suo ordine et ben de qui non è comparso altro (?) ministro della sua corte, ma solamente detto official di sua signoria reverendissima, il qual mio cavalier ha fatto il servitio, et ha retento detto Toffolo et posto in queste mie pregioni. Ma perché esso official solo non può condur solo de lì esso Toffolo se ne ritorna, però la magnificentia vostra clarissima li farà assignar tanti homini che siano bastanti a venir de qui et condurlo de lì sicuro, che fra tanto sarà custodito, advertendo la magnificentia vostra clarissima che sia contenta far mandar la mercede della detta retentione al detto mio cavaliero, il qual inmediate ha fatto il servitio come si deve. Alla magnificentia vostra clarissima, non essendo queste per altro, molto mi raccomando.
Di Monfalcone, il dì 20 di marzo 1583.
Antonio Zorzi, podestà di Monfalcone.

[A tergo:] Al clarissimo signor Antonio di Cavalli, dignissimo luogotenente general della patria del Friuli, quanto padre honorando. //2v/

Die veneris primo iulii 1583.
Congregatis in ecclesia Sancti Ioannis a Plathea de Utino reverendo patre inquisitore et magnifico ac reverendo omino Ioanne Nicolao Archano, canonico Utinensi et vicario Aquileiensi substituto, assistente clarissimo domino locumtenenti et excellentibus dominis Iosepho Fabritio et Christophoro Susana, decretum fuit quod per unum nuntium huius Sancti Officii accerssatur ut eius constituto haberi possit et ex eo iudicari quid in hoc casu agendum sit. //4r/



3.    Antonio Zorzi a Paolo Bisanti e fra Felice Passeri
Monfalcone, 18 luglio 1583

Reverendissimi signori miei, hoggi mi sono state presentate le sue di XI del presente da Iseppo Galerio, official del Santo Officio dell’Inquisitione d’Aquilegia, dalle quale havendo veduto quanto le desiderano da me, in risposta le dico che, attrovandosi alla visita di questo loco li clarissimi signori syndici et avogadori in Terraferma, non posso lassare partire li ministri della mia corte per far la retentione di Tofolo de Buri, armentaro et pastore della villa de Pieris, altre volte a sua richiesta retenuto dalla corte mia et poi relassato, ma tanto presto che siano espediti da qui detti clarissimi signori syndici, non mancherò di far essequir cotal suo desiderio. Et con questo fine espedendo detto suo official, a vostre signorie reverendissime molto me raccomando.
Di Monfalcone, il dì de lune 18 di luglio 1583.
Di vostre signorie reverendissime come fratello, Antonio Zorzi, podestà.

[A tergo:] Alli reverendissimi signori, il vescovo di Catharo, suffraganeo et vicario generale d’Aquilegia, et frate Felice de Montefalco, inquisitor generale d’Aquilegia, come fratelli honorandi. //5v/


Die veneris 16 septembris 1583.
Congregatis in ecclesia Sancti Ioannis a Plathea de Utino magnifico et reverendo domino Francisco Susana, canonico Aquileiensi et in patriarchatu ac dioecesi Aquileiensi vicario substituto, et reverendo patre magistro Felice de Montefalco, generali inquisitore Aquileiensi, cum assistentia clarissimi domini locumtenentis et interventu excellentium iuris utriusque doctorum dominorum Iosephi Fabritii et Christophori Susanae, decretum fuit quod reverendus pater inquisitor accedat ad locum Montisfalconi una cum me cancellario ad inquirendum an contenta in praemissa denuntia vera sint et testes quos sibi visum fuerit super praemissis examinandum, eidem omnes et singuli vices et facultates ac omnimodam eorum auctoritatem tribuentes.

Die veneris 7 novembris 1586.
Decretum fuit in plena congregatione quod praedictus Topholus citetur ad se tuendum a praemissis imputationibus, aliter etc.
Paulus etc., frater Ioannes Baptista etc. Dilecto etc. Tophulo de Butrio, armentario villae Pieris, territorii Montisfalconi, salutem etc. Quia de persona tua talia ad nostram notitiam sunt deducta, quae si vera essent de fide redderent te suspectum, ideo ex debito officii nostri tenore etc. citamus te quatenus pro die veneris proxime futura coram etc. personaliter compareas ad te tuendum et excusandum a praemissis imputationibus, quatenus id facere intendas, aliter procedemus ad tui expeditionem, prout iustitia suadebit, contumatia vel absentia tua in aliquo non obstante. In quorum etc.
Utini, die veneris 7 mensis novembris 1586.


Die veneris 14 novembris 1586.
Retulit Ioseph de Lavariano, nuntius iuratus Sancti Officii, se haesterna die fuisse ad villam Pieris, ibique facta diligenti inquisitione nec non et in quibusdam aliis circumvicinis locis pro inveniendo praedictum //5v/ Tophulo, sed ipsum reperire minime potuisse, et sibi dictum fuisse quod in mense augusto proxime decurso ex eo loco discessit et nescitur quo in loco ad praesens reperitur, et sic re infecta rediisse ipsum nuntium.

 

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