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IRREDENTI REDENTI. UNA DIALETTICA ITALO-AUSTRIACA Stampa E-mail
IRREDENTI REDENTI.
UNA DIALETTICA ITALO-AUSTRIACA

 
Conferenza di Renate Lunzer



Trieste, 5 maggio 2003,
Sala Baroncini delle Assicurazioni Generali
Conferenza in occasione della pubblicazione del libro di Renate Lunzer
"Triest. Eine italienisch-österreichische Dialektik"
(Klagenfurt, Wieser, 2002)










Sono molto felice di vedere stasera nella Sala Baroncini molti personaggi della vita culturale, triestini e goriziani, molti amici che mi hanno gentilmente aiutata e appoggiata nei modi più vari, quando, durante un lungo soggiorno a Trieste, stavo raccogliendo il materiale per il mio libro.
Vorrei ringraziare innanzitutto il Signor Presidente del Circolo della Cultura e delle Arti come pure il Professor Guagnini del cortese invito che mi dà la possibilità di presentare il mio libro nella città dove è nato e alla quale è in gran parte dedicato. Devo subito aggiungere che sono molto emozionata potendo parlare in questa benemerita istituzione fondata da alcuni dei protagonisti del mio saggio, in specie Giani Stuparich e Biagio Marin. Stuparich aveva auspicato nel suo memorabile discorso inaugurale del 1946 per Trieste una cultura libera, capace di dialogare fecondamente con la migliore cultura europea, un programma che il Circolo della Cultura e delle Arti ha realizzato fedelmente con le sue attività molteplici di alto livello fino a oggi. Sono emozionata anche per il fatto di avere qui al mio fianco, ufficialmente, in veste di Direttore della Sezione Lettere, e quindi come lontano successore di quel Biagio Marin, di cui parleremo più tardi, il Professor Guagnini che dal primo inizio, tanti anni fa, ha guidato i miei passi in questa città ed è sempre stato prodigo nei miei confronti di buoni consigli sia scientifico-bibliografici che pratici, prodigo anche di bei libri e di ospitalità, insomma, Elvio Guagnini, lo studioso, l’uomo di lettere, l’amico, al quale la mia ricerca deve moltissimo.

All’inizio del mio lavoro stava il progetto di indagare sulla mediazione della cultura austriaca, o meglio di certi elementi della cultura austriaca nella Venezia Giulia, a Trieste, a Gorizia, città che è accanto a Trieste la protagonista geografica del mio volume. Trieste dunque come emporio di merce spirituale. Soprattutto volevo prendere di mira alcuni autori e intellettuali che nell’area germanofona erano meno noti del binomio Svevo - Saba, come, appunto, Marin, Stuparich, Alberto Spaini, Guido e Giorgio Voghera e altri ancora, ma dopo un po’ di tempo mi sono immersa in una dimensione molto più profonda - e qui sono debitrice non solo a taluni saggi di Claudio Magris, ma particolarmente anche a storici come Elio Apih, Mario Isnenghi, Arduino Agnelli, Sergio Tavano - una dimensione che più tardi ho definito la “dialettica degli irredenti redenti”. “Irredenti redenti” era anche il titolo originale del mio saggio, ma siccome il concetto della “redenzione” in senso politico non è molto corrente nei paesi di lingua tedesca, ho dovuto cedere alle proteste del mio editore che dichiarò: “Un libro dal titolo <Irredenti redenti> non potrò vendere, tutti lo prenderanno per un opera di filosofia della religione.” Mi sono immersa, dicevo, in una forma mentis di un certo milieu giuliano che ho poi seguito nella longue durée, dalla generazione vociana fino all’autore del Mito absburgico. Il comune denominatore di tutti questi intellettuali, così diversi tra loro, l’ho trovato nella loro enorme importanza per il transfer interculturale, nella loro posizione intermedia tra più mondi. È grazie a loro che l’Italia ha conosciuto meglio il mondo austro-tedesco.
Mi ha affascinato moltissimo il destino dei rappresentanti della grande generazione giuliana degli irredentisti e interventisti democratici che hanno vissuto l’irredentismo come senso morale di apertura all’Europa e che hanno creduto di dover costruire quest’Europa eliminando le potenze del passato, distruggendo quell’Impero plurinazionale al quale dovevano in parte la loro formazione culturale e spirituale. Solo dopo, quando l’oppressione dei regimi totalitari “faceva impallidire le inefficienti vessazioni dell’Austria” e quando “Francesco Giuseppe, in confronto ai nuovi despoti, rischiava di apparire un grande imperatore liberale” - sono parole di Enrico Rocca - , essi avrebbero capito la grandezza di quel mondo che avevano combattuto e sconfitto. L’infelice incontro con la Storia che aveva rotto il loro “ottimismo della volontà” mi ha profondamente colpito, e ho voluto darne testimonianza. Avevano pensato in termini mazziniano-socialisteggianti, avevano rischiato la vita come volontari nelle file italiane e soli quattro anni dopo la redenzione il loro sogno di libertà era svanito. Sono indimenticabili nel loro acume le constatazioni di Elio Apih a proposito dei ripetuti rifiuti di Giani Stuparich di impegnarsi ufficialmente: la sua ritirata nella contemplazione - se vogliamo chiamarla così - sarebbe stata “la conseguenza di un mancato incontro con la storia, della percezione del male come fatto senza confini”.

***

Dopo questi brevi accenni ai motivi e allo sviluppo della mia ricerca vorrei leggere due brani del libro che ho tradotto in italiano. Prima, per darvi un’idea dell’impostazione del lavoro, una parte dell’introduzione:


Introduzione


"I legittimi eredi dell’impero sono i suoi avversari che a suo tempo l’hanno combattuto e che hanno combattuto ancor più duramente i Leviatani che gli sono succeduti [...]"

Claudio Magris, Dietro le parole


Chi si occupa di letteratura della Venezia-Giulia, impara a conoscere - per dirla con Goethe - non solo un mercato interessante di “commercio spirituale generale”, dove diverse nazioni offrivano le loro merci, bensì anche una particolare dialettica di questo mercato. Si tratta della dialettica degli “irredenti redenti”, che dal crollo della monarchia absburgica fino a oggi è rimasta una costante delle attitudes mentales di autori nati nella regione. Questa dialettica, non sempre immune da una dimensione tragica e spesso forte stimolo per i processi del transfer culturale, copre un ampio arco che si può tracciare dall’irredentista Biagio Marin all’ “austrogermanista” Claudio Magris. Cioè un gruppo di scrittori grazie ai quali l’Austria si è impressa nella coscienza culturale degli italiani.
Ci sembra dunque essenziale il fatto che con la “redenzione” dall’Austria - adoperiamo la nomenclatura dell’irredentismo - e la relativa unione alla “madre patria” attraverso “l’ultima guerra d’indipendenza” con tutte le sue conseguenze, il Risorgimento nella Venezia Giulia abbia trovato insieme compimento e tradimento. Qui come in altre aree della Europa centrale solo l’esperienza catastrofica dei “Leviatani” fece chiarezza sulla visione del “mediocre” impero austriaco intorbidita a lungo dalle incrostazioni irredentiste.
Un mondo plurinazionale come la Venezia Giulia fa nascere identità politiche e culturali, che sono di per sé da sempre costituite dalla sfida di alienità e alterità, oppure, citando ancora Goethe, dall’“offerta di merce straniera”. Sorge, però, la domanda, se l’individuo - o il collettivo - è disposto ad esporsi alla tensione della molteplicità o piuttosto a rimuoverla nella nevrosi del nazionalismo. Le tensioni aumentano necessariamente di molto, se il punto d’incrocio tra le culture diventa pomo della discordia o teatro di violente dispute politiche o guerresche, come è successo alla generazione dei “vociani triestini”. Intellettuali, che trovarono il loro primo forum nella rivista fiorentina “La Voce”, anche se dai vociani “italiani”, dai Prezzolini, dai Papini, differivano tanto per il grado avanzato della loro mentalità borghese quanto per la specificità delle loro problematiche. Nati negli anni novanta del 19° secolo e acculturati sotto l’Austria, essi tentarono, schierati intorno al loro “caposcuola” Scipio Slataper, di recuperare all’Università di Firenze la loro italianità. Alla pattuglia triestina, Slataper, Giani e Carlo Stuparich, Guido Devescovi, Alberto Spaini, si associò il gradese Biagio Marin. Emblematici per una cultura polifonica, benché fuori dall’orbita de “La Voce”, sono anche i coetanei goriziani Enrico Rocca e Ervino Pocar, grandi mediatori della letteratura austro-tedesca. Quasi tutti i componenti di questo milieu allo scoppio della prima guerra mondiale optarono per l’Italia mettendo a repentaglio la loro vita stessa. Per alcuni di essi fu una decisione difficile, perché, influenzati sia da Mazzini sia dall’austromarxismo, fino all’ultimo avevano sperato in una trasformazione federalistica della duplice monarchia. Slataper e Carlo Stuparich non tornarono più dalla guerra, mentre i sopravvissuti tra questi irredentisti democratici dopo la caduta della barriera irredentista furono gradualmente coinvolti in processi di interazione e rivalutazione che li resero i più importanti mediatori dell’ eredità austriaca in Italia.
La redenzione e quindi l’unione con l’Italia reale equivalse tuttavia per questi giuliani a una dolorosa revisione della loro platonica idea dell’Italia, tanto più che la patria appena ricuperata cadde quasi immediatamente ostaggio di un falso redentore. E mentre il fascismo cominciava a delimitare olisticamente un territorio con pluralità etniche, linguistiche e culturali, gli ex-irredentisti facevano il contrario: al di sopra delle fratture storiche che essi stessi, combattendo, avevano contribuito a creare e al di là del monolitismo fascista ristabilivano una comunicazione con l’oikuméne frantumata.
Gli anni venti a Trieste non sono soltanto gli anni del fascismo trionfante, sono anche gli “anni della psicanalisi”, vuol dire ricezione del moderno mitteleuropeo in una Trieste posto d’avanguardia, vuol dire testi (Italo Svevo, Umberto Saba) e prassi (Edoardo Weiss e la sua cerchia) che dalla periferia mettono in forse il gesto classicista della cultura “solidificata” rappresentativa del centro. Con gli anni venti coincise anche la giovane età di alcuni autori che si inserivano man mano nella dialettica della “duplice o triplice anima” giuliana. Costoro, tra cui c’erano significativi rappresentanti dell’ebraismo triestino, raggiunsero una loro identità non più in polemica contro l’Austria, ormai ridotta ad uno staterello, bensì contro il soffocante abbraccio della madre Italia, mutatasi in matrigna totalitaria. Che valore aveva l’outillage mental di esistenze pluralistiche per il commercio spirituale di transito lo dimostra benissimo la vicenda dello scout letterario Roberto Bazlen, autentico dio Ermete dell’editoria mitteleuropea, lo dimostra l’istriano Pierantonio Quarantotti Gambini che dal disincanto patriottico, dal “continuo disagio” civile dell’“italiano sbagliato [...] fuori fase” tra i suoi connazionali distilla la sua fine e accorata narrativa, lo dimostra la rassegnata humanitas austriaca dell’“inetto” Giorgio Voghera che contrappone - sulla scia del genialoide padre Guido - la teoria dell’“antiselezione etica” al neo-hegeliano storicismo ottimista e giustificazionista di coloro che non sapevano o non volevano impedire l’ascesa dei Leviatani al potere.
Dopo il 1945 la redenzione - e questa volta possiamo usare la “parola passionale” (R. Musil) senza doppi sensi - si fece attendere nella Venezia Giulia più a lungo che altrove. Trieste, capoluogo ipotetico di un territorio diviso sotto il dominio degli angloamericani e degli jugoslavi, dovette compiere la via crucis del neoirredentismo con tutte le sue complementarità: crebbe la “mitologia della delusione” e risorse il vecchio complesso giuliano dell’ “ultrapatriottismo”, che si sente legittimato nel nome della “vera” italianità a censurare rigorosamente la “miseria morale” e “l’ignavia” dei compatrioti al di là dell’Isonzo. Parte integrante di una “triestinità” formatasi nella frustrazione e nella resistenza è stata la rivalorizzazione dell’ “austriacità” in una intensa evocazione della memoria collettiva. Il discorso generale sulla felix Austria si era così già ampiamente sviluppato e in parte nutrito di clichés e formazioni nostalgiche di carattere evasivo, quando nel 1963 un germanista triestino, Claudio Magris, introdusse nuovi, approfonditi scandagli sulla finis Austriae e il suo significato con la tesi di laurea su Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna.
La riflessione di Magris sull’Austria, oscillante fra critica e intima partecipazione, è un esempio raro di come si possa maneggiare la tradizione senza riprenderla ingenuamente o negarla tout court, essa si capisce nella sua struttura profonda soltanto se reinserita nel suo ancoraggio storico mentale. È una “eredità” l’ambivalenza fondamentale che muove il concetto e fa sì che la dichiarata intenzione di demistificare un mito si confonde col mito. Naturalmente l’allora ventenne autore de Il mito absburgico non era un “irredento” come il suo amico Biagio Marin cinquant’anni prima, tuttavia egli dovette ripercorrere le antinomie dei vecchi irredentisti a livello dei segni: adesione attraverso ribellione. Oggi, “trent’anni [e più] dopo”, Magris stesso definisce il suo primo impegno letterario una necessità “di dovermi appropriare [...] del mio mondo, del suo retroterra, ossia del mio passato prenatale”.

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Ora segue l’inizio del capitolo su Biagio Marin, preso dalla parte centrale del mio libro che tratta della generazione dei triestini “vociani”: Dall’Aquila bicipite alla Lupa romana. Una rencontre difficile con la storia (pp.65-300).
Devo premettere che nel mio saggio trascuro un po’ Biagio Marin come poeta, lo considero piuttosto come zoon politikon, come cittadino, sebbene proprio anche la sua lingua poetica, quel dialetto paleoveneto usato in maniera personalissima, richiedesse un approccio comune sul piano di storia letteraria e su quello di storia delle mentalità. Sappiamo che la lirica mariniana è orientata verso la tradizione filosofico-religiosa tedesca e il “Lied” romantico, ma dimentichiamo qualche volta che anche la sua veste linguistica si spiega - almeno in parte - con la specifica acculturazione del poeta sotto l’Austria. Prima di conoscere bene l’italiano egli si era fatto l’orecchio, allo Staatsgymnasium di Gorizia, con migliaia di versi goetheani, heineani, rilkeani:

[...] la lingua tedesca era molto ricca di monosillabi e bisillabi e [...] quindi un endecasillabo acquista una flessibilità musicale da morirci dentro e una ricchezza di contenuto impensabile in italiano. Io accostai il mio dialetto ricco di semitoni e di tronche a quella lingua e mi accorsi che potevo raggiungere una flessuosità e una musicalità simili a quella. Ecco le mie fonti. Nessun autore italiano è stato per me altrettanto importante e questo l’ho sempre detto; ma i critici preferiscono non ricordarsene perché non conoscono la letteratura tedesca.

Tuttavia, la veste linguistica della sua poesia era il motivo per cui Marin dovette aspettare troppo a lungo, fino al settimo decennio della sua vita, per essere accolto nel Parnaso delle lettere italiane. E la lunga attesa aumentava naturalmente la sindrome dello “straniero in patria”, già presente in Marin.
Ho scelto il brano che segue per illustrare una dimensione di quella dialettica austro-italiana che è messa in evidenza nel sottotitolo della mia monografia, quello che io chiamerei il meccanismo delle “identità saltellanti”, fenomeno, che altri, in altri contesti, hanno definito “l’appartenenza/ inappartenenza” (Arduino Agnelli) della gente di confine. In merito a questo complesso fenomeno mi rifaccio a vicende biografiche di Biagio Marin, altamente emblematiche, di cui due sono state citate molte volte: la scena al Rettorato dell’Università di Vienna nel 1914 e l’episodio svoltosi alla Scuola Ufficiali di Caserta nel 1918. L’interessantissimo caso di Marin è quello di un irredentista e volontario di guerra mai giunto al fronte - contro la sua volontà, ben inteso. Anche qui notiamo una profonda ambivalenza: partecipazione/non-partecipazione alla Prima Guerra Mondale, alla “frattura cranica” dell’Europa, come la chiamò acutamente lo storico altoatesino Claus Gatterer.
Con il breve squarcio (pp. 65-71) del capitolo su Marin che segue vorrei dimostrare, come l’ “interculturazione”, intesa come dinamico coinvolgimento in due mondi, agisce nelle strutture profonde della coscienza, dove risiedono non solo gli stimoli al transfer interculturale, ma dove forse si decidono addirittura malattia e salute...


Biagio Marin, L’irredentista nella montagna incantata

I.1. La malattia come metafora ?

Fiumicello del Friuli, una notte di novembre del 1914. Un giovanotto incespica continuamente nei fili di ferro tesi nei vigneti, si solleva a stento e prosegue nel difficile cammino. Il chiaro della luna al tramonto si mescola già con le prime luci dell’alba, quando sulla sua destra si sentono delle voci. Una pattuglia della guardia di finanza austriaca, un milite dopo l’altro, si vede arrivare su un sentieruolo campestre distante una ventina di passi. Il giovane comincia a tremare e si nasconde dietro un mucchio di sainali. Egli è un soldato del 47° reggimento di fanteria dell’esercito imperial-regio in congedo di malattia; ma ora è in fuga dalla vecchia Austria.
Lassù lo avevano “wissenschaftlich geschult” (“scientificamente istruito”) ed illustri docenti dell’ Università di Vienna si erano preoccupati di rendere appetibile al focoso studente irredentista la monarchia absburgica come incunabolo di una futura Europa federale e come “ideale di convivenza civile tra così diverse nazioni”. Il Magnifico Rettore in persona aveva cercato di impartire una lezione al giovane esaltato, quando questi, in maggio, si fece ricevere da lui in veste di portavoce degli studenti italiani manifestanti in favore dell’Università italiana a Trieste e si dichiarò apertamente per la guerra contro l’Austria. Dolorosamente stupito e in buon italiano il Rettore gli fece osservare che lo giovane Stato italiano non avesse ancora fatto le ossa e potesse, nel caso di una guerra contro l’Austria, vecchio Stato con le ossa più solide, non solo aver la peggio, ma anche compromettere la propria esistenza. Ma l’Austria, realtà di potenza, “senza ideali e piena di comodi”, svaniva nei sogni irredentistici dell’appassionato mazziniano fino a diventare un simulacro: “Magnificenza, noi batteremo l’Austria” ribattè senza ritegno agli avvertimenti del pensieroso Rettore che non perdette la calma.
B. M., quella notte di novembre, riuscì, dopo mille paure, a disertare. Nella Roma dell’immediato anteguerra non aveva “spazio per ricordare le parole dell’ottimo Rettore” e seguiva come un’ombra affettuosa le orme del “divino giovane” Scipio Slataper, capofila dell’avanguardia triestina, convertitosi dall’irredentismo culturale a quello politico. Ombra affettuosa, ma non senza riserve verso i “contorcimenti moralistici” dell’amico e verso il suo titanismo di provenienza nietzscheana e hebbeliana. Ce lo dimostra la testimonianza che Marin ha lasciato della discussione sull’irredentismo tra Marinetti, Vincenzo Cardarelli e l’amico Slataper al Caffè Aragno, luogo d’incontro di irredentisti e nazionalisti. C. , al quale dispiaceva di vedere la sacra figura del poeta esposta al rischio di qualche pallottola vagabonda, postulò per l’artista dei compiti più alti di andare ad ammazzare o farsi ammazzare, provocando così la condanna categorica di Slataper: “Cardarelli, sei un vigliacco, e perciò neanche un uomo; e chi non è un uomo non può essere un poeta.” Detto questo il gigantesco triestino scantonò a grandi passi e sparì, lasciando C. pallido ed allibito (“ridotto a cencio”). Marin non seguì l’amico, rimase con l’umiliato e si confuse. Consapevolmente diede ragione a Slataper (“Non dubitavo che Scipio avesse detto la verità”), inconsapevolmente a Cardarelli (“ma Cardarelli, in quel momento, me lo sentivo vicino”).
Nella primavera del ‘15, quando Slataper e il fratelli Giani e Carlo Stuparich come volontari del 1° reggimento Granatieri di Sardegna marciavano verso il fronte dell’Isonzo, M., arruolatosi nel 2° reggimento infanteria, si trovava all’ospedale di Udine, afflitto da una grave broncopolmonite. La malattia “come l’allusiva metafora del naufragio di un mondo”, si chiede Anna De Simone, autrice di una biografia mariniana. Comunque sia, durante la visita di Slataper al ricoverato il vecchio conflitto tra i due amici/avversari riemerse in tutta la sua forza: l’uno dirigendosi eroicamente verso le tenebre, l’altro sui lunghi giri della sua “amorosa cooperazione col fluire della vita”:

A lui [Slataper] pareva riproverevole che io non avessi risparmiata la salute per la guerra. Avevo la febbre alta e non potei rispondere ai suoi rimbrotti. Dovendo egli ripartire subito, mi baciò, ma con aria severa, dicendomi: “Bada di sanarti in tempo”, e se ne andò senza un sorriso, la faccia oscurata. Non lo rividi più.

S. corse per abbracciare la morte sul famigerato Podgora, mentre M., pur essendo tanto “cavo di nembo”, dovette ritirarsi sulla “montagna incantata”, cioè nel sanatorio di Clavadel presso Davos, che avrebbe lasciato appena dopo nove mesi, nell’estate del ‘16.
Dopo la catastrofica disfatta italiana di Caporetto nell’ottobre del ‘17 egli fece di tutto per andare al fronte, ma non ci riuscì neanche questa volta, cadendo in una drammatica crisi esistenziale.
Il poeta, portatosi volontario nel gennaio del ‘18 e spedito alla Scuola Ufficiali di Caserta, dove la dignitas del soldato non era affatto considerata suprema lex, benchè questa massima si potesse leggere sui muri, fu in seguito aiutato dai suoi superiori a riscoprire rapidamente le componenti rimosse della sua identità austriaca. “Noi austriaci non siamo avvezzi a tali inciviltà”, dichiarò indignato a un capitano istruttore che trattava le reclute in maniera particolarmente prepotente.
Comunque, il risveglio della broncopolmonite e un nuovo congedo malattia permisero a M., che nel 1914 all’Università di Vienna aveva sostenuto soltanto un esame di pedagogia, di laurearsi in filosofia teorica con Bernardino Varisco. La commissione era presieduta da Giovanni Gentile, la cui dottrina idealistica aveva esercitato un’influenza profonda su Marin già nell’ambito dei “vociani”. Varisco avrebbe offerto al suo allievo un posto all’Università., ma Marin aveva fretta di correre al fronte.
Appena arrivato a Stra nel Veneto ebbe una ricaduta. L’Odissea dell’ammalato attraverso ospedali di campo e centri di riabilitazione a cui egli certificò “condizioni igieniche à la Walpurgisnacht” risulta chiaramente dal suo carteggio con Giuseppe Prezzolini fino al 1919. Il poeta tormentato dalla febbre tubercolotica chiedeva ripetutamente aiuto all’influente ex-editore de “La Voce”: “Aspetto che qualcuno mi salvi”.
Marin voleva innanzitutto che le autorità militari riconoscessero il peggioramento del suo stato di salute come dovuto a motivi di servizio; in questa maniera l’allievo ufficiale, già padre di una famiglia in precarie condizioni economiche, avrebbe almeno ottenuto un sostegno finanziario. Tuttavia, l’opinione dei medici militari circa la gravità della malattia del giovane ufficiale non era affatto univoca, e così, malgrado tutti gli sforzi di Prezzolini e anche di Gaetano Salvemini, egli non ottenne la pensione di invalidità. Marin si rassegnò e si rimise nelle mani del Signore:

[...] in manus tuas, Domine. Non Le dico più nulla. Lasci andare, tanto è inutile e suoniamoci sopra la marcia reale e non se ne parli più. Cinque mesi che porto la febbre!

Anche la fine della guerra il poeta la visse in stato febbrile:

L’eccitazione mi da un po’ di febbre, ma che importa? Viene la giustificazione di quel poco di vita mia - e della mia generazione.

E di riflettere sul finis Austriae ebbe modo nell’ospedale militare di Verona:

“Austria erit in orbe ultima”, m’avevano insegnato nel ginnasio tedesco di Gorizia. L’Austria sarebbe durata fino alle fine del mondo. [...] Ed ecco ora l’Esercito austroungarico era definitivamente battuto, travolto [...]. Fu in quel momento che mi vennero in mente le ormai lontane parole del Rettore, e la mia risposta sfacciata [...] e anche mi venne la chiara coscienza del pericolo che si era corso con Caporetto, e allora sì, cominciai a tremare, turbato e gioioso, e piansi convulsamente: avevamo vinto!

Nella riflessione storica di Marin la scena chiave svoltasi nel Rettorato dell’Università di Vienna e da lui raccontata in varie versioni occupa un posto centrale. Il “Magnifico Rettore” (d’altronde mai chiamato per nome) con il suo impeccabile italiano e la sua dolorosa meraviglia per lo sconsiderato irredentismo dello studente Marin (“Giovane uomo, ma Lei è consapevole della gravità di quanto ha detto?”) rappresenta in questo contesto il simbolo del padre cosmopolita e la pura espressione della signorilità e dell’urbanità di un mondo che sta per tramontare. Il simbolo contrario è il narratore, il quale – come dice lui stesso – nella sua “beata cecità” non può dubitare né tremare, ma crede con “istintiva sicurezza di essere nel filo della corrente della storia”.
Dal 1914 al 1918 l’Europa bruciava; nelle fiamme della guerra persero la vita circa 10 milioni di uomini, di cui oltre un mezzo milione di italiani. Biagio Marin era avvolto nelle proprie fiamme - nelle fiamme della febbre tubercolotica - che gli impedivano di bruciare nell’incendio universale. E questo è - mi pare - più di un aforismo.
Quel che rendeva poeta il discendente di pescatori gradesi – e ci riferiamo a Pier Paolo Pasolini, uno dei suoi migliori esegeti – era la sua eccezionale, intensissima sensualità, le sue “meravigliose rabbie” e le sue “meravigliose gioie”; possiamo, quindi, supporre che un uomo, ebbro della luce del sole e della luce dei suoi sensi, un uomo incapace di stabilire “una linea di demarcazione fra sé stesso e la res extensa”, il poeta che cantò “costantemente e incoscientemente [...] la tensione generatrice”, cantò l’eros cosmogonico, quindi il contrario della morte, avesse poca inclinazione alla morte e dovesse reagire pato-logicamente alla guerra, cioè alla morte centuplicata. Dunque, ritirata nella montagna incantata della malattia, la malattia come metafora?

A questo punto occorre dire che Biagio Marin considerava in fin dei conti il crollo della “Kakania” al quale aveva voluto, ma non potuto contribuire combattendo, una tragica necessità dell’evoluzione storica. Rimpiangeva il 4 novembre del 1918 e non lo rimpiangeva. Tuttavia, neanche nei lunghi decenni della sua delusione patriottica, anzi della sua disperazione e della perdita della fede nella nazione italiana, di cui egli aveva intravvisto “luminosi destini civici con ingenuità centroeuropea” - come osservò Pasolini - il poeta gradese non divenne mai un apologeta programmatico dell’Austria o un nostalgico. Trasmetteva, però, il messaggio su “un’entità storica rispettabile”, su uno Stato della responsabilità e della misura ai suoi conterranei giuliani, ed inseriva nel tessuto delle sue opere scritte, soprattutto nelle sue prose morali, tanti elementi della cultura austriaca, elogiando la sua funzione civilizzatrice, e faceva lo stesso nella sua molteplice attività di cittadino e di uomo, tenacemente e capillarmente, con conseguenze immediate – il miglior esempio è l’iniziazione di Claudio Magris il quale assorbì dal poeta anziano “una dimestichezza ideologicamente non filtrata del mondo absburgico senza la quale Il mito absburgico non sarebbe stato scritto o non sarebbe stato scritto ‘così” – oppure con effetti a lunga scadenza, come testimonia un articolo di fondo dell’ex-ministro dei Beni Culturali, Ronchey, degli anni Novanta circa le ripercussioni negative sull’economia vitale del Nordest italiano, causate dall’inefficienza delle infrastrutture statali:

Roma promette, ma poi non rispetta l’impegno. Ricordo che a Grado il poeta Biagio Marin, già suddito austriaco prima del 1915 e passato dall’armata imperiale alla parte italiana, una volta mi disse: “Il governo di Vienna poteva magari sbagliarsi, ma non imbrogliava mai.”

Nella veste ufficiale di mediatore, Marin, non più giovane, fu attivo per molti anni come presidente del “Circolo di cultura italo-austriaco” di Trieste; ed egli fu innanzitutto tra gli animatori degli “Incontri Culturali Mitteleuropei” a Gorizia, che dai chiusi angoli di un confine aprivano orizzonti nuovi di contatto umano, di conoscenza, di scambio di esperienze culturali tra i popoli. Il primo di questi incontri, dedicato al tema “La poesia, oggi”, nella primavera del 1966, venne inaugurato da Marin con un discorso in cui citò, approvandolo in pieno, il testo - menzionato sopra - della conferenza di commiato tenuta nel 1914 dal suo maestro viennese Friedrich Wilhelm Foerster. Si trattava di un’apologia dello Stato absburgico sovranazionale inteso come modello di avvicinamento ad una federazione europea, apologia che aveva suscitato la disapprovazione e le critiche dello studente irredentista Marin. In quella occasione Foerster, guardandolo “triste con i suoi grandi luminosi occhi celesti”ebbe a dirgli:

Mio giovane signore, [...] Lei non si rende conto di ciò che significa poter muoversi liberamente tra popolazioni diverse, e farsi intendere per il tramite di una lingua comune, anche se non è la sua, e sentirsi cittadino di pieno diritto presso tanti popoli. [...] Ci pensi e chi sa che non venga il giorno in cui Lei si ricorderà di queste mie parole, e giudicherà il mio discorso di oggi con altra misura.
 
 
 
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