Home arrow Pubblicazioni arrow LA CULTURA DELLA DESTRA NELL’ITALIA DEL ‘900
LA CULTURA DELLA DESTRA NELL’ITALIA DEL ‘900 Stampa E-mail
LA CULTURA DELLA DESTRA NELL’ITALIA DEL ‘900

Conferenza di
 
Marcello Veneziani e Giulio Ercolessi

Trieste, 27 marzo 2002

Sala Baroncini delle Assicurazioni Generali

L’applauso che avete tributato a Marcello Veneziani è il segno che abbiamo fatto bene a portarlo qui a trattare questo tema.
Il tema dibattuto – cioè se esiste una cultura della destra – di sicuro è un discorso complesso. Marcello Veneziani lo fa molto bene, quando lo divide in quattro filoni e dice che questi filoni sono relativamente conciliabili. Secondo me il consenso si ha quando viene richiesto sulla base di una visione generale, quindi di una cultura. Che poi la cultura della destra sia complessa, ed abbia dei filoni che possono anche apparire tra loro diversi, non toglie che nelle persone che hanno fatto questa scelta questi filoni in un certo modo si concilino.
L’esistenza di una cultura della destra è contestata dalla sinistra, perché la sinistra non accetta l’idea di essere sostituita e nega alla destra il diritto di avere una cultura.
Quindi la sinistra non è democratica, perché se non c’è alternanza non c’è democrazia.
Io non sono un uomo di destra: sono un moderato. Ricordo che nella mia vita politica – negli ultimi anni in cui me ne occupavo attivamente – quando hanno vinto la prima volta le elezioni Berlusconi e la Lega, nel mio partito sostenevo l’opportunità di lasciare governare a quelli che avevano vinto le elezioni, invece di osteggiarli.
Ma chi ha il potere fa fatica a perderlo. Oggi la sinistra, che ha perso, quando può contesta il Governo in tutti i modi; ma non in nome di un’alternanza, ma cercando di demonizzarlo, anche se ciò è controproducente per il paese anche sotto l’assetto democratico.
Comunque nel mondo della cultura non sono molti quelli che si ritengono portavoce di una cultura alternativa alla cultura della sinistra. Perché dopo cinquant’anni di governo della sinistra si è creato una consuetudine per cui molti uomini di cultura hanno ritenuto fosse più facile per loro realizzarsi nella cultura dominante. C’è sempre poi la tendenza di tutti, non solamente degli uomini della cultura, di sposare la parte dominante.
Quindi: da una parte la rabbia di una forza politica che non accetta per sua natura l’alternanza; dall’altra un mondo culturale che dopo cinquant’anni è adagiato su posizione di sinistra, tanto da considerare che oltre a questa cultura non esista altro. Infine teniamo conto che il mondo intellettuale è un mondo sempre in movimento, un mondo alla ricerca di cose nuove; quindi più congeniale a un discorso della sinistra che non è conservatore. E quindi si capisce perché della destra come fatto culturale nessuno vuole sentirne parlare, o quanto meno è difficile parlarne.
Allora ho fatto venire Veneziani, che qualche anno fa - nel 1995 - è venuto a parlarci della Rivoluzione conservatrice in Italia. E perché non parli solo lui ho pregato di intervenire anche a Giulio Ercolessi, che per un certo periodo è stato, e in maniera molto vivace, un esponente radicale. Ho così cercato di far sì che questo discorso che ci farà Marcello Veneziani abbia anche un riscontro su una persona sicuramente significativa di un’altra parte.
Questo volevo dirvi, dando il benvenuto a tutti voi, a Marcello Veneziani e a Giulio Ercolessi.

Giorgio Tombesi


Il mio intervento a nome della Sezione di Scienze Morali del Circolo della Cultura e Arti sarà brevissimo per dare più spazio agli oratori: il tema che dibatteremo è veramente importante in quanto oggi nella vita politica del paese non si manifesta una forte cultura politica, né a destra né a sinistra. Marcello Veneziani è sicuramente uno dei più illustri esponenti della cultura della destra (per citare il titolo del suo libro); ma è altresì evidente la sua autonomia di giudizio, chiaramente rilevabile anche suo lavoro più recente, dove è affermata con decisione la netta distinzione tra il successo elettorale del centro destra e le alterne vicende della cultura della destra. A me pare che l’oggetto principale di questo libro sia l’ individuazione e la proposta di una cultura fondata sulle tradizioni storico-religiose del popolo italiano e su un senso di appartenenza comunitaria alla patria, irrobustito da un progetto di educazione popolare nazionale. E’ un tema sicuramente affascinante, anche se in alcuni casi lontano dalle mie personali opzioni. Tuttavia nel corso del dibattito cercherò di analizzare il libro muovendomi, per quanto è possibile, all’interno dei temi trattati da Veneziani, per approfondire alcuni problemi di comune interesse.
Illustrare la figura intellettuale dei due oratori richiederebbe un tempo più lungo di quello che mi è concesso: mi limiterò a ricordare la partecipazione di Marcello Veneziani alla vita culturale e giornalistica del nostro Paese: molti certamente lo conoscono come editorialista del Giornale e collaboratore della Rai; ma egli ha promosso diverse iniziative giornalistiche e ha scritto vari libri: tra essi vorrei citare, per le connessioni coll’incontro odierno, Comunitari o Liberal, in cui la scelta tra due opzioni, quella liberal e quella comunitaria, veniva proposta come base di una possibile alternativa culturale e politica. Ricorderò ancora la sua partecipazione a un dibattito con Norberto Bobbio sul significato dei concetti di destra e sinistra nell’Italia contemporanea. Quanto al secondo oratore di oggi, Giulio Ercolessi, so che gli basta essere ricordato come membro della Fondazione di Critica liberale , rivista che viene ora rilanciata con grande vigore da Enzo Marzo. Ma cedo senz’altro la parola a Marcello Veneziani per l’inizio del nostro dibattito.
 
Giuseppe Trebbi



Vi confesso che sono tentato di affrontare due temi invece di uno solo. Cercherò, quindi, di metterli insieme attraverso un’elaborazione sul campo. Da una parte, voglio seguire la traccia del tema di questo incontro, che è La cultura di destra in Italia nel ‘900, e quindi soffermarmi un po’ sulle coordinate storico-culturali della destra in Italia. Dall’altra, sono vivamente tentato dall’aspetto più legato all’attualità culturale e civile del nostro Paese: vorrei soffermarmi in particolare sul mio libro La cultura della destra, un volume dedicato agli scenari dell’attualità piuttosto che alla storia culturale del nostro Paese. Dunque cercherò di prendere la rincorsa, brevemente, dalla cultura di destra nel ‘900 in Italia, per passare poi a parlare della cultura della destra. Pongo questa distinzione affinché ci si possa intendere meglio: quando parliamo di cultura di destra, facciamo un preciso riferimento a un perimetro di autori, temi e libri che hanno caratterizzato quell’universo culturale che definiamo, a torto o a ragione, di destra. Quando invece parliamo di cultura della destra, non facciamo riferimento ad autori, a opere, a titoli di libri, ma ci riferiamo a qualcosa di più vasto ed anche più impreciso e impalpabile, a una mentalità, a un modo di essere, a una sensibilità corrente. Quindi, quando si parla di cultura della destra, si parla di un modo di sentire, di un modo di pensare. Quando invece facciamo riferimento alla cultura di destra, facciamo un preciso riferimento ad autori e a libri, che hanno caratterizzato tale cultura.
Un’altra premessa mi sembra anch’essa importante. Condivido con molti studiosi una certa insoddisfazione per l’uso e l’abuso delle categorie di destra e di sinistra. Sono cioè convinto che parlare di una cultura di destra, o parlare di destra e di sinistra in senso lato, sia diventato un esercizio logoro, perché logore sono queste due categorie, perché le culture politiche del nostro Paese sono in profonda ritirata e perciò è difficilmente distinguibile un universo di significati nettamente di destra e un universo di significati nettamente di sinistra. Sappiamo che sono due categorie labili. Però, nonostante questo preventivo disgusto, continuo a usarle per due ragioni pratiche. La prima è questa: gli equivoci che creano le categorie di destra e di sinistra sono tanti, ma sono complessivamente inferiori agli equivoci che si creano quando si eliminano le categorie di destra e di sinistra. Diventa più difficile, cioè, penetrare l’universo della cultura politica senza il riferimento a queste due categorie. Quindi, sono più accettabili gli equivoci creati da destra e sinistra, piuttosto che la desertificazione delle categorie politiche e la fine delle distinzioni, che in qualche modo riescono a dare corpo e senso a scelte culturali diverse.
Poi c’è una ragione contingente, legata proprio agli scenari politici: sarebbe veramente un paradosso se un paese come l’Italia, che è arrivato con moltissimi anni di ritardo a una democrazia bipolare dell’alternanza, dimettesse oggi le due categorie di destra e di sinistra, le uniche che consentono di contrapporre due scenari politico-culturali e di dar vita, corpo e visibilità a questa cultura dell’alternanza. Nel momento in cui entriamo in una democrazia bipolare dobbiamo accettare l’idea dell’esistenza di due poli di riferimento, due galassie di significati pre-politici, prima ancora che civili, che danno luogo a due modi di pensare, che convenzionalmente chiamiamo di destra e di sinistra.
Nella prima parte di questo incontro partiremo dunque da una idea di una cultura di destra. Inizierei - perché poi il mio maledetto mestiere è quello di giornalista - da una notazione di attualità. Questa mattina sul Corriere della Sera è apparsa una pagina culturale in cui si proponeva una tesi, che io sostengo nel mio libro su La Cultura della destra: nonostante il pregiudizio dominante, in base al quale cultura vuol dire sinistra, e destra è sostanzialmente una sorta di continente della rozzezza e dell’incultura, nel ‘900 italiano, e direi più vastamente europeo, i vertici della cultura - lo scrive oggi Giovanni Raboni - sono in larga parte occupati da autori, che in modo vario si possono definire di destra. I nomi sono tanti, ma possiamo ricordare che i vertici della filosofia del ‘900 sono Heidegger, Gentile o lo stesso Croce, che in modo diverso erano autori di destra. I massimi poeti sono Ezra Pound, Marinetti, D’Annunzio, autori che in vario modo si ritengono di destra. I vertici della letteratura sono Jünger, Celine, e tanti altri autori di prima grandezza, che sono diversamente definiti di destra. I vertici della sociologia politica sono Roberto Michels, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, autori che sono ritenuti conservatori o comunque legati alla destra. E si potrebbe continuare a lungo…
Tutto questo per dire che cosa? Per dire che c’è un paradosso da cui dobbiamo partire. E cioè che la cultura di destra ha espresso i vertici del ‘900. Ma allora, come spieghiamo l’idea che ci sia, al contrario, un’identificazione tra cultura e mondo politico-civile intellettuale di sinistra? Io ho una mia spiegazione, con la quale entriamo un po’ nel tema. Ho cioè l’impressione che la cultura di destra abbia abitato i vertici del ‘900 e abbia in qualche modo permeato le basi del comune sentire. Nel mezzo, i cosiddetti ceti medi della cultura, sono stati invece occupati da un’organizzazione della cultura, che negli ultimi decenni è stata a prevalente guida, o a prevalente egemonia, di sinistra. Quindi i vertici e la base del nostro Paese, a voler semplificare, sono complessivamente più orientati verso una cultura di destra, mentre l’organizzazione intermedia della cultura o, se vogliamo usare un linguaggio polemico, gli impiegati di concetto della cultura del nostro Paese, sono stati in buona parte a prevalente intonazione radical-marxista, progressista e comunque, in senso lato, di sinistra.
Di fatto, dunque, c’è stata un’egemonia culturale della sinistra nel nostro Paese, che si è snodata essenzialmente in due tappe. Una, nell’immediato dopoguerra, con la conquista gramsciana del potere culturale, elaborata sul piano politico da Togliatti, ma tale da conquistare solo alcuni segmenti significativi della cultura del nostro Paese. Quindi una successiva ondata, ben più cospicua (il ‘68). Essa ha determinato nel nostro Paese una sorta di egemonia di un ceto intellettuale militante, venuto in larga parte da sinistra, che ha occupato i principali giornali, le principali cattedre, i principali luoghi di case editrici, di istituti culturali: un’occupazione progressiva, che è stata, aggiungerei, la croce e la delizia della sinistra italiana. Uso questa espressione, perché da una parte c’è il giudizio negativo nei confronti di una cultura che ha teso a irreggimentare il sapere e le espressioni intellettuali del nostro Paese; dall’altra bisogna riconoscere che c’è stata una maggiore sensibilità nei confronti della cultura a sinistra piuttosto che in altri ambiti, come in quello cattolico, in quello moderato, in quello di destra (nel vero senso della parola). E questo ha determinato l’egemonia culturale della sinistra.
Tale egemonia culturale non impedisce però di valutare il ‘900 italiano come un secolo caratterizzato in larga parte da autori, temi e libri che sono, appunto, di provenienza culturale di destra. E questo elemento mi sembra significativo: consideriamo che sin dai primi fermenti del ‘900 l’Italia ha animato il suo paesaggio culturale grazie a personaggi come Papini, Prezzolini e Soffici; pensiamo allo Sturm und Drang fiorentino di quegli anni, o alla fioritura culturale sorta intorno a Gentile, all’organizzazione dell’Enciclopedia. Ma pensiamo anche a Benedetto Croce (un liberal-conservatore, quindi su posizioni di destra, anche se di una destra che via via assumeva i tratti dell’antifascismo): la cultura italiana si è organizzata intorno a questi due poli principali, rispetto ai quali i poli successivi, come quello di Gramsci e del gramscismo, sono stati in qualche modo subalterni da un punto di vista teorico. Mi sembra significativo che gran parte degli autori dell’elaborazione culturale del nostro Paese siano passati attraverso questa egemonia.
Viceversa, dal dopoguerra in poi c’è stata la scomparsa della visibilità di una cultura, che definiamo di destra. Questo è avvenuto perché si è voluto identificare - a mio avviso forzando anche i termini culturali e politici - destra con fascismo, e si è così generato nel nostro Paese una sorta di complesso di appartenenza alla destra. Il risultato è stato, da una parte, un fenomeno di mimetizzazione della cultura di destra, che ha preferito ambiti più neutrali, più rassicuranti per non apparire per quello che era, cioè come una cultura di destra; e dall’altra una forma di progressivo svuotamento dei serbatoi culturali della destra. Perché quando una cultura finisce ai margini, non ha possibilità di espressione, viene in qualche modo considerata come la cultura dei proscritti, alla fine si essicca, non ha fonti cui abbeverarsi, non ha luoghi in cui esprimersi, non ha luoghi, anche professionali, in cui esercitare la propria vita.
Quindi la cultura di destra è diventata un fenomeno minoritario nel nostro Paese ed è poi riesplosa proprio sull’onda del ‘68 - dopo la contestazione del ‘68 - come reazione a una vulgata radical-liberatrice. Il fenomeno della cultura di destra fu un fenomeno legato soprattutto ai primi anni Settanta, alla fioritura di alcune riviste come La Destra di Claudio Quarantotto, come Intervento, come La Cultura di Destra: allora nacque l’uso stretto e direi quasi militante dell’espressione cultura di destra. Però la cultura di destra, in questi ultimi decenni, è stata un fenomeno nobile, fiero, ma estremamente minoritario, un piccolo segmento culturale non legato all’establishment del nostro Paese, anzi in decisa rottura con le forme di potere del nostro Paese, che quindi hanno governato in modo radicalmente opposto alle culture di destra il paesaggio politico e civile. Perciò il fenomeno della cultura di destra, che pure aveva caratterizzato i vertici del ‘900, è diventato un fenomeno minoritario, marginale.
E qui entriamo nell’altro discorso, che sostanzia questo mio libro, sulla cultura della destra. A fronte di una cultura di destra, che con gli anni è diventata sempre più minoritaria e quindi ha sempre più espresso posizioni marginali, isolate, culturalmente perdenti rispetto al grande flusso di idee e di movimenti, che invece caratterizzavano altri paesaggi della nostra cultura, la cultura della destra è stata una specie di base rimossa, non dichiarata, ma profonda. Infatti, larga parte del nostro comune sentire trae le sue radici dal fatto che questo è un Paese permeato da due millenni di Cattolicesimo, un Paese profondamente omogeneo a una cultura del legame familiare, del legame patrio e quindi del legame identitario, a una cultura che sostanzialmente restava legata a una idea di tradizione.
Nel nostro Paese c’è stata quella che Ernesto Galli Della Loggia ha chiamato “la morte della patria”. Dobbiamo dire, piuttosto, che si è rotto il nesso tra il senso dello Stato e il culto della patria: l’identità italiana ha continuato a essere viva e forte, ma non è stata più collegata al sentire politico, al sentire pubblico, al sentire civico, al senso dello Stato. C’è stata cioè una forte identità italiana a prescindere dalla sua declinazione politica, della sue espressione istituzionale, dal suo farsi Stato. È una cultura che è rimasta una cultura d’identità; è un’identità profonda, che oggi emerge, perché siamo un Paese permeato da alcuni tratti importanti pre-politici, culturali, che sono i tratti tipici di una cultura della destra. Questo è un Paese, lo riconoscono politici come Massimo D’Alema, ma anche osservatori politici e intellettuali come Norberto Bobbio e Umberto Eco, che ha una maggioranza sostanzialmente “di destra”: una maggioranza portata a valorizzare un humus conservatore, portata a valorizzare alcuni legami identitari ed a difendere in qualche modo un’identità italiana, che si esprime anche attraverso il linguaggio, attraverso il costume e attraverso il malcostume. Perché c’è anche un effetto collaterale dell’identità italiana di cui dobbiamo renderci in qualche modo partecipi e responsabili: c’è una forte identità, infatti, che passa attraverso la moda italiana, il modo di essere, la mentalità. E questa è profondamente la cultura della destra.
Nel mio libro ho cercato di indagare in questa cultura. Ho cercato di mettere a confronto questa cultura, questa mentalità e questa sensibilità abbastanza diffusa nel nostro Paese con i luoghi cruciali in cui oggi viene chiamata a dare delle risposte, e cioè il tema della globalizzazione, il tema dell’immigrazione, il senso religioso e la sua compatibilità con il senso civico, il legame, in altri termini, con la contemporaneità, con la cosiddetta bioetica, con la biopolitica. E quindi ho cercato di vedere che cosa resta di questa cultura della destra. Esiste, è forte nel nostro Paese? Ecco la risposta: esiste nel profondo del nostro Paese, però non esiste una consapevolezza culturale di questa nostra radice.
E allora, avviandomi alla conclusione, sento di poter affermare che la cultura della destra nel nostro Paese è una realtà radicata, che non si esprime perché mancano nel nostro Paese non solo il libero esercizio di dichiararsi culturalmente di destra, ma anche la possibilità di portare alla luce questa sensibilità. Noi ci vergogniamo quasi di un’identità italiana, la riteniamo quasi incompatibile con la modernità, incompatibile con l’Europa, incompatibile con i percorsi della contemporaneità. Cioè riteniamo che ci sia quasi un’incompatibilità tra l’essere italiani e l’essere moderni. E questo è un limite. Invece noi possiamo tentare una via italiana alla modernità, possiamo tentare un discorso identitario, non attraverso un’idea fissa, astorica, statica dell’identità, ma attraverso l’idea di un’identità che si forma nel corso del tempo, e che si modifica nel corso del tempo, quindi di una tradizione.
Ecco, dunque: quando ci viene ripetuto che la differenza tra la destra e la sinistra è che la sinistra ha una cultura e la destra no, il pregiudizio nasce dal fatto che la cultura, come è concepita a destra, è molto diversa dalla cultura come è concepita a sinistra. A sinistra la cultura ha una precisa connotazione, legata a un’elaborazione ideologica e a una presenza militante, legata insomma a una cultura che attraverso un intellettuale collettivo elabora dei valori per la comunità, per la collettività. Mentre la cultura a destra non è una cultura militante, non è la cultura dell’intellettuale organico, non è la cultura dell’intellettuale collettivo. Ma è una cultura che innanzitutto considera l’opera di creatività degli intellettuali come non legata a un preciso discorso politico, perché l’intellettuale di destra è politicamente slegato, non organico, non omogeneo. L’intellettuale di destra oscilla tra la solitudine e la comunità, senza fermarsi nelle società di pensiero, nel pensiero partito, nel pensiero militante. È portato o alla solitudine (e quindi all’elaborazione creativa a prescindere dalla realtà politica militante) o a vivere in osmosi con il comune sentire, e quindi ha una profonda vocazione popolare, comunitaria. Quindi, ripeto, è diverso il modo di concepire la cultura a destra, rispetto alla sinistra. A sinistra cultura vuol dire capacità di mobilitare attraverso un’ideologia un universo di valori. Invece, a destra cultura vuol dire aderire a un comune sentire, avere una visione del mondo, che non necessariamente si esprime attraverso libri e letture, ma si può esprimere anche attraverso istinti, sentimenti, modi di essere, modi di pensare. Insomma, è una sensibilità. E questo crea un’asimmetria tra cultura di destra e cultura di sinistra, crea cioè una difficile comparabilità: non sono paragonabili perché l’una fa parte di un tipo di universo che proviene, probabilmente, dall’elaborazione illuminista del club di pensiero, della società di pensiero, mentre a destra non c’è quest’idea della setta illuminata, se così possiamo dire. C’è invece l’idea che la cultura sia sostanzialmente il punto di incontro tra culto e coltivazione: il culto, cioè un legame con il mito, con il senso religioso profondo di un paese, e dall’altra parte la coltivazione, il legame con la terra, la concretezza. Ecco, è un’idea diversa della cultura, di cui si può naturalmente discutere l’efficacia, la plausibilità. Ma è diversa. Quindi non è che troviamo un mondo contrapposto all’altro in quanto uno è il mondo dei colti, l’altro il mondo dei barbari, ma troviamo due idee diverse della cultura.
 E questa spiegazione ci consente di dissipare un altro luogo comune, cioè la convinzione che la sinistra sia l’espressione di una mobilitazione di massa e la destra sia invece l’espressione di una diffidenza elitaria nei confronti delle masse. Questo pregiudizio, che ha caratterizzato per molti anni la differente valutazione di destra e sinistra, è stato profondamente smentito negli anni. La cultura della destra è una cultura che ha un impianto popolare, con i pregi e i limiti di una cultura popolare: con i limiti, nel senso che prevalgono i pregiudizi, forme anche non criticamente filtrate di elaborazioni di pensieri; e con i pregi, perché c’è una maggiore aderenza al comune sentire, un senso più vivo della realtà, della concretezza. Quindi la cultura popolare è un’espressione prevalentemente intonata a destra, laddove, invece, a sinistra si tratta di una rielaborazione di minoranze, di un lavoro di oligarchie intellettuali. Negli anni Trenta, per definire la cultura aristocratica di destra si utilizzava il titolo di un libro famoso di Ortega y Gasset, La ribellione delle masse. In effetti, c’era da parte dell’uomo di destra una diffidenza per la ribellione delle masse, per questa volgarità che si impone dappertutto. Oggi dobbiamo dire che nell’agenda dei disgusti della destra, più che di ribellione delle masse, si dovrebbe parlare di una critica, da parte della destra, nei confronti di quella che Christopher Lasch in un libro ha chiamato “la ribellione dell’élite”. Oggi, cioè, il fenomeno che a destra non piace è la ribellione delle oligarchie intellettuali, tecnocratiche, che decidono in qualche modo di rifiutare i verdetti della democrazia, del comune sentire, della sovranità popolare, perché ritengono che siano verdetti profondamente legati a pregiudizi oscurantisti, a pregiudiziali demagogiche, a democrazie plebiscitarie, a fenomeni di populismo e che siano quindi fenomeni in qualche modo da contestare.
Oggi c’è dunque un rovesciamento dei ruoli. Oggi la cultura popolare è istintivamente portata a destra, laddove le culture di minoranza, le culture ideologiche o le culture di elaborazione intellettuale sono tendenzialmente volte a sinistra. Questo spiega perché, quando si parla dell’intellettuale, lo si identifica subito, automaticamente, con la sinistra. E quando si presenta una figura anomala, quella dell’intellettuale di destra (come chi vi parla), allora questi subisce una duplice diffidenza: da parte di quelli di destra perché intellettuale e da parte degli intellettuali perché di destra. Perciò si crea un felice equilibrio del disagio, che produce degli effetti, per quello che mi riguarda, di esaltante sconvenienza. E mi porta a vivere una condizione diversa.
È vero che esiste questa identificazione, ma questo non dipende dal fatto che l’ uno rappresenti il continente della cultura, del sapere, e l’altro rappresenti il continente della rozzezza. Semplicemente, la cultura nel senso di coltivazione e di comune sentire trova la sua più precisa espressione a destra. Viceversa la definizione di cultura come elaborazione ideologica, dottrinaria e come figura dell’intellettuale militante, impegnato, trova maggiore e più forte applicazione a sinistra. Credo che questo sia uno degli elementi importanti per andare avanti in un dibattito volto a definire la cultura della destra.
Per trarre delle conclusioni: quello che oggi manca alla cultura della destra è il venire alla luce, il rendersi consapevole di ciò che è, delle radici che ha, del patrimonio di tradizioni, di storia, di sensibilità, di valori che intende rappresentare. Oggi esiste il rischio che la destra viva troppo sulla contingenza, su occasioni fugaci, e viva troppo di quel basic instinct (cioè di quel sapere istintivo, emozionale) che è privo di una mediazione culturale. Invece si tratta per la destra di scommettere sulla sua credibilità culturale e di portare alla luce questo sapere istintivo per farlo diventare sapere culturalmente denso. Si tratta di far nascere una cultura popolare nel nostro Paese, un progetto che chiama alle loro responsabilità la scuola, il servizio pubblico televisivo, i beni culturali. Oggi manca una cultura popolare. Nel nostro Paese da troppi anni è cresciuta la convinzione che tutto ciò che è culturale non può essere popolare, e tutto ciò che è popolare non può essere culturale. Allora al popolo va dato soltanto Panariello, va data la bassa cultura, va dato tutto ciò che appartiene alla logica dell’intrattenimento e alla non logica delle pulsioni istintive; viceversa la cultura deve essere un fenomeno elitario, minoritario, circoscritto ai pochi. Ecco: il compito di una cultura della destra di oggi sarebbe proprio quello di far nascere, crescere e fiorire nel nostro Paese una sensibilità culturale in senso popolare. Perché non è vero che cultura popolare voglia dire cultura per pochi, perché la grande cultura è stata popolare e al tempo stesso grande. Pensate a Omero, al teatro elisabettiano, o a Shakespeare. Pensate ad autori popolari, che pure hanno avuto un’importanza cruciale nella letteratura europea e occidentale. Quando pensiamo, per esempio, a Giotto e al ciclo di Giotto, pensiamo a una cultura popolare, cioè largamente accessibile, e al tempo stesso a una altissima, grandissima cultura. Quindi l’idea che la cultura sia un patrimonio di pochi appartiene probabilmente a questa visione elitaria e se vogliamo settaria della cultura, che dovrebbe essere estranea all’universo culturale e simbolico della destra. Perciò l’obiettivo di una cultura della destra dovrebbe proprio essere quello di portare una cultura popolare nell’epoca in cui prevale, al contrario, l’incultura di massa.
E questo dovrebbe essere un tentativo aggiuntivo della destra, oltre a quello di governare l’esistente attraverso l’efficacia nella gestione politica e pratica delle cose. Perché fra i caratteri forti della destra ci sono il realismo, quindi la capacità di essere legati alla risoluzione reale dei problemi, e il decisionismo, quindi la capacità di decidere sul piano concreto. Però accanto a questa logica legata alla contingenza, all’espressione pratica della gestione del potere, occorrerebbe che la destra assumesse la consapevolezza di esprimere una tradizione.
In un altro mio libro, Di padre in figlio, faccio un elogio delle tradizioni. Ritengo che sia cruciale in un paese il richiamo alla tradizione, intesa non come culto del passato, ma come senso della continuità. La cultura della destra, per concludere, dovrebbe rappresentare in un paese il senso della continuità, l’idea che quello che stiamo generando non nasce dal deserto, ma viene da un mondo lontano e intende produrre frutti lontani.

Marcello Veneziani


Io non parlo a nome dell’opposizione. Sono piuttosto uno dei molti delusi dal nuovo sistema politico che è nato dalle ceneri della cosiddetta Prima Repubblica. E lo sono perché, nel momento in cui si era tenuto il primo referendum Segni, quello da cui emerse un sistema elettorale tendenzialmente bipolare, le unanimi previsioni di tutti, favorevoli, contrari e indifferenti al referendum, erano che il risultato sarebbe stato un nuovo sistema politico che invece non ha visto la luce. Un sistema nel quale vi sarebbe stato sostanzialmente spazio soltanto, come in tutti gli altri paesi occidentali e indipendentemente dalle etichette, per una forza politica liberale di destra ed una liberale di sinistra. Unanime, se ricordate, era la previsione che, introdotto il bipolarismo nel nostro sistema, sarebbero spariti il partito di Fini e il partito di Bertinotti. Questa è l’ennesima dimostrazione che nell’azione politica le conseguenze inintenzionali prevalgono spesso sugli intenti perseguiti: se ci sono due forze politiche il cui ruolo è stato rafforzato dall’introduzione del bipolarismo italiano, sono proprio questi due partiti, che nel corso della Prima Repubblica erano stati forze estreme e sostanzialmente marginali.
Lo stesso titolo di questa serata è in qualche modo ottimistico, perché presuppone una risposta positiva a una domanda preliminare: c’è ancora un rapporto fra la politica e le culture politiche? Penso che sia lecito sempre più, e soprattutto in Italia, dubitare che questo sia vero e credo che sbaglino coloro che parlano a questo proposito di “americanizzazione” della politica e dell’informazione italiana. In realtà l’italianizzazione della politica e dell’informazione è qualcosa a cui in America non si è ancora arrivati. Oggi chiunque con le tv satellitari può guardare ogni giorno i dibattiti delle principali catene televisive americane. Ebbene, io lì non ho mai visto che a dibattere i temi della attualità politica interna e internazionale siano chiamati calciatori, soubrettes, registi. A dire la verità non guardo talk shows politici delle televisioni italiane dal 1992, ma, poiché seguo i telegiornali, anche quelli italiani, credo di essere abbastanza informato per rilevare questa differenza.
Credo che siamo arrivati a osservare nel nostro paese quello che il politologo americano Anthony Downs, fin dagli anni Sessanta, aveva creduto di poter dire del dibattito politico degli Stati Uniti. Ma lo stiamo verificando in Italia all’ennesima potenza. Diceva Downs che i partiti non mirano alla vittoria nelle elezioni per perseguire e realizzare delle politiche, ma perseguono delle politiche per vincere delle elezioni. E un altro politologo, parlando della situazione dei paesi dell’Europa centrale, Otto Kirchheimer, diceva, più o meno nello stesso periodo, che ormai i partiti, tutti i partiti (da noi potremmo dire soprattutto le coalizioni) non sono più come un tempo portatori, anche, di proposte culturali. Ma sono, come li definiva lui, dei catch-all parties, cioè dei partiti piglia-tutto. Da noi, oggi, potremmo dire che si tratta di catch-all coalitions, di coalizioni che si rivolgono - coltivando grandi elementi di ambiguità e consentendosi così strizzatine d’occhio un po’ in tutte le direzioni - un po’ a tutti i settori dell’elettorato, per poter guadagnare consensi in una società ormai omogenea.
Uno dei paradossi del caso italiano è proprio questo: dicono i sociologi che si occupano di misurare i valori maggiormente diffusi che l’Italia ormai è diventato un paese scarsamente polarizzato. Se voi fate delle interviste sui temi dell’attualità, sugli orientamenti, sui valori degli italiani che votano a destra, a sinistra e al centro, non registrerete delle grandi, enormi, insormontabili differenze, come invece si sarebbe tentati di ritenere guardando i comportamenti della classe politica - di questa classe politica di infimo livello, a mio avviso, in tutti gli schieramenti, che ci siamo dati. Questa omogeneità sostanziale dei comportamenti si infrange solo su una questione in Italia in questi anni, e cioè sul giudizio che si dà sulla figura politica e personale del Presidente del Consiglio. Su questo il Paese è spaccato più o meno a metà. Su quasi tutte le altre questioni c’è invece una tendenziale omogeneità di valori, di sentimenti e di opinioni che non giustificherebbe altrimenti l’asprezza dello scontro politico.
Questa classe politica è molto diversa dalla classe politica che esisteva in questo paese quando eravamo adolescenti. In quel periodo l’attività politica poteva ancora essere vista anche come un’attività intellettuale. C’erano degli intellettuali alla guida non solo della sinistra comunista, ma anche del partito socialista, dei piccoli partiti laici di centro, guidati da uomini come Ugo La Malfa, Giuseppe Saragat, o come quel Giovanni Malagodi che magari nella nostra adolescenza il prof. Trebbi ed io potevamo contestare per il comportamento dittatoriale nei rapporti interni di partito, ma che erano sicuramente personaggi di grande rilievo anche culturale. Personaggi che non avevano assolutamente nulla a che vedere con i followers, i non-leader che guidano i partiti politici attuali, i quali (salvo che per quel che serve agli interessi della consorteria di appartenenza) tendono il più delle volte a orientare le proprie opinioni soltanto sulla base dei sondaggi di opinione. Followers, appunto, non leader politici. In questo senso la politica rischia di ridursi a marketing e le alleanze rischiano di essere casualmente create dalle occasioni. Per esempio, quando crollò nel 1992-93 il vecchio sistema politico, Silvio Berlusconi diede a un partito che aveva fino ad allora rappresentato la destra radicale, il Movimento Sociale, un’occasione di riciclaggio politico sulla base di quello che di nuovo richiedeva il mercato politico. Questo partito trovò irresistibile l’offerta e trovò irresistibile la coalizione.
Ma anche dal libro di Veneziani emerge questa profonda eterogeneità che riguarda oggi la destra. In realtà destra e sinistra sono concetti di relazione, che ha senso, secondo me, definire solo all’interno di un sistema politico dato. C’è un continuum destra-sinistra in ogni sistema politico, e in questo senso l’Italia è sempre stata governata dalla destra, perché è sempre stata governata da coalizioni che avevano alla loro destra un partito come il Movimento Sociale, che raggiungeva al massimo l’8% dei voti, e alla loro sinistra, in genere, un’opposizione che aveva come minimo un quarto dei voti. Il baricentro delle coalizioni di maggioranza, quindi, era alla destra e non alla sinistra del centro. Eppure quelle coalizioni non si definivano di destra, perché quella che si definiva destra in tutti quegli anni nella politica e nella cultura italiana era qualcosa di profondamente diverso da quel che si definiva e si definisce destra altrove. In Francia, per esempio, dove si è sempre chiamato droite tutto quello che sta alla destra del centro, era ritenuta di destra il ministro della sanità di Giscard d’Estaing, Simone Veil (successivamente presidente del Parlamento Europeo), che introdusse agli inizi degli anni Settanta la legge sull’aborto, interpretando un ruolo opposto a quello di una destra definita sulla base dei legami con la tradizione.
Qui c’è un’anomalia tutta italiana. Troppo spesso in questi anni per destra si è inteso in Italia qualcosa che, almeno indirettamente, almeno in forma estenuata, avesse un rapporto con il fascismo quanto meno di non totale rigetto; e per troppi anni per sinistra si è inteso qualcosa che avesse a che fare in qualche modo, almeno in qualche forma estenuata, con il comunismo. Ebbene, questo era proprio quello che il bipolarismo avrebbe dovuto spazzar via.
(Peraltro, non credo, con ciò, che le due posizioni siano proprio simmetriche, almeno per coloro che sono nati dopo la seconda guerra mondiale, perché mentre il comunismo, anche nella visione di uno dei suoi critici più radicali come per esempio François Furet, per molti suoi sostenitori che si rifiutavano di vedervi un sistema di dominazione totalitaria, poteva essere stato soprattutto un’illusione, la vicenda del fascismo in Italia, per chi fosse nato dopo la guerra era invece già pienamente intelligibile).
Oggi si dicono tutti liberali. Io che, perché ero liberale, ho vissuto almeno metà della mia vita sentendomi dire che professavo idee consegnate alla pattumiera della storia, dovrei esserne felicissimo. E mi sento invece, da questo punto di vista, più isolato che mai e più che mai non rappresentato nel sistema politico. È con questo problema che la destra e la sinistra italiana dovrebbero fare i conti. Il liberalismo è la massimizzazione delle libertà possibili, che si realizza attraverso lo strumento della divisione dei poteri. La concentrazione di poteri che rappresenta oggi l’attuale maggioranza, di poteri mediatici, oltre che economici e politici, non ha riscontro in nessun paese dell’Occidente sviluppato. E il problema non è soltanto contingente, perché è un problema che evidenzia la mancata riflessione da parte degli italiani su tutto questo, il grado zero della cultura politica liberale diffusa.
Ho sentito addirittura il Presidente del Consiglio dire che era indice di giacobinismo il fatto che i magistrati fossero indipendenti dal potere politico. Qui non si tratta di mancata conoscenza della storia del diritto costituzionale: qui il problema è la conoscenza dell’educazione civica e della storia che dovrebbe essere garantita dalla frequentazione della scuola dell’obbligo. Perché l’idea che vi debba essere una subordinazione dei magistrati al potere politico è una tipica idea giacobina. Era l’idea di Togliatti alla Costituente, che si gloriava di essere un continuatore di quella tradizione politica, sulla scia degli interpreti comunisti della rivoluzione francese, come Albert Mathiez. Era Togliatti alla Costituente che non capiva perché mai l’assemblea legislativa, perché mai il Parlamento eletto dal popolo non dovesse essere onnipotente, in nome del principio dell’unità del potere statale, il principio proprio del sistema costituzionale dei paesi del blocco sovietico, visto come espressione suprema della democrazia, e contrapposto al principio della divisione dei poteri tipico della democrazia borghese.
Tutto questo incide sulla stessa identità etico-politica dell’Italia, e quindi sul problema dell’identità e dell’appartenenza nazionale, su cui tanto insiste la cultura politica della destra. Perché siamo tutti felici di essere italiani dal punto di vista del patrimonio storico, letterario, artistico, gastronomico e magari anche dal punto di vista del clima. Però quel che conferisce a un paese un’identità propria e peculiare, distinta da quella degli altri, sono innanzitutto e prima di tutto i valori etico-politici che esprimono le loro istituzioni. Se nella prima guerra mondiale gli europei erano disposti a farsi squartare gli uni contro gli altri pur di affermare i valori della propria identità nazionale, non era soltanto per i crauti o per il camembert: era perché ritenevano che la loro stessa vita individuale non potesse avere lo stesso significato al di fuori dal contesto di valori civili incarnati dalla nazione. Valori che potevano poi essere declinati in vari modi: poteva essere il parlamentarismo britannico o l’imperialismo, la grandeur francese o i valori sacri del 1789, poteva essere, nel caso dell’Italia, il Risorgimento nella sua accezione laica e democratica o poteva esserlo nella sua versione crispina. Anche oggi, se voi vi chiedete quali sono i valori etico-politici che distinguono la nostra identità rispetto a quella degli altri europei, certo ne potrete trovare e indicare. Se guardate soltanto l’Europa ne troverete a bizzeffe fra l’Italia e la Francia o fra la Francia e la Germania. Ma troverete differenze enormi anche cercandole all’interno della stessa Italia, tra il sud e il nord del paese.
Provate però a porre la stessa domanda a un islamico, provate a porla a un cittadino di un paese dell’Estremo Oriente. Questi vi diranno subito una cosa: che quel che caratterizza l’identità più profonda, ormai la tradizione politica dell’intero Occidente liberale, perfettamente evidente se considerato rispetto al resto del pianeta, sono le eccessive, sciagurate, disgregatrici libertà individuali. Questa è ormai la radice della nostra comune identità. Il liberalismo ha una vocazione universalistica, ma essendo una dottrina realistica non si illude di essere universale. E la consapevolezza di questa identità, davvero profonda, manca alla destra, soprattutto, ma in buona parte manca anche alla sinistra italiana.
La nostra stessa identità nazionale e il patriottismo italiano fin dalla sua fondazione risorgimentale nascono precisamente dalla consapevolezza dell’arretratezza dell’Italia dell’800 rispetto agli altri paesi dell’Europa occidentale: essi erano visti come l’unico possibile parametro di riferimento di valori etico-politici per l’Italia. Non citerò il Leopardi preteso progressista, contro cui giustamente ironizzava anni fa Veneziani, ma quello, élitista ante litteram del 1824, del Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani, che lamentava «la decisa e visibile superiorità presente delle nazioni settentrionali sulle meridionali» nel loro rapporto con la modernità. Uno stato di inferiorità che l’Italia avrebbe dovuto superare, che molti italiani tentarono di superare, proprio attraverso la costruzione dello Stato unitario, attraverso quello che non a caso si è chiamato non mera unificazione ma Risorgimento. E Leopardi individuava questa carenza dell’Italia nella mancanza di quella che egli chiamava una “società stretta”, oggi diremmo un establishment. L’Italia la vedeva, come avrebbe poi detto Ortega della Spagna, come un paese invertebrato, un paese privo della classe dirigente, un paese privo di quella rete di rapporti nella sua classe dirigente, di strategie di necessaria conquista della stima reciproca, di necessario riconoscimento mutuo. Di quei rapporti che alla fin fine anche nella più aperta delle società sono sempre anche rapporti di cooptazione, che rendono tale un establishment nazionale. Questo è quello che disperatamente manca in Italia. Ed è per questo che nascono quei fenomeni di terribile metastasi civile cui stiamo assistendo.
Un’ultima cosa vorrei dire su questo. Credo che sia arrivato il tempo per l’Italia e per l’Europa di recuperare una vecchia formula crociana, quella che voleva il liberalismo come pre-partito, come contenitore all’interno del quale soltanto ha senso ormai parlare di una destra e di una sinistra. Era anacronistico formulare questa idea in Italia alla fine della seconda guerra mondiale, forse potrebbe non esserlo oggi.
In questo senso devo dire due cose: ho sentito più volte Veneziani, quando qualcuno rinfacciava il fascismo alla cultura della destra, dire: “Ma non possiamo andare avanti in eterno a rinfacciare voi a noi i lager e noi a voi i gulag”. Invece io dico sì, bisognerebbe che sia gli eredi del comunismo sia gli eredi del fascismo facessero fino in fondo i conti con l’eredità totalitaria del XX secolo. Credo che senza fare fino in fondo questi conti, avendo in qualche modo una visione edulcorata, in qualche modo perdonistica del proprio passato, non si possa costruire un futuro degno di un paese dell’Europa civile e democratica. Il fascismo è stato una rottura nella stessa identità dell’Italia post-unitaria. Io non posso, come liberale che si richiama a quella eredità risorgimentale che voleva recuperare all’Italia un diritto di cittadinanza nell’Occidente liberale, considerare l’Italia fascista come la mia la patria in un momento storico diverso. Il ripensamento in corso, storiografico, mediatico e politico, che ha per oggetto in questi anni il fascismo è un’arma a doppio taglio, perché, dalla acquisita consapevolezza del consenso che circondava il regime fascista si possono trarre due conclusioni del tutto diverse. Si suggerisce con insistenza che, se il consenso c’era ed era così vasto, il fascismo non doveva poi essere tanto orribile. Ma si potrebbe anche sostenere, all’opposto, che, se gli italiani sono stati in misura così massiccia sostenitori del fascismo, c’è qualcosa di bacato nell’identità italiana (il fascismo “autobiografia della nazione” di Gobetti). E questo problema si pone soprattutto per la cultura liberale. Per un liberale il fascismo è stato prima di tutto, anche senza considerare il cinismo e gli errori di calcolo che determinarono l’entrata in guerra, o l’abiezione senza fondo delle leggi di discriminazione razziale, il regime che ha distrutto la democrazia liberale in Italia. E questo nessun revisionismo potrà mai modificarlo. Il nemico di strada del fascismo era il comunismo, ma quello che il fascismo distrusse nelle istituzioni italiane fu la democrazia liberale. E allora non fare fino in fondo i conti con questa eredità significa omettere, significa in qualche modo rimuovere un’eredità certo non meno imbarazzante, soprattutto in Italia, di quella del comunismo.
Ancora un’ultimissima cosa vorrei dire sul retaggio delle tradizioni religiose, assunto come elemento forte dell’identità nazionale, nella prospettiva comunitaristica cara a Veneziani. Io, per esempio, non sono un cattolico romano, prima di tutto perché non sono un credente e in secondo luogo perché, se lo fossi, sarei un protestante. Bene, una visione comunitaristica che fondi in qualche modo l’identità nazionale anche e in larga misura sul retaggio della tradizione religiosa mi escluderebbe dall’appartenenza a questa vagheggiata comunità coesa, cara ai teorici di una ritrovata identità nazionale forte, fondata sulla tradizione religiosa del cattolicesimo controriformista, piuttosto che, per esempio, sull’eredità umanistica, rinascimentale, illuministica, laica e liberale di un paese occidentale e ormai secolarizzato come il nostro. È chiaro che, quanto più si alza la soglia del minimo comun denominatore richiesto per riconoscersi in un’identità comune, tanto più cresce il numero di chi ne viene escluso. I non credenti, chi si sente critico ed estraneo nei confronti della cultura cattolica, e i valdesi e gli ebrei, la cui emancipazione non a caso segnò nel 1848 l’inizio del Risorgimento italiano, dovrebbero forse tornare ad essere italiani a minor titolo dei cattolici romani?


Giulio Ercolessi

© 2002 Circolo della Cultura e delle Arti di Trieste
Via S. Nicolò, 7 - 34121 Trieste - Tel. e Fax 040/366744
Tutti i diritti sono riservati a norma di legge

 

 
< Prec.   Pros. >

© Circolo della Cultura e delle Arti
Via San Nicoḷ 7, 34121 Trieste - Tel. 040.366744
C.F. 80022560322