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Sezione lettere

EPIPHANIES AND PHADOGRAPHS di STELIO CRISE

Trieste, 1 giugno 1995

di Renzo Stefano Crivelli

Quando mi è stato chiesto di presentare il libro di Stelio Crise ho provato un profondo senso di soddisfazione e anche un senso di rammarico. Quando venni a Trieste, ormai sette anni fa, i miei interessi per James Joyce erano già fortemente consolidati e stavano certamente scemando e come disse un grande studioso di Joyce, con forte carica di autoironia, i joyciani si dividono in due categorie: coloro che scrivono un libro su James Joyce e poi si occupano d’altro nella vita e coloro che continuano a scrivere sempre libri su James Joyce e questa loro attività diventa quasi una forma di nevrosi. Io fortunatamente appartengo alla prima categoria. Ho scritto un libro su James Joyce e mi sentivo soddisfatto.
Il fatto di arrivare a Trieste, una città così importante per la presenza e lo sviluppo psicologico e letterario di James Joyce, mi ha praticamente quasi costretto a riconsiderare i miei interessi, all’inizio con una certa riluttanza. Ma questa riluttanza ha fatto sì che io non prendessi in considerazione la possibilità di rioccuparmi di Joyce, e ho cercato di allontanare da me questo pensiero. Ma è quasi impossibile circolare per le strade di Trieste e non immaginare James Joyce per quelle vie, James Joyce che guarda dalla finestra dell’ultimo piano dall’appartamento di via San Nicolò verso Ponterosso, che osserva il mercato, simile a come è oggi, che attraversa le vie e che prende i tram della città, che incontra personalità e non soltanto ma che vive la vita quotidiana anche attraverso la frequentazione diretta nelle osterie, nei ristoranti e nei luoghi pubblici di questa città. Quindi da questo nasce un nuovo interesse e un nuovo senso di coinvolgimento.
Questa mia iniziale riluttanza ha fatto sì che passassero alcuni anni prima che io decidessi di occuparmi di Joyce. E qui arrivo al rammarico: questi due o tre anni mi hanno impedito di entrare in diretto contatto con Stelio Crise e quando decisi di scrivere del Joyce triestino, purtroppo Stelio Crise non c’era più. Quindi ho perso una grande occasione. E questo per dire che l’opportunità di presentare questo suo libro mi riempie veramente di soddisfazione, una specie di legame che io ricostituisco e che idealmente forse c’è sempre stato tra me e una persona che in qualche modo ha percorso, prima di me, gli stessi itinerari che io sto percorrendo in questi mesi. Perché dico questo? Perché da circa un anno e mezzo nell’Ateneo triestino funziona un laboratorio di studi joyciani da me diretto, il cui scopo è quello di ricostruire gli itinerari joyciani a Trieste, cioè di dare una mappatura dei luoghi joyciani a Trieste. Questa cosa non era mai stata fatta da nessuno.
Mi sono domandato, leggendo il libro di Crise, come potevo classificarlo. Tutti i canoni della narratologia mi impedivano di trovare una definizione sicura e certa. Innanzitutto dalla prima lettura mi sono reso conto che Stelio Crise ha una prosa particolarmente complessa, una prosa sintatticamente precisa molto descrittiva, accattivante, a volte può anche infastidire questa sua volontà di ricercare ogni aspetto anche il più microscopico, il più secondario. Ma è una prosa questa anche molto poetica, anche se questa poesia ci viene elargita con molta parsimonia. In che cosa consiste? Epiphanies and Phadographs è uno dei tanti giochi di parole di Joyce, proviene da un suo testo, ma essenzialmente Joyce e Trieste, il titolo di questo libro implica una ricerca dei rapporti tra Joyce e Trieste. La parte introduttiva è stata per me la parte più interessante, perché mi ha fornito tutta una serie di informazioni sui rapporti tra Stelio Crise e il fratello di James Joyce, Stanislaus. Penso che tutti sappiano che il fratello di Joyce ha insegnato nella nostra Università, è subentrato a Joyce e ha vissuto lungamente a Trieste ed è scomparso a Trieste nel 1956. Nella parte introduttiva di Joyce e Trieste, Stelio Crise ricorda le sue impressioni, le sue emozioni, proprio durante una conferenza che Stanislaus Joyce tenne il 27 maggio del 1955 nell’aula Venezian dell’Ateneo.
A questo proposito vorrei ricordarvi che proprio oggi, proprio nell’ambito di questa attività di ripresa, di riconsiderazione dell’importanza del valore culturale di Trieste nella produzione letteraria di Joyce, è uscito un libro che rappresenta la prima traduzione italiana di questa conferenza. Questo fascicolo, che presenta anche una parte iconografica molto interessante, è pubblicato dalle edizioni MGS Press. C’è una mia introduzione e c’è anche un profilo di Stanislaus Joyce fatto da un giovane studioso irlandese, John McCourt.
Le informazioni che Crise dà in questa parte introduttiva sono estremamente interessanti e sono sicuramente di prima mano e provengono dalle conversazioni che Crise ebbe con Stanislaus. Naturalmente l’argomento privilegiato di questa conversazioni riguardava il fratello. Per esempio tra i ricordi di Crise ce n’è sicuramente uno estremamente interessante. Riguarda Stanislaus che gli annuncia che sta preparando un libro biografico sul fratello e gli dice anche che è sua intenzione coprire tutto l’arco della vita del fratello per arrivare fino al momento in cui si lasciano, cioè quando James decide di lasciare Trieste e si trasferisce a Parigi e i due fratelli avranno da quel momento una corrispondenza molto rarefatta e non si incontreranno più. Questa prima informazione è molto importante perché ci dice che la biografia che Stanislaus Joyce comincia a scrivere e che non porterà a termine, avrebbe dovuto giungere sino al 1915, a questa fatidica data quando James va a Zurigo e il fratello Stanislaus viene internato in un campo, perché come suddito britannico viene considerato pericoloso. Mentre James grazie a conoscenze e a amicizie riesce a riparare in Svizzera, a Zurigo, una città chiave per la sua esistenza, sia perché qui nel 1904 avrebbe dovuto iniziare l’attività di insegnante presso la Berlitz School, anche se il posto in realtà non c’era e quindi venne mandato prima a Trieste e poi a Pola, sia perché tornerà a Zurigo durante la prima guerra mondiale e durante la seconda guerra mondiale e in questa città morirà nel 1941 in seguito ad un attacco di ulcera perforata.
Sempre parlando dell’interesse di Crise per Stanislaus, che è un interesse mediato che ci conduce sicuramente all’interesse per James, vorrei ricordare che Crise ha un curioso approccio a Joyce, spesse volte e lo vediamo anche attraverso molte considerazioni che emergono dalla lettura di questo libro, tenta di prendere le distanze da Joyce quasi a sottolineare l’assoluta ingerenza di questo personaggio, la cui personalità in qualche modo lo affascina, ma che lo induce a tenerlo a distanza, ad evitare in qualche modo di esserne conquistato, sopraffatto. E per quanto riguarda questo tipo di sopraffazione vorrei ricordare che in più parti, più volte sembra quasi che lo stile joyciano lo coinvolga a tal punto da indurlo a riprodurre talune espressioni tipiche contenute nell’Ulisse.
Tra le altre cose che ricorda Crise, parlando di Stanislaus, quanto egli fosse irritato nei confronti di Francini Bruni, un amico di James di origine triestina, suo collega alla Berlitz School prima a Pola e poi a Trieste, che scrisse su Joyce un opuscolo che ebbe molta rinomanza, dal titolo direi molto scanzonato Joyce intimo, spogliato in piazza, che fu anche il testo di una conferenza che Alessandro Francini Bruni tenne nel 1922. Conferenza che non piacque a Joyce tanto è vero che si arrabbiò moltissimo con Francini Bruni e che non piacque vi è più a Stanislaus, il quale cominciava già a porsi come il custode, colui che mantiene i rapporti tra la realtà, il pubblico e il testo letterario del fratello. Un’attività che lo porterà a dedicare, a dare come titolo della biografia joyciana My brother’s keeper, cioè io sono il custode di mio fratello.
Proseguendo un’altra cosa interessante riguarda i rapporti tra Joyce e la cultura triestina. Stanislaus più volte ricordava a Stelio Crise che la cultura triestina aveva di fatto respinto Joyce così come aveva fatto la cultura ufficiale con Italo Svevo. E su questo punto più volte si soffermava Stanislaus confidandosi con Stelio Crise. Tra le cose che Stanislaus ricorda e che Crise riporta c’è sicuramente un interessante riferimento, che sta sempre nell’introduzione, alla disinformazione di molti intellettuali triestini e italiani nei confronti del fratello. Nel stesso momento in cui il fratello veniva riconosciuto come grande autore nel contesto culturale parigino, Carlo Linati, ricorda Stelio Crise, che aveva pubblicato su Primato un necrologio per la verità sufficientemente fondato, afferma che l’Ulysses era stato scritto tra il ’14 e il ’21 a Trieste. Queste erano le informazioni che l’intellighenzia italiana forniva su Joyce, mentre sappiamo che questa cosa non è vera, e ancora si diceva che Joyce aveva sposato una triestina, quando sappiamo benissimo che la compagna di Joyce tra il ’14 e il ’21 era Nora Barnacle e non erano neanche sposati, perché Joyce si rifiutò lungamente di contrarre matrimonio con Nora e si sposarono poi agli inizi degli anni Trenta, quando già la famiglia Joyce si era trasferita a Parigi. Quindi Nora Barnacle, irlandese purosangue, viene definita una triestina. E poi sono tante le informazioni errate per esempio, ricorda Crise e si riferisce a Francesco Flora, il grande critico italiano: “E non fa più nemmeno sorridere certa topica in cui era incorso Francesco Flora nel suo Poesia e impoesia nell’Ulisse di Joyce. Nel citare una battuta di Bloom: ‘Ma chi è quello spilungone laggiù con il makintosh? Chi è, vorrei saperlo! Pagherei qualcosa per sapere chi è. Spunta sempre fuori qualcuno che non ti sognavi neanche!’ cita dall’Ulisse di Joyce, Flora finiva per commentare: ‘E non si saprà mai chi fosse il signor Makintosh’. Quattro anni fa era sembrato enorme che Flora avesse ignorato come in inglese impermeabile si dica appunto mackintosh”.
Dobbiamo anche ricordare che la conoscenza della lingua inglese non era molto diffusa tra gli intellettuali italiani in quel periodo. E infatti negli anni dal 1945 al 1950 con l’introduzione in Italia della cultura americana e quindi con le prime traduzioni dei grandi romanzieri americani, abbiamo traduttori di grandissimo prestigio e statura intellettuale come Cesare Pavese oppure Elio Vittorini, ma anche queste traduzioni presentavano parecchi svarioni, parecchi errori.
A questo punto, tornando a Crise, dopo l’introduzione, vediamo che inizia di fatto questo romanzo di Crise e infatti ci viene presentato subito al primo capitolo una parte romanzata che comincia proprio con: “Nella tarda mattinata del 15 ottobre 1904 aveva visto apparire all’orizzonte alcuni vulcani che eruttavano nel cielo azzurro colonne di fumo nero”. Entriamo subito in un momento descrittivo, narrativo. “Finalmente arrivava la squadra. Si era affrettato a raggiungere il consolato, mentre un inquieto pensiero lo veniva turbando: quei prossimi giorni avrebbero potuto riserbargli qualche dispiacere. Il ricevimento dell’ammiraglio Jedina, il banchetto al Palazzo Revoltella, la rappresentazione di gala al Politeama Rossetti con la Carmen e la signora Wyns, il pranzo a bordo del “Bulwark”, l’escursione a Lipizza, in una parola tutto il programma già concordato fra lui, Malta, il locale Comando marittimo e il podestà, parevano assicurare pieno successo a quella visita. Sulle sue sole spalle però gravava la responsabilità di quella smentita. Ed essa doveva essere pubblicata secondo una ben calibrata misura”.
Di che cosa sta parlando? Stelio inizia questo romanzo, ricordando un fatto storico, cioè che nella tarda mattinata del 15 ottobre 1904 apparirono all’orizzonte, davanti al molo alcuni vulcani che eruttavano nel cielo azzurro colonne di fumo nere, vale a dire la squadra navale britannica in visita al principale porto austriaco. Questo avvenimento è un avvenimento che Crise riprende e di cui ci dà conto in modo molto minuzioso, ed è di fatto l’avvenimento che sta alla base della prima esperienza triestina di James Joyce.
Recentemente ho potuto mettere le mani sulle carte di Stelio, un altro modo per conoscerlo direttamente, e ho visto che tra le sue carte ci sono un sacco di fotocopie che riguardano i documenti della marina militare inglese, le comunicazioni tra il comandante e il console britannico, allora a Trieste, a dimostrazione della meticolosità con cui Crise ricostruisce questi fatti. Sappiamo che proprio indirettamente grazie alla presenza della squadra navale britannica a Trieste, Joyce incappa nella curiosa e ilare avventura del suo arresto. Che cosa avviene? Be’ James Joyce arriva a Trieste nella mattinata del 20 ottobre 1904 e lascia Nora su di una panchina nel giardino antistante la stazione. Ha come indirizzo quello della Berlitz School di Trieste, in via San Nicolò. Non sa ovviamente dove si trova la via, chiede a Nora di rimane lì e segue le Rive e si avvia verso piazza Grande, cioè piazza Unità d’Italia. Non sappiamo esattamente cosa sia avvenuto, sappiamo indirettamente quanto racconta Stanislaus Joyce. È certo che probabilmente, visto il suo profondo interesse per il vino bianco e per i calici, che sia entrato in un’osteria, nella zone di Cavana, magari solo per chiedere delle informazioni o semplicemente per avere un po’ di refrigerio non lo so. Certo è che lui parlava inglese, il suo italiano a detta di Francini Bruni era un italiano un po’ curioso, un tipico italiano di uno che aveva fatto studi gesuitici e conosceva il latino e aveva letto Dante e quando parlava italiano parlava italiano con lo stesso linguaggio dantesco. Tanto è vero che dice Francini Bruni che la prima cosa che Joyce gli disse fu: “Come sta la sua serocchia?”. Utilizzando il vocabolo sorella trecentesco. Quindi evidentemente sente nell’osteria alcuni marinai che parlano inglese e chiede informazioni. In quel preciso momento avviene una rissa o in ogni caso la ronda arresta questi marinai e arresta anche James Joyce, pensando che fosse un marinaio in borghese. E tutti vengono portati nel più vicino posto di polizia. James Joyce tenta di spiegare che lui non ha niente a che vedere con questi marinai, ma è difficile comunicare. Alla fine viene chiamato il console britannico il quale interviene e lo fa rilasciare. Fatto sta che Joyce dopo quattro, cinque ore potrà tornare ai giardini della stazione e ricongiungersi con Nora.
Tornando a Crise la squadra navale non è altro che il pretesto per introdurre la sua narrazione joyciana. Che cosa attrae particolarmente Stelio Crise di Joyce? I capitoli in cui lui divide il suo romanzo in qualche modo ci riconducono ad alcuni momenti fondamentali del soggiorno joyciano a Trieste, momenti che Crise individua e che ricostruisce in qualche modo romanzandoli con una arguzia eccezionale, ricostruendo e reinventando dialoghi joyciani tra Joyce e gli altri protagonisti. Quindi possiamo dire, cominciando a dare un primo giudizio su questo libro, che esso è joyciano sicuramente, anche se in continuazione prende le distanze da Joyce. Potremmo fare un paragone di questo tipo: il ritratto dell’artista da giovane, l’opera più autobiografica di Joyce, è in realtà un’opera autobiografica da cui Joyce prende continuamente le distanze. Allora potremmo usare la stessa definizione. Questo è un romanzo tra virgolette joyciano da cui Stelio Crise si dissocia continuamente. E questo dissociarsi crea il presupposto di un continuo contrappunto. Abbiamo lui che narra, ma lui che critica; lui che giudica, ma che si sente giudicato; lui che interpreta Joyce e quindi in qualche modo entra nella mente dello scrittore irlandese, ma che nello stesso tempo tende a mantenere la propria individualità, la propria capacità creativa, tende a disgiungerla da quella dell’altro. È sicuro però che è molto influenzato dall’Ulisse, tanto è vero che ci sembra quasi uno dei capitoli, credo il decimo, dell’Ulisse.
Passiamo al secondo capitolo. Nel secondo capitolo Crise ricostruisce l’atmosfera della Berlitz School. Per esempio sceglie come personaggio narrante Almidano Artifoni. Chi è questo Almidano Artifoni? È il gerente della Berlitz School di Trieste, ed è un personaggio estremamente interessante, in qualche modo volto all’irredentismo e che ha sicuramente interessi per il socialismo. Volevo leggere qualcosa di Stelio, mi sembra importante, parlando della Berlitz e per dare un’idea dello stile di Stelio Crise: “Mr Berlitz, il maledetto, attende in via San Nicolò. Le prime foglie giù dai platani dell’Acquedotto. Lasciarsi fermare da quegli ostacoli fragili e dal loro pigro ondeggiare nell’aria umida. Trasformarli in barriere invalicabili. Due monache nere nere. I loro passettini affrettati. Presto, lo scongiuro di rito. All’angolo di via delle Acque una carrozza con intenzioni omicide. Il malocchio delle due monache? Uno scroscio di pioggia? Un refolo di Bora arrivato sugli alberi dell’Acquedotto: infastiditi ci scrollan di dosso e bora e pioggia. Il doppio portico del Chiozza. Catacombale, oppressivo. Entrare al caffè. Solo per un momento. L’untume dell’inchiostro sui giornali di Vienna. Pagine compatte di piombo. Plump. Quelle aggrovigliate chiacchiere altrui. Pensieri inquieti. In moto continuo. Sveglia coscienza sempre lucida. Instancabile. Togliersi gli occhiali. Non vedere. L’udito enorme. Scomposto brusio e poi frasi sbrindellate, rumori bruschi, secche risate, colpi di tosse cadaverici, schiocco salivoso di un goffo baciamano. Tutto isolato in una vesticciola di invisibile cristallo trasparente”.
Ecco questo è il metodo joyciano che si fonda proprio sull’accumulo. Abbiamo momenti in cui si esercita la parte più profonda, più nascosta del pensiero e il gioco di accumulo, cioè ad un’immagine ne segue un’altra e poi queste due immagini interagiscono e danno origine ad una terza immagine e questa terza immagine corregge le due precedenti, e naturalmente il tutto intriso di una sottile ironia, anche questo è molto joyciano.
Vorrei citare un passo del quarto capitolo, che può ricordare l’inizio dell’Ulisse: “La chiesa di San Nicolò. La ciesa dei greghi. Deserta quasi del tutto. Quello là: Sokrates Athanassopoulos. L’iconostasi nel riflesso dei pochi lumi. Sorgente luminosa e rifrazione dei suoi raggi. Superfici lucide e opache. Positivo e negativo. Uomo o donna. Sciocchezze. È proprio Athanassopoulos? Locus spiritualis. L’Aquinate lievita sempre. Leggerlo all’University Collage, alla Sainte Genéviève o sotto gli occhi di Francesco Cadenazzo alla Civica Biblioteca di Piazza Lipsia. Quid est ambiens? Locus spiritualis sive locus corporalis? In senso spaziale la pura ubicazione. Accentuare la definizione: il tipo di spazio in cui si colloca una certa ubicazione”.
Il terzo capitolo dell’Ulisse inizia con una serie di considerazioni anche di tipo metafisico che tirano in ballo certi mistici medievali che in qualche modo può essere collegato a questo inizio. Ma quello che mi interessa sottolineare è che in realtà tutte queste considerazioni lui le attribuisce a Joyce e parte dal presupposto che Joyce visiti la chiesa di San Nicolò. Ora noi sappiamo dalle lettere che Joyce era molto affascinato dal rituale ortodosso e spesse volte si recava nella chiesa greco-ortodossa. Anzi gli studenti del laboratorio hanno fatto un’indagine per capire se andava alla chiesa di San Nicolò o alla chiesa di San Spiridione. Purtroppo questa ricerca non ha condotto a nessuna certezza, perché sia il rituale serbo-ortodosso, sia il rituale greco-ortodosso sono uguali. Dalle lettere in cui Joyce spiega con molta cura taluni aspetti di questo rituale, il numero di aperture dei cancelli da parte del prete, il percorso che il prete compie durante la cerimonia, poteva lasciare intendere se ci fosse stata una differenza tra i due rituali, cioè che si potesse individuare l’una o l’altra chiesa. Questo non è stato possibile. Ma al di là di tutto ciò, Joyce in questa lettera sottolinea fortemente questo aspetto ritualistico, il coinvolgimento emotivo che proviene dal rituale. Anche qui infatti si inizia con la chiesa di San Nicolò, con riferimenti all’officiante, Sokrates probabilmente e tutto ciò frammisto ad altri riferimenti che coinvolgono joycianamente le teorie filosofiche di San Tommaso d’Aquino, che viene citato più volte. Ma in mezzo ci infila Francesco Cadenazzo che è responsabile della Civica Biblioteca di piazza Lipsia, oggi piazza Hortis.
Nel quinto capitolo Crise inventa un personaggio e lo fa direi molto bene. Qui le sue doti di narratore sono molto esaltate. Questo personaggio si chiama Dolfo, un infermiere di ideali socialisti che in qualche modo entra in contatto con quello che Crise chiama Giacomo, e si intende naturalmente Giacomo Joyce, in un periodo in cui Joyce è ricoverato presso l’Ospedale Maggiore perché soffre di febbri reumatiche. Forse la diagnosi non è esatta perché un recente studio di una ricercatrice americana ipotizza un altro tipo di malattia sulla base di testimonianze e di quanto compare nelle lettere di Joyce. Ma mi sembrano dettagli insignificanti. Sappiamo che quando James Joyce è ricoverato all’Ospedale Maggiore anche Nora viene ricoverata e partorisce nello stesso ospedale la figlia Lucia. Ecco, che cosa fa Stelio Crise? Immagina che questo Dolfo rimanga in qualche modo impressionato da questa figura di giovane professore, che fa tanti ragionamenti filosofici, che parla con un certo distacco, ed è così affascinato che lo sta ad ascoltare, cerca di carpirgli taluni aspetti letterari, ma Dolfo è soltanto un infermiere e non capisce quello che l’altro dice. Capisce solo una cosa: che si trova di fronte ad una persona che sicuramente ha avuto degli ideali socialisti e che quindi da questo punto di vista deve essere aiutata e curata con particolare attenzione. Ad un certo punto Giacomo gli chiede se può per cortesia andare da Cadenazzo e prendere in prestito presso la Biblioteca Civica un certo libro di un autore francese. E Dolfo porterà anziché il libro chiesto da Joyce, un altro libro, un libro di Alfred Adler. E immagina sempre Crise che Joyce, attraverso la lettura di Adler, in qualche modo elabori nuove teorie letterarie e che quindi la lettura di Adler gli permetta di approfondire maggiormente talune tecniche espressive che sono poi proprie del Flusso di coscienza. In realtà però il buon Dolfo commette un errore perché lui, che nel frattempo si era informato presso amici socialisti che erano degli intellettuali veri e quindi sapevano bene cosa portare da leggere al professor Joyce, pensava di portargli Max Adler, l’austro comunista come lo chiama Stelio Crise, ma sbaglia Adler e gli porta Alfred Adler e indirettamente fa sì che Joyce possa elaborare una nuova teoria narrativa. È un trucco, però direi molto piacevole, molto arguto. È la parte forse più interessante di questo romanzo.
Nel sesto capitolo Crise immagina che Joyce lasci il proprio appartamento di via Scussa numero 8, vicino alla Corsia Stadion in una mattina qualsiasi e che scenda verso il Giardino Pubblico per recarsi probabilmente al Caffè Milano, luogo in cui si incontravano gli irredentisti. È interessantissima questa considerazione. Mentre si sta trasferendo dalla Corsia Stadion al Giardino Pubblico, guarda la statua di Rossetti. Tra le varie considerazioni che Crise fa e che mette in bocca a Joyce è questa: “Meritava Rossetti tanti quintali di bronzo? Tutti i triestini ne parevano convinti, se cantavano a squarciagola ‘Ne la patria de Rossetti non se parla che italian’”.
Sempre in questo capitolo c’è un dialogo notturno tra Nora ed Eva, una della sorelle di Joyce. Egli fece venire a Trieste oltre a Stanislaus, anche due sorelle, una è Eva e l’altra è Ailin. Eva venne a Trieste si fermò per alcuni mesi poi non le piacque e rientrò. L’altra invece si fermò a Trieste e si sposò con un cieco che lavorava in una banca e rimase a Trieste fino alla morte del marito e poi tornò in Irlanda. In questo tragitto che Joyce compie, ricostruito da Stelio Crise, da via Scussa 8 verso il Caffè Milano, dove peraltro non arriverà, Joyce medita sul numero di cinematografi che ci sono a Trieste. E questo è un dato estremamente interessante. A quell’epoca Trieste aveva ben 19 cinematografi, mentre a Dublino non c’era neanche uno. Nella mente di James nasce subito quest’idea di impiantare un cinematografo a Dublino. Cosa che poi fece inducendo quattro “capitalisti” triestini ad investire in questo progetto una certa somma e il cinematografo fu poi aperto a Dublino ma non andò molto bene, dovette chiudere. Da quel che sappiamo vennero proiettati nei primi mesi molti film italiani. Vengono citati alcuni da Stelio, che minuziosamente ricostruisce il tutto, per esempio il Cine Olimpo di via Giulia, il Novo Cine, il cinema Edison, il cinema Iris, il Volta, ed è importante ricordarlo perché sarà il nome del cinema di Dublino, il cinema Americano, il cinema Marconi e il cine Argus. Citando ancora da Stelio, si parla sempre in questo capitolo anche di caffè. Ne vengono citati molti come il Caffè Milano, il Caffè Progresso, il Caffè Fabbris, il Caffè Miramare, il Caffè della Stazione, il Caffè Bizantino e ovviamente il Caffè Tommaseo.
Un’altra cosa su cui volevo soffermarmi riguarda il punto in cui Joyce sempre in questa sua camminata, che coinvolge in qualche modo parte della sua vita, i suoi pensieri, richiama tanti scenari triestini, ci collega in qualche modo con la storia di Trieste, con la realtà palpitante della Trieste di inizio secolo, porta Joyce a passare vicino alla garitta giallo-nera di fianco all’ingresso della Caserma Grande. E lì c’è ovviamente una sentinella. E questa sentinella ha una faccia particolare: è “un romantico, in un abbandonato volo pindarico”. È lì che guarda, sta osservando. E questa sentinella in qualche modo diventa l’emblema della tradizione dell’imperial regio governo, diventa un modo per far sì che Joyce, così preso dai suoi pensieri, venga interferito dalla storia della città. Ecco questo è uno dei tanti aspetti della tecnica narrativa di Stelio. Non tutti presi da Joyce perché a questo punto dobbiamo dare a Stelio quello che gli appartiene.
Proseguendo, nel settimo capitolo, Stelio ricorda una delle fobie di James Joyce. E anche qui lo fa in modo estremamente arguto. C’è qui un motivo che potremmo definire il “motivo dell’ovatta”. Improvvisamente si sente un tuono nel cielo e Joyce invoca l’ovatta. Joyce era terrorizzato dai temporali. Ci sono tantissime testimonianze in questo senso. L’ultima testimonianze l’hanno avuto alcuni ricercatori del Laboratorio Joyce di Trieste. Abbiamo rintracciato una signora novantacinquenne che abitava in via Bramante, quando Joyce abitava in via Bramante, che si ricordava, tra le varie cose, della paura dei temporali di James e ci ha detto che spesse volte si infilava sotto il letto ed era proprio in preda ad un terrore irrefrenabile. E quindi ecco il motivo dell’ovatta: “‘ Chiudi le finestre. Chiudi le persiane! L’ovatta, Nora! L’ovatta!’. I fulmini infittivano ed egli era già scappato dalla cucina e invocava i batuffoli d’ovatta per gli orecchi. ‘Non chiuderò occhio, stanotte!’. Dopo - il temporale era nel pieno della sua violenza - mentre era già a letto, presso Nora, come ebbe sentito il suo abbandonato russare, disperò di sé. La scosse, la svegliò. ‘What’s it?, Nora, Nora! Eh?! Dormivi, Nora? Sì dormivo… Nora … Nora … Ma perché mi hai svegliato?! Non dormire. Tienmi compagnia, Nora! Ah, sufime!’. E Nora, riggiratasi dall’altra parte, si riaddormentò immediatamente”.
Nell’ottavo capitolo Crise ricostruisce un avvenimento culturale di grande rilevanza, vale a dire la prima mondiale avvenuta il 23 marzo del 1913 a Trieste dell’opera di Sem Benelli intitolata La Gorgona: “Nel corso del primo atto aveva partecipato con sorridente penetrazione a quella trasparente orgia irredentistica. ‘Se io fossi Sem Benelli prenderei cappello e cappotto e pianterei ogni cosa!’. Quella folla non era convenuta al Comunale per applaudire La Gorgona. Quella prima assoluta era un mero pretesto. Anche Sem Benelli doveva essere timido e insoddisfatto come il concepista dell’i.r. Luogotenenza, signor Edwin Halbweg, che sedeva al suo fianco in una poltroncina. La insoddisfazione e la timidezza di questo biondo, piccolo impiegato austriaco, figlio di un ferroviere della Moravia, trasferito a Trieste nel ’78, nascevano da troppi e evidenti complessi di inferiorità. Abbagliato dalla cultura italiana, dalla musica italiana, dal cielo italiano, dal vino italiano, dalle donne italiane”.
Sempre in questo capitolo Crise rievoca anche un’altra cosa molto importante: la premonizione degli irredentisti, tutta concentrata in una frase molto significativa. Dicevano: “Cresca l’erba sui moli del porto, ma l’Italia, la nostra Madre Amata, venga qui. Abbasso l’Austria”. Purtroppo nel 1919 è proprio Joyce che rientra a Trieste da Zurigo a constatare che sui moli del porto di Trieste cominciava a crescere l’erba.
E qui arriviamo al punto finale di questo romanzo. Quando Joyce comincia a meditare di lasciare Trieste definitivamente. Sembra questa la preoccupazione principale di Stelio Crise. Perché uno come Joyce se n’è andato da Trieste? Perché questa città non gli ha dato tutto quello che desiderava? Per quale ragione un personaggio di questo calibro ha deciso di abbandonare Trieste? La si legge, questa preoccupazione tra le righe, specie negli ultimi due capitoli. Crise vuole cercare di capire e dà tutta una serie di spiegazioni, alcune sono spiegazioni di tipo storico, altre di tipo sottilmente psicologico. Andarsene via da Trieste per Joyce che cosa significa? In fondo Trieste ha dato molto a Joyce, nonostante tutti gli sforzi di Stanislaus e lo si vede bene nella conferenza di cui accennavo all’inizio di questa mia conversazione, di sottolineare il distacco completo tra Trieste e Joyce, io non credo che questo distacco sia mai esistito. Stanislaus non è riuscito ad inserirsi nel tessuto sociale cittadino e probabilmente come conseguenza di questo suo estraniamento, come a rafforzare uno spirito di rivalsa, spesse volte Stanislaus ha voluto sottolineare la mancanza assoluta di legami culturali tra Joyce e la città di Trieste. Il che non è assolutamente vero, in questo non sono d’accordo con Stanislaus.
Joyce se ne va per tante ragioni, forse anche perché l’erba ha cominciato a crescere sui moli di Trieste, dopo che Trieste è diventata italiana, nel senso che la città, purtroppo, inizia il suo declino. Non è più quel punto di incontro che aveva tanto attratto James Joyce nel 1905, dopo il rientro da Pola e aveva deciso di rimanerci a lungo. È una città che non ha saputo dargli degli spazi, sicuramente l’insegnamento alla scuola superiore Revoltella lo deve, in qualche modo, aver appagato, ma il suo più grande rammarico risiede proprio nel fatto che la classe intellettuale, l’intellighenzia triestina non lo ha mai riconosciuto. Un’altra ragione è sicuramente legata agli interessi culturali dello scrittore dublinese. Nel 1919 Trieste diventa estremamente periferica, mentre Parigi è un centro culturale più attraente. Debbo dire che da una lettura attenta delle lettere e di tutte le testimonianze risulta sicuramente che Joyce andò via da Trieste con una certa riluttanza, in fondo doveva sradicare qualcosa per andarsene, ma era fermamente convinto che per diventare uno scrittore europeo, rimanere a Trieste avrebbe significato rimanere tagliati fuori. E quindi il suo destino fatalmente lo porta in una zona culturalmente più centrale com’era Parigi e come era sicuramente Parigi negli anni Venti. Infatti non è un caso che lui decida di partire da Trieste nel 1920 per andare a fare una breve vacanza probabilmente a Londra, non in Irlanda e Ezra Pound lo convince a fare una tappa a Parigi. Tanto è vero che Joyce lascia Trieste senza portarsi dietro le cose essenziali. Lascia a Trieste la sua biblioteca. Certo è che arrivato a Parigi, inseritosi quasi subito nell’ambiente culturale parigino, dimenticherà ben presto Trieste e rimarrà a Parigi più di trent’anni. Ma non dimenticherà i legami con Trieste, continuerà a parlare in triestino con i figli per esempio, le cartoline e le lettere che scrive a Lucia sono scritte in italiano con molto inflessioni dialettali. Questo a dimostrare quale profondo legame abbia mantenuto sempre con la città di Trieste.
Per concludere vorrei leggere da Stelio la parte finale. Nella parte finale abbiamo tutta una serie di meditazioni, che in qualche modo si rifanno all’ultimo capitolo dell’Ulisse, quello in cui Bloom libera completamente i propri pensieri nel momento di veglia che è un fulgido esempio di monologo diretto, e quindi un monologo che non è bloccato dalla censura, è un momento in cui la mente si abbandona e quindi non c’è più nessun coinvolgimento volontario, ecco che allora le immagini si susseguono l’una all’altra liberamente. Siamo in via Sanità 2, l’ultima residenza di Joyce, siamo quindi nel 1920, Joyce medita di partire da Trieste e quindi tutta una serie di immagini, di pensieri, di ricordi emergono, balzano dinanzi alla sua mente e a un certo punto dice: “Il buffet Tomazich di Piazza Lipsia era diventato Bar Vittorio Veneto di Piazza degli Studi. Forse prossimo era il battesimo in Italia o Roma del caro vecchio piroscafo a due eliche Graf Wurmbrand, con cui nell’ottobre del 1904, lui e Nora, da Trieste, avevano raggiunto Pola. Edwin Halbweg diventato maggiore Innocenti. La sua voce: ‘Vede, professore, sono nato qui sotto. C’era la stazione di Trieste-Sant’Andrea. Mio padre vi era capostazione. Lei non può ricordare’. Non ricordare la stazioncina di Trieste-Sant’Andrea? L’arrivo da Pola nella primavera del 1905; un bagno nella civiltà, il piccolo tram elettrico, dopo il deserto della campagna istriana attraversata in treno. Impossibile vivere di ricordi. Stanchezza. Quel caldo precoce di maggio. Letto esiguo per due. Esiguo. Anche il professor James Joyce è stanco e stufo di essere professore per la letteratura, la lingua e la corrispondenza commerciale inglese. Essere solo James Joyce. Solamente Joyce. A Trieste impossibile. C’era Stannie, imbarcatosi nel 1914 sul battello fortunato. Invidiò Stannie. Invidiò il maggiore Innocenti. Invidiò quei quattro decoratissimi bersaglieri. Vittoriosi. Stare dalla parte del vincitore è un conto, ma vincere dev’essere diverso. Vittoria mutilata? Di vittorie vere e sane non c’era che la vittoria che fa la ruffiana nel postribolo di via dei Capitelli. Finire l’Ulysses a Trieste? No, finirla con Trieste. È tempo di migrare”. Sfuma così nella veglia questo ultimo pensiero di James Joyce.
 
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